Un album nato ‘da fermo’, come si diceva nella recensione. Eppure Lorenzo non smette di sorprendere per la curiosità e gli interrogativi che animano ogni suo disco e lo rendono diverso dai precedenti. E’ così anche questa volta, con canzoni suonate e registrate insieme ai suoi musicisti più fidati, lontane forse dalle ambientazioni etniche e maggiormente intimiste. Assente la parte più relazionale e ‘on the road’ che aveva animato L’ALBERO, i testi di CAPO HORN oscillano tra la quotidianità del privato e i mille interrogativi del futuro, alla ricerca di un equilibrio che Lorenzo si ostina ad inseguire…Iniziamo a parlare del nuovo album, CAPO HORN. Dopo un disco ‘in movimento’ come L’ALBERO, questo sembra scritto in un momento di maggior raccoglimento, quasi ‘da fermo’…
E’ vero, ma soltanto perché ho fatto quello che sentivo. E’ un disco che affianca al microcosmo personale - composto da me, dalla mia donna, dalla mia bambina – un macrocosmo legato all’idea dell’universo, delle stelle, delle grandi domande. Manca tutta la parte in mezzo, che è quella sociale, quella dell’incontro con gli altri. E’ un disco nato in un periodo in cui mi sono un po’ chiuso in casa, ma d’altronde è quello che è successo nella mia vita. Sai, non capita tutti i giorni che la tua donna sia incinta! Non puoi rimanere indifferente…non riesci più a scrivere. Io per otto mesi non sono riuscito a guardare più il telegiornale, non mi interessava più niente dei fatti del mondo; la mia testa era completamente presa dall’idea che stavo diventando padre, che iniziavo ad avere delle responsabilità reali nei confronti delle persone. E quindi l’influenza di un avvenimento del genere si sente, tanto nella scrittura che nel suono.
E’ un disco dallo spirito più raccolto…
Sì. Mi sentivo meno portato a fare dei pezzi di grande aggregazione ritmica, per così dire. Mi vedevo meno sul palco a cantare un pezzo per far saltare la gente, e invece preferivo l’idea di fare canzoni che potevo cantare con la chitarra.
E il titolo come l’hai scelto?
L’ho chiamato CAPO HORN per una questione di contrasti. Per lo stesso motivo per cui il mio disco più ‘espansivo’ si chiama L’ALBERO - che è invece una figura di grande radicamento. Il mio disco più introverso si chiama CAPO HORN che anche qui rappresenta in un certo senso l’opposto. Capo Horn è il luogo dello sradicamento, è il luogo della lontananza. Il Sudamerica finisce lì, dopo il Capo non c’è niente, c’è solo l’Antartide. E allora mi piaceva il contrasto tra titolo e contenuto.
Un titolo che riporta all’idea delle grandi mete… Sì, anche se CAPO HORN non è un disco di viaggio. Non è un disco da viaggiatori come poteva essere L’ALBERO, è un disco fatto volutamente con quattro musicisti. Non ci sono ospiti, non ci sono sonorità esotiche, è un disco abbastanza elettronico con un’orchestra che rappresenta invece il massimo della tradizione. Credo che il contenuto del disco e il suo titolo diano un giusto equilibrio generale, sono convinto che affermare una cosa negandola finisca per farle assumere ancora più forza. CAPO HORN è un titolo che dà equilibrio a questo album, se lo avessi chiamato “La Mia Casa” sarebbe sembrato un disco naif…
Comunque è un titolo di grande suggestione…
Capo Horn è il grande passaggio. Il posto in cui si incontrano i due oceani, il Pacifico con l’Atlantico, il punto più tempestoso della terra. Per doppiare Capo Horn dovevi essere un marinaio di grande esperienza. E’ un titolo che può avere mille significati come non averne nessuno, visto che in definitiva è un titolo che ho sognato. Le spiegazioni gliele ho date dopo, l’ho quasi giustificato a posteriori.
“Il punto più tempestoso della terra…” Ti sembra di vivere un momento del genere?
E’ sicuramente un momento di grandi tempeste interiori. Ritrovarsi padre a 32 anni è una cosa enorme. Forse se avessi avuto un figlio a vent’anni non me ne sarei neanche reso conto. E’ un fatto di attenzione, a 32 anni hai un’età per cui questa cosa ti fa riflettere un casino. Comunque mi rendo conto che parlare della paternità in qualche modo la banalizza, perché per ognuno è una cosa diversa, e infatti nel disco non ne parlo. “Per te” non è una canzone sulla paternità, è una canzone d’amore per la vita che nasce tutti i giorni.
