Un secondo album che ne conferma le potenzialità, la semplicità ed efficacia musicale e una indiscutibile simpatia: Niccolò Fabi esce al meglio anche dal suo secondo Festival di Sanremo e si appresta a far conoscere in giro le canzoni del suo secondo album, al quale partecipano anche Max Gazzè e Frankie Hi Nrg. Ragazzine, canzoni, malinconia, poesia: Rockol visita il mondo musicale di Niccolò....
Hai avuto un successo abbastanza rapido, e probabilmente la cosa è stata favorita dall’immagine che tu proietti oltre che dalle tue canzoni. Come ti trovi a convivere con l’immagine di "bello con l’anima" che ti viene cucita addosso?
"Mi rendo conto che ogni tanto mi fanno fare la parte di quello belloccio che piace alle ragazzine. Ma se penso alla mia musica, e ai testi delle mie canzoni, mi pare di poter dire che c’è qualcos’altro. Poi se vado da Maurizio Costanzo so che lui mi mette lì per fare quello bello che parla di Petrarca, a fianco dell’altra bellona e intelligente e del piccoletto che parla tanto, e siamo tutti in gara per dire la cosa più interessante o divertente. Ma la cosa mi mette a disagio. Così come mi metteva a disagio il fatto che i critici musicali mi avessero etichettato come un cantante per giovanissime, che scriveva canzoni ironiche. A me non sembrava, mi è rimasto il dubbio che non avessero sentito tutte le canzoni de "Il giardiniere". E comunque in questo secondo disco ci troveranno soprattutto malinconia e testi semplici".
E questo significa un cambiamento o un approfondimento?
"Beh, a dire la verità il fatto che io e il mio gruppo avessimo meno di cinque mesi di tempo per prepararlo ha inciso molto. Ma sono veramente orgoglioso del risultato. Anche perché quando uno si presenta per la prima volta tutti lo giudicano, e col secondo disco è tentato di sconfessare i giudizi negativi o confermare quelli positivi. E pensando a queste cose finisce col perdersi e non combinare nulla. Per quanto mi riguarda temevo di concentrarmi troppo sui testi per far pensare la gente alle parole invece che alla mia faccia, e la paura era di rimanere insoddisfatto della musica. Invece è un disco di musica pop assolutamente di mio gusto".
E la malinconia?
"Sai, quando sei costretto a scrivere canzoni in poco tempo, non ti capitano molte cose che valga la pena di raccontare. Ti tocca inventare, raccontare storie e guardarsi intorno. E così non sono necessariamente canzoni in cui racconto i miei problemi. Comunque è una malinconia espressa nelle sue diverse forme, come quella un po’ rabbiosa di "Il sole è blu". In altri pezzi la malinconia è inserita nella quotidianità, ad esempio in "Lasciarsi un giorno a Roma". L’ho scritta pensando al fatto che è raro che due persone si lascino in una situazione romantica, su una spiaggia, al tramonto... Spesso succede in mezzo a una strada, col traffico, con uno che ti suona il clacson nell’orecchio".
Nel complesso sembra un disco molto intimista, in un momento in cui molti tuoi coetanei si indirizzano su tematiche sociali.
"Può darsi. Lascio ad altri il tentativo di interpretare la realtà o dare consigli su come vivere. A dirla tutta, penso che una canzone politica non possa limitarsi a dire "adelante": anche una canzone d’amore può dire qualcosa di come vivono le persone, il linguaggio finisce col riflettere il loro disagio. Certo quando dici "Se vuoi ci amiamo adesso però non è lo stesso", beh, allora hai già lasciato intendere parecchie cose..."
A proposito di linguaggio, una delle cose che ti distinguono nel panorama della musica italiana è il fatto che non solo sei laureato, ma anche il fatto che la tua disciplina non è delle più comuni: la filologia romanza. Da cosa è nata questa passione?
"Il primo anno della Facoltà di Lettere mi ero immediatamente messo a frequentare il corso di Storia della Musica. Ma è stata una delusione: mi annoiavo terribilmente. Andavo a casa e sentivo la musica, e pensavo: primo tema, secondo tema...analizzavo tutto, e perdevo il gusto dell’ascolto. Viceversa, uno dei corsi che più temevo, per il nome che metteva un po’ soggezione, era quello di Filologia Romanza. Invece ho trovato un professore capace di fare riferimenti incredibili, passando da Guglielmo di Aquitania ad Alvaro Vitali passando per Pelè e Pierpaolo Pasolini. Era trascinante, mi ha fatto nascere una curiosità per la letteratura medievale. E ho scoperto che mi piaceva, forse anche come fuga della realtà, andare in una biblioteca medievale, in un monastero del 1200 per capire come mai un amanuense vissuto sette secoli prima di me aveva fatto certe scelte".
E le tue scelte musicali? Hai sentito qualcosa che ti ha influenzato per questo disco?
"Non in modo decisivo, credo. C’è una cover di Duncan Sheik, che ha preso il posto di un’altra cover che pensavo di fare, di Jeff Buckley. Le musiche comunque sono molto funzionali ai vari stati d’animo. Ad esempio, in "Immobile" c’è una base hip-hop e un intervento di Frankie Hi-Nrg; ma non è stato per fare i fighetti che si dànno una verniciata di rap per sembrare moderni. A richiederlo era il concetto di ripetitività della canzone, che ha portato a scegliere la ripetitività della base invece che un’esecuzione acustica. Se vuoi un nome, mi piace il disco degli Air. E’ un po’ un mattone, ma a me piace. Mi piace la musica strumentale, e i dischi che mi fanno addormentare... In realtà non ho la fissa della musica. La musica non è tutta la mia vita; è uno dei miei modi di dialogare con la gente. Anche andare a Sanremo significa trovare interlocutori diversi da te, farti capire, sfuggire alla solitudine espressiva. Non credo a quelli che dicono di fare dischi senza pensare a chi li ascolterà. Forse possono permetterselo i grandi geni. Ma io non sono un grande genio, e quindi non me ne frega niente".