K’s Choice

I K’s Choice sono tornati, con un nuovo disco in uscita in questi giorni, e la speranza di ripetere il successo di "Paradise in me", che li impose nel 1996. L’album, il terzo del gruppo belga, si intitola "Cocoon Crash", ed è prodotto da Gil Norton (Foo Fighters, Counting Crows, Pixies, Catherine Wheel). A un primo ascolto, l’impressione è positiva: se avete amato "Not an addict", il nuovo singolo "Believe", vi manderà in solluchero; è un brano forse meno immediato, ma più intenso. La musica dei cinque di Anversa fa perno sulla voce di Sarah Bettens, bionda e graziosamente - come dire? - belga.

A quanto pare, siete "entrati nel giro grosso"...

"Sì, anch’io ho avuto questa sensazione. Questo terzo disco per noi rappresenta un grosso salto, e abbiamo cercato di trarre profitto dalla maggiore attenzione di cui godiamo rispetto a quando eravamo un’oscura band fiamminga che tentava di farsi conoscere. Lo abbiamo composto in un periodo molto intenso, praticamente tra un concerto e l’altro. Probabilmente si sente questa costruzione meno a tavolino, ma più legata al fatto che in quel periodo ci confrontavamo con un pubblico e cercavamo di capire chi era...e anche chi siamo noi".

Un approccio più istintivo, immediato, e un produttore molto quotato. E’ stato difficile conciliare le due cose?

"All’inizio eravamo un po’ in ansia al pensiero di lavorare con Gil Norton, perché prima ci eravamo affidati a un produttore più casereccio, di Bruxelles. Non volevamo sentirci come quei gruppi che più che collaborare col loro produttore sembrano instaurare un conflitto di personalità, o subirne l’ego. Perciò fin dal primo giorno noi abbiamo detto a Gil "Non farti problema: sei libero di dirci quello che vuoi". Non avevamo paura che la nostra musica fosse snaturata o violata. Del resto, perché avrebbe dovuto? Non per darci delle arie, ma tutto sommato siamo riusciti a conquistarci un piccolo posto al sole prima di incontrarlo: le nostre canzoni finora sono piaciute, anche senza di lui; quindi il suo compito era quello di affinare il nostro lavoro".

E lui cosa ha fatto?

"Di tutto! Penso che la sua bravura stia nel capire quando un musicista non sta rendendo come vorrebbe o potrebbe; quando ad esempio una chitarra suona in un certo modo e tu dici: "Ok, può andare", ma in realtà non sei entusiasta. Lui cerca di riportarti a quel suono e capire insieme come lo si può cambiare per esserne entusiasta. E poi conosce benissimo il panorama musicale attuale. Del resto vi ha contribuito".

Perché cantate in inglese?

"Io non so molto bene il francese, sono della parte del Belgio dove si parla in fiammingo. Ed è una lingua è assai poco musicale, a differenza di quella italiana e quella inglese. Insomma, ci viene naturale comporre e cantare in inglese. E poi, se vuoi cantare l’opera devi cantarla in italiano, se vuoi cantare il rock devi cantarlo in inglese".

Comunque, riesci a scrivere testi molto belli e persino complicati. Si direbbe che ti diletti di letture impegnate.

"Oh! Mi sembra esagerato. Mi piace leggiucchiare qua e là, ma non più di quanto piaccia alle persone che frequento, o ai ragazzi della mia e tua età".

Cosa hai letto ultimamente?

"Hmm, sai, questa domanda è un po’ a doppio taglio, ti spiace se ti rispondo che non è molto importante? Mi spiego: noi per il gruppo abbiamo preso il nome dal personaggio di Kafka, Joseph K. I giornalisti ci hanno tempestato di domande su Kafka. Allora noi abbiamo pensato che sì, ce la siamo voluta, ma che non per questo ha senso che i critici scrivano di "canzoni kafkiane", perché non credo che lo siano. Così, se io ora dico che sto leggendo Shakespeare, per dire, questo è un fatto che non ha a che fare con i testi che scrivo. Ma per il fatto che viene pubblicato in un’intervista sembra suggerire un legame".

Capisco. Allora ti dico una cosa più frivola: oggi al telegiornale italiano parlavano della tua città, Anversa. Pare che stiano addestrando i vostri poliziotti ad andare sui pattini.

"Davvero? Ma perché, siamo invasi dai rapinatori pattinatori?"

Si vede di sì; comunque immagino che possano servire anche per quelli che vanno a piedi o in bici...

"Lo trovo buffissimo. Ma a suo modo è tipico delle nostre parti, conservare queste cose da piccola città provinciale, quasi medievale... Proprio strano, no?"

Quando siete stati negli Usa e in Gran Bretagna vi siete sentiti un po’ provinciali, per il fatto di venire dal Belgio?

"Il fatto di venire dal Belgio incuriosisce molti: non c’è una tradizione rock nel nostro paese. In America diventavano matti. Un’altra cosa divertente è che tutti i giornalisti cercavano di citare qualcosa o qualcuno che venisse dal Belgio, e non gli era molto facile".

Confesso che posso cavarmela coi ciclisti e i calciatori, ma così su due piedi dal punto di vista musicale mi viene in mente solo Plastic Bertrand.

"Oh, era così famoso!? Beh, forse nel nostro piccolo noi K’s Choice stiamo scrivendo una pagina di storia del pop. Sai, come quando si dice: gruppi svedesi - e la gente pensa ABBA. Gruppi belgi, e la gente pensa K’s choice. Sarebbe bello..."

Personalmente trovo "Not an addict" una delle canzoni più belle degli ultimi anni. Ricordo che quando l’ho sentita alla radio per la prima volta sono rimasto molto colpito dalla tua voce. Ti ispiri a qualcuno, come vocalist?

"Ti ringrazio, ma a dir la verità, io non faccio altro che cantare. Non sei il primo che me lo dice, e la cosa mi fa molto piacere, naturalmente. Ma è buffo sentir analizzare la mia voce. Anche perché non posso dire di rifarmi a qualcuno in particolare. Posso dire che mi sono sempre piaciuti gli Eurythmics, ma è evidente che canto in modo assai diverso da Annie Lennox".

Chi sono i tuoi gruppi preferiti, attualmente?

"Ovviamente il disco di Alanis Morissette ha contato molto per noi cantanti donne. Ancora più che per il valore delle sue canzoni, per il fatto di essere uscita dallo stereotipo del "rock al femminile", che era sempre sospeso tra la "ragazza con la chitarra" e la poetessa un po’ isolata". Poi il fatto di averla conosciuta e aver aperto i suoi concerti in America è stato decisivo: siamo diventati amici".

A proposito di concerti, verrete in Italia a suonare?

"Mi piacerebbe. Ci sono un po’ di Festival e alcuni gruppi importantissimi che stanno cercando una band che a sua volta sta cercando di farsi conoscere meglio..."

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