Cè qualcosa di insolito, di sorprendente e di insolito, nella Nuova Compagnia di Canto Popolare. Quando li si incontra, si nota nei loro occhi e nei loro gesti la lieve e insieme malinconica solennità che appartiene ai componenti dei Madredeus o degli Inti Illimani. Laspetto di qualcuno che non poteva fare scelte di vita o di musica diverse da quelle che ha fatto. A questa sensazione si accompagna una considerazione: il nostro paese si innamora con grande facilità delle radici altrui, ed è un compito ingrato fargli scoprire il fascino delle sue.
Corrado Sfogli, anima del gruppo e autore della maggior parte dei testi e delle musiche, sorride:
"I Chieftains... Quando in Italia dici "Chieftains" la gente fa "Ah!" Se invece dici "Nuova Compagnia" la gente mica ha questo entusiasmo. Eppure io non credo che siamo da meno. Noi, i Ketama in Spagna, tanti altri gruppi, vengono sottovalutati in confronto ad alcuni che io rispetto, ma ritengo un po sopravvalutati, perché si guarda alla loro provenienza".
In ogni caso, alle soglie del nuovo millennio la Nuova Compagnia di Canto Popolare, nata nel 1967, è più viva che mai. Una longevità significativa per un gruppo come il vostro, in Italia.
"Beh, ma noi puntiamo direttamente al Tremila! E vero comunque che siamo un gruppo con una storia estremamente lunga, frastagliata, fatta a sua volta di storie di persona che sono entrate, che hanno collaborato, e magari poi hanno intrapreso strade proprie. Altre persone invece hanno continuato a credere nelle possibilità del gruppo, nella sua attualità. Io sono uno di loro, perché credo che ancor oggi la Compagnia di Canto Popolare faccia dischi con un senso, con un grande spirito di collettività. Grazie a questo spirito la Compagnia ha fatto dischi che hanno ancora valore oggi. Quindi, questo nostro traguardo del nuovo millennio è, se vogliamo, il risultato della voglia di arrivarci, di continuare a esserci".
Ma deve essere stato difficile tenere assieme il gruppo, continuare a crederci con il passare del tempo e con i cambiamenti interni e soprattutto esterni.
"Il nostro è un progetto cui hanno contribuito persone che hanno iniziato con noi questa storia e poi hanno intrapreso strade proprie: Peppe Barra, Roberto De Simone e gli altri. Io considero la Compagnia come un grande laboratorio musicale in cui le persone partecipano, collaborano con idee proprie musicali. Un gruppo estremamente aperto: unapertura salutare, per chi volesse fare un po di strada con noi, portando la propria storia a contatto con quella di ognuno di noi, e per chi a un certo punto ha deciso continuare il viaggio per conto suo".
Non hai mai avuto limpressione che non ci fosse più spazio per la NCCP?
"E successo negli anni 80. Ma non solo per la Compagnia: per tutti i gruppi che facevano il nostro tipo di ricerca, gli anni 80 sono stati un po drammatici. Non mi ricordo chi ha detto "La cosa più bella degli anni 80 è il fatto che siano finiti"... E stato un decennio che ha visto linvasione di un particolare tipo di musica pop da classifica, cui hanno fatto seguito la techno e altre musiche americane che sono arrivate in Italia e hanno subito impazzato. Per un gruppo che aveva sempre voluto tenere presente le proprie origini e la propria tradizione era un periodo veramente molto difficile. Poi cè stato un personaggio particolare come Peter Gabriel che stranamente, venendo da fuori, ha cominciato a seguire un certo percorso Gabriel ha cominciato ad appassionarsi di certi suoni e lavorare con certe persone, ed è arrivato a individuare una sorta di tradizione comune musicale come base da utilizzare per determinate esperienze, finendo col fondare unetichetta. Forse è sintomatico che per riscoprire la musica della tradizione ci sia voluto un personaggio esterno, che come lui era un po al di fuori dalla ricerca musicale "a tempo pieno. Da lui è partito un movimento di riscoperta della musica della propria terra cominciato proprio nei paesi anglosassoni".
Ma forse Gabriel non era completamente estraneo a certe suggestioni, come tanti gruppi pop dei primi anni 70: i Genesis, ma anche i Jethro Tull, per citare i primi che mi vengono in mente, attingevano a piene mani dalle antiche melodie popolari inglesi. Forse voi eravate lavanguardia di una tendenza comune anche al pop-rock più diffuso. Cè qualcuno di questi gruppi che voi ascoltavate e apprezzavate?
"Parecchi. Il primo nome che viene in mente a me è quello degli Amazing Blondel, un gruppo che faceva un certo tipo di ricerca sulla musica inglese del Settecento.
