Tra tecnologia e tradizione, senza
preconcetti e tempi in quattro quarti...

Lamb è una delle più strane creature della scena elettronica inglese. Louise, la metà femminile del progetto, cita come suo massimo punto di riferimento Joni Mitchell. Andy Barlow invece (l'altra metà di Lamb) ama alla follia la techno, l'acid house, ma anche la classica, il suono dei violini, le vibrazioni del free jazz. L'anello di congiunzione fra i due è la jungle. Drum'n'bass è spesso la formula usata da Lamb per esprimere confusione, passione, sgomento e una tristezza recondita mista a devastante euforia che fa subito venire in mente i tormenti dell'anima espressi da Portishead. In realtà non è così, anche se il feeling potrà a volte essere lo stesso. Andy e Louise, come Beth Gibbons e Geoff Barrow fanno collidere due mondi, quello della forma canzone e quello dei suoni, che per molti rimangono pianeti distanti anni luce. Ma Lamb, soprattutto con il nuovo album, "Fear of fours", dimostrano di avere originalità da vendere e di essere cresciuti come forse pochi act di elettronica hanno fatto in questi ultimi anni. Ma in che cosa sono cambiati i Lamb dal primo disco a "Fear of fours"? Lo abbiamo chiesto a Andy, ancora una volta in Italia, ancora una volta felice di essere in un paese come il nostro, dove, come dice lui stesso, "non si mangia la solita merda che ci propinano in Inghilterra".
Per il primo album ci siamo ritrovati in studio di registrazione dopo aver fatto soltanto due demotapes. Capite: dopo due canzoni eravamo già sotto contratto! E' successo tutto molto velocemente. Io e Louise ci conoscevamo da pochissimo tempo. Ma il problema non è questo. Ciò che è importante sottolineare è che allora non avevamo nemmeno la pallida idea di cosa volesse dire suonare dal vivo. Eravamo un progetto totalmente legato alle dinamiche da studio di registrazione. Oggi, a due anni di distanza dal nostro esordio discografico, le cose sono cambiate parecchio. In questo periodo abbiamo fatto un sacco di concerti in giro per il mondo, circa 200. E' un'esperienza che ci è servita tantissimo. Dal palco puoi capire quali sono i pezzi che funzionano. Insomma, capisci cosa vuole realmente la gente. E poi questa esperienza ci ha influenzato perché è cambiato il nostro modo di pensare agli arrangiamenti. Ora sappiamo che certi suoni, certi arrangiamenti sarà impossibile portarli dal vivo e quindi, per "Fear Of Fours", abbiamo ragionato in modo diverso dal primo album.

Spiegami il significato del titolo…
"Fear of fours" è chiaramente un titolo che ha a che fare con le ritmiche in 4/4 della techno e dell'house. Sono ritmiche da cui cerchiamo di stare lontani perché pensiamo siano riduttive sia in termini prettamente musicali che dal punto di vista emozionale. Credo che i ritmi, il suono che ogni timbro ritmico può dare, abbia a che fare con sfumature emotive diverse. E' chiaro quindi che se ti adegui alle ritmiche in 4/4 rischi di affossare la tua sfera emotiva e diventare noioso. E poi, oltre a ciò, c'è chiaramente il discorso creativo. Una battuta breakbeat, drum'n'bass o hip hop è molto più sofisticata di una in 4/4. Lascia molto più spazio alla creatività.

E in che modo direzionate la vostra creatività?
Ci sono canzoni in cui si inizia a lavorare su un loop, su un campionamento, su un frammento di ritmica che poi diventa scheletro su cui costruire il pezzo. Louise però non è molto addentro a queste tecniche di campionamento. Non ci capisce molto di programmazione e di computer e quindi si cerca anche di lavorare su degli accordi, su delle idee che ci vengono suonando. il concetto di fondo però rimane quello di non rimanere attaccati a nessun tipo di metodo lavorativo. La nostra parola d'ordine è "essere naive". Agire senza regole né limiti. Ci sono volte in cui lo scheletro di un brano, quello che dovrebbe essere la sua base, diventa qualcos'altro. Viene fuso con altre basi, con altri suoni, fino a diventare un altro pezzo. Altre volte un suono viene trattato a tal punto da diventare irriconoscibile o, al contrario, viene ripulito di ogni distorsione e altri filtri diventando suono riconoscibile, puro al 100%. Dipende da come si evolve il brano, da come sentiamo i singoli suoni all'interno di una canzone. Lo stesso è anche per la scrittura dei testi. Anche qui Louise non segue nessun tipo di regola. Ci sono volte in cui partiamo da un testo, da una melodia che ha scritto e poi ci aggiungiamo i suoni e volte in cui io le faccio sentire dei loop o delle ritmiche e lei pensa a delle parole che potrebbero funzionare all'interno della struttura sonora, anche se quello che cerchiamo di fare, la maggior parte delle volte, è pensare alle parole come allo scheletro del brano su cui poi cresce la carne, la musica. Penso sia un processo inverso a quello che usano le pop bands. Sono abituate a pensare alla musica e poi, alla fine, quando il pezzo è già pronto, immetterci delle parole, magari senza senso.

In questo album ci sono 14 brani. Penso che siano 14 pezzi di grande qualità. Quello che mi domando è; come avviene la scrematura dei pezzi? In che modo vi rendete conto della qualità dei brani? In che modo scegliete cosa mettere nel disco e cosa non pubblicare?
Oh, è stato molto semplice compilare la track list, oggi, per "Fear Of Fours", ma in generale per ogni lavoro che abbiamo fatto, perché siamo soliti finire un brano solo se ci convince. Se non ci convince non perdiamo tempo. Quindi quello che c'è in "Fear Of Fours" è tutto ciò che abbiamo scritto in questi due anni. Non esistono pezzi che teniamo nascosti nel cassetto e che useremo in altre occasioni. 14 sono i brani che ci convincevano. 14 sono i pezzi che sono andati su "Fear Of Fours". E ciò che ha determinato la qualità dei pezzi è il nostro modo di pensare alla musica; cerchiamo sempre di pensare alla musica come un'entità in movimento. Cerchiamo perciò di capire se il pezzo può avere un'evoluzione. Se non vediamo nessun tipo di evoluzione lo lasciamo perdere.

Da come parli mi sembra di capre che il concetto di evoluzione dei pezzi ti stia molto a cuore…
E' un aspetto importantissimo nella nostra musica. Credo che si debba considerarlo sempre se non si vuole rischiare di essere ripetitivi e uguali a dieci altri gruppi. Noi non vogliamo correre il pericolo di risultare scontati. E' per questo che, ogni volta che pensiamo a un pezzo, vogliamo che ci siano al suo interno degli elementi che garantiscano dei punti di rottura. Se vi capita di vedere il video di "B line" (il primo singolo tratto dall'album, n.d.r.), capirete di cosa sto parlando. La nostra musica è come quel video, come l'ultima parte di "B line", come un pezzo qualsiasi dei Nirvana o dei Nine Inch Nails. Un momento sai cosa stai ascoltando e un attimo dopo sei completamente spiazzato. finchè Lamb avranno questa capacità di sorprendere, di giocare anche con strutture solide come quella della pop song, i nostri pezzi avranno un'evoluzione e saranno originali.

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