Tuttora siamo un gruppo che ascolta tutto: da Tricky a Sting a Pino Daniele: fare attenzione a tutto quello che ti succede intorno è molto importante per chiunque, e doppiamente per un musicista, perché ti dà la possibilità di allargarti verso nuovi orizzonti. Un gruppo non deve essere mai chiuso su se stesso ma sempre disponibile ad ascoltare altre sonorità, altri tipi di musica. Il nostro è un tipo di musica che per sua natura si confronta con altre culture, cerca larricchimento del confronto che da sempre sta alla base della vera arte. Per giunta noi veniamo da Napoli, che più di altre città del mondo ha avuto la possibilità di confrontarsi, nel corso della sua storia, con tutti i tipi di cultura, non solo di tipo musicale ma anche per quanto riguarda ad esempio pittura e scultura. Napoli è stata greca, bizantina, saracena, poi sotto le dominazioni di svevi, angioini, austriaci, magiari... E una città che nella sua storia ha sempre vissuto a contatto con influenze diversissime. Ci siamo abituati".
Nella vostra posizione di gente che "ci ha creduto prima" di tutti gli altri, che sensazione vi suscita la recente tendenza a parlare - e straparlare - di "contaminazione"?
"La parola "contaminazione" mi rende sospettoso. Ricordo quando è cominciata la moda di dire: "Facciamo musica mediterranea". Sentivo musicisti che probabilmente senza una vera consapevolezza di ciò che facevano parlavano continuamente di Mediterraneo. Magari pensavano: "Uso il bouzouki, quindi faccio musica mediterranea". Oppure: "Adesso ci metto un po di launeddas, ottengo questa atmosfera, come si può definire? Mi sa che è musica mediterranea".
Io credo che fare musica mediterranea oggi significhi essere animati da uno spirito che ti mettono in comunione con una storia, con la vita di popoli e i luoghi dove hanno vissuto. Questo è lo spirito fondamentale per porsi di fronte a unidea musicale, ma anche per usare uno strumento".
Molti si fregiano della moda della contaminazione ma in realtà non possono prescindere da un modernissimo sostegno ritmico, spesso elettronico.
"Sì, sento dire da un sacco di gente: "Io faccio musica di contaminazione, contamino!" Che cosa significa? Bah. Ti posso dire cosa significa per me. Nel nostro ultimo disco abbiamo fatto un brano strumentale che si intitola "Sole nel cielo basso". E un pezzo basato su due elementi fondamentali: cercare di confrontare la nostra musica con quella celtica. Ma senza mescolare per il gusto di farlo, di vedere cosa salta fuori. Abbiamo cercato di evocare alcuni echi di quella che noi riteniamo una grande storia e cultura, quella celtica, che noi riteniamo insieme a quella mediterranea e napoletana una delle più importanti. E poi siamo intervenuti con la nostra maniera di esporre la tarantella, finendo con lo scoprire che è molto simile a certi ritmi e certe misure tipiche della musica celtica: il tipico tempo in 6/8, la loro maniera di terzinare le frasi...Però lo abbiamo fatto con una nostra impronta, ricorrendo alla tarantella napoletana. Allora nasce una fusione di elementi, un incontro di mondi in un mondo solo: per raggiungere una certa espressività, queste due esperienze sono chiuse e collegate da un canto, da una fronda che è propria della nostra terra e finisce col collegare queste due storie
e portare il "sole" nel "cielo basso", perché gli abitanti di quelle terre sono chiamati il popolo dal cielo basso, per il fatto che lassù il cielo è sempre coperto dalle nuvole. Ecco un modo di dare senso alla contaminazione, avvicinando due culture".
Dalla fine degli anni 70, lelemento ritmico ha aumentato notevolmente il suo peso nella musica. In che modo la cosa ha avuto un riflesso nel vostro lavoro?
"Noi abbiamo sempre tenuto conto del fattore ritmico, e non solo della melodia. Forse oggi cè una nuova consapevolezza dellimportanza del ritmo, che effettivamente oggi è dominante. Ma già negli anni 70 proponevamo ritmi come la tammurriata. Poi oggi mi capita di sentir dire che alcuni pezzi nostri sembrano funky, per il fatto di aver accentuato certe caratteristiche. Sembrano funky? Non so neanche cosa voglia dire esattamente. Noi cerchiamo di trasmettere emozioni. Non so perché le si voglia etichettare a tutti i costi. Sono definizioni in cui non credo".
Non per difendere la categoria, ma forse sono definizioni inevitabili quando si deve descrivere la musica scrivendo e non facendola ascoltare...
"Può darsi, ma quello delle etichette, delle categorie è stato uno dei maggiori drammi degli anni 70: dover dire che cosè quello che stai facendo e perché lo fai, dover inquadrare le cose e darne una ragione precisa, inserirle in un disegno. Io oggi posso fare un brano che ha delle influenze celtiche, domani posso scrivere un brano pop-rock: nessuno me lo vieta, la musica è libera, e totale".
Cosa pensi di quanti si sono innamorati di tradizioni musicali straniere? In Italia ci sono ad esempio molti appassionati di blues, ma in questo periodo sembra che molti trovino radici musicali e unaffinità spirituale con culture musicali diverse dalla propria.
"Il blues nasce dalle stesse esigenze che hanno portato alla nascita di un certo tipo di musica dalle nostre parti. Il blues nasce quando gli schiavi negri vengono portati nei campi di cotone americani e attraverso questo canto esprimono quello che sentono, e cantano del loro destino. Da noi, molto prima, i contadini nei campi lavoravano cantando i canti popolari. Al di là della diffusione della cultura americana da noi, non capisco pienamente perché si cerchino certe mitologie in America, senza prima aver dato unocchiata in casa propria. Prendi le favole popolari. Le favole sono unite da tanti fili storici e antropologici comuni. Conosco gente che leggerebbe quelle irachene o iraniane e non quelle italiane, anche se la nonna gliene può raccontare di simili o più importanti, perché appartengono alla tua terra, e sono quelle cui dovresti sentirti più interessato, più legato. Forse hanno meno seduzione esotica. La forza della Nuova Compagnia è anche quella di credere in questo compito, di far assaporare e ritrovare queste cose interessanti".
Cosa farete nei prossimi mesi ?
"Adesso promuoviamo "Pesce do mare", il nostro ultimo disco. Facciamo la cosa che più ci piace, suonare dal vivo, in un tour in cui in molte date avremo ospiti i 99 Posse. Ancora una volta la voglia di confrontarsi, di trovare strade comuni. Loro sono come noi, un po eretici, persone che non vanno con la corrente. Per usare una frase fatta, sono "fuori dal coro": preferiscono essere eterodossi che ortodossi, e dire qualcosa che ti fa pensare. Noi per farlo ricorriamo alla poesia, loro sono più diretti. Però siamo due gruppi che hanno sicuramente tantissime cose in comune, e quindi questo confronto può essere unoccasione di crescita per noi e per loro".
Temo che una domanda sulla vostra partecipazione al Festival di Sanremo sia inevitabile, per due motivi. La vostra presenza ha attirato qualche critica, per esservi offerti alla macchina-Festival che poteva sfruttare il vostro nome per mostrare che non cerano solo canzonette.
"Sì, lo hanno detto di noi e degli Avion Travel. A noi Sanremo ha fatto bene, sicuramente. Perché credo che comunque col nostro brano abbiamo colpito nel segno, anche perché "Sotto il velo del cielo" è un brano assolutamente non sanremese, un brano che ha una storia alle spalle. Tra le righe del testo ci sono riflessioni sulla necessità di staccarsi dalla scienza, lasciarsi trasportare dalla poesia e immaginare - o riimmaginare le cose che possiamo avere perso. Il distacco tra la scienza e la religione, la scienza e la filosofia ha comportato per luomo delle grosse perdite, e oggi conviene tornare a guardare più in noi stessi e a credere di meno nel potere della scienza di dare una risposta. Perché la scienza da una parte ha reso possibili le cose che prima erano impensabili, ci mancherebbe, ma dallaltra ha sottratto il gusto dellimmaginazione. Il gusto del magico, della poesia, del rapporto con le cose più carnali. Esigenze che non possono essere soffocate, e probabilmente tornano fuori in qualche modo. Luomo ha bisogno di fantasticare".
Si dice che il Festival serva come passerella per il mercato estero. Voi come vi comportate, fuori dai confini?
"Ci sono alcune nostre cose che circolano, ma i nostri album non vengono stampati allestero. Siamo un gruppo che non ha nulla da invidiare certi grandi gruppi stranieri. Penso che non abbiamo ancora incontrato la persona creda fino in fondo nel nostro lavoro. Quando siamo allestero ogni volta che ascoltano la nostra musica ci dicono: "Bellissimo!, ma perché i vostri dischi da noi non vengono stampati?" Naturalmente non dipende proprio da noi, ma da quelli che sono gli interessi delle case discografiche: le vendite, e questioni più complesse, che hanno meno a che fare con la musica".
Vi divertite ancora con la musica?
"Certo, non faremmo questo mestiere. E un fatto basilare della nostra esistenza, anche se oggi essere musicisti è un lavoro molto complesso, prende la tua vita.
Ognuno di noi vive solo di questo, non cè un lavoro alternativo che ti dà la possibilità del giornaliero. Ed è un lavoro molto rischioso. Se suoni vivi, se non suoni muori... nel vero senso della parola".