E fuori dal microcosmo familiare cosa racconta CAPO HORN?
Quel titolo – lo ripeto – per me ha un sacco di significati, e porta con sé anche l’idea dell’azzeramento. Sono molto influenzato da questa fatidica data che sta per arrivare, il Duemila. Credo che sia un’occasione che ci viene data per riflettere su un sacco di cose, cade in un momento storico che non a caso sembra essere un momento di azzeramento. Oggi come oggi i punti di riferimento sono veramente pochi. La nostra cultura – nell’accezione intesa fino ad oggi - adesso vacilla completamente, l’idea stessa di società, di appartenenza a una scala di valori, non funziona più. Una volta era così, si condividevano delle idee, dei valori, dei modi di vivere, dei modi di mangiare, di affrontare la vita. A casa di mia nonna c’erano due quadri, che rappresentavano in una sorta di grafico molto naif le età dell’uomo e le età della donna. Erano tappe obbligate, riportate su quadri che trovavi spesso nelle case contadine di 50 anni fa. Quell’idea di tappe obbligate adesso non c’è più, come non c’è più l’idea di nazione…Bisogna reinventare una nuova società, crearne un’altra, non più basata sulla lingua e sui gusti, sulle usanze e sulla musica che si ascolta.
E allora, cosa ti aspetti?
Mah, non so… di certo il Duemila porta in sé dei semi di cambiamento enormi per il futuro. E’ difficile interpretare tutti i segnali e capire come sarà il mondo fra 200 anni. E poi ti nasce una bambina e questa cosa è come se puntasse un faro sul futuro. Per la prima volta capisci cosa sia la continuità: del mondo, delle cose, la tua che è rappresentata da un figlio. La vedi, la tocchi con mano e per cui l’idea di come sarà il futuro ti riguarda, perché in qualche modo ci sarai. Quindi ti poni il problema del futuro, perché la tua educazione di oggi sarà il bagaglio di tuo figlio quando avrà vent’anni e le sue responsabilità…questi sono i temi del disco, che poi non vuole essere un saggio… anzi uno ci lavora per cercare di farlo diventare emozione, metafora, sennò uno cambia mestiere e fa il giornalista…io preferisco leggere quelli che lo sanno fare.
Ma di fronte a domande così importanti, il vivere un’esperienza come la paternità non ti offre una risposta altrettanto importante, riportandoti alla naturalità dell’essere umano?
Sì, be’, questa è l’altra faccia. E’ una cosa che ti dà una grande forza, è come se tu la risposta ce la avessi tra le mani. Secondo me è un equilibrio instabile fra questi due opposti, tra la macroidea - la preoccupazione e l’interessarsi al mondo con tutti i suoi meccanismi in grande cambiamento - e la microidea contenuta nel concetto stesso di famiglia. Lo stesso vivere l’esperienza del costruire una famiglia porta in sé questo tentativo di equilibrio tra l’idea di famiglia che cambia e che non vive più con i valori con cui sono cresciuto e la famiglia reale, che è quella che hai tu ed è composta, nel mio caso, da una donna e da una figlia. Non è solo un’istituzione, è una cosa naturale, riguarda il tuo istinto … io non ho mai preso in braccio i figli dei miei amici perché avevo paura, mi sembrava di romperli… mia figlia aveva un minuto e l’ho presa in braccio come un cucciolo come se ce l’avessi sempre avuta.
Insomma, torniamo all’idea dei diversi contrasti che sono presenti nel disco..
E del resto sono questi contrasti che mi interessano, anche se io in realtà preferisco chiamarli equilibri. Ho sempre pensato che se no mi facessi queste domande, se non sperimentassi sulla mia pelle questi tentativi di ricerca di un equilibrio probabilmente non farei dischi. E invece questo è il mio modo di fare, considerare le esperienze che vivo come un’officina dalla quale trarre delle canzoni, delle storie, delle riflessioni.
Sei curioso di sapere come il pubblico accoglierà CAPO HORN?
Certo. Mi interessa molto il giudizio di quelli che mi seguono perché sono i più attenti, e non sto parlando dell’opinione che si faranno dopo il primo ascolto del disco. Voglio conoscere il loro parere dopo un poco, perché ad esempio per L’ALBERO mi sono arrivate molte e-mail di protesta ma poi, dopo, l’album è piaciuto. Per questo disco ho chiesto – scherzosamente, sul mio sito internet - una recensione senza averlo ascoltato, e parecchi mi hanno scritto di non dimenticare l’Africa!
Quale credi che sia la caratteristica comune ai tuoi dischi?
Credo che abbiano tutti un forte spirito vitale. Non ce ne sono molti di dischi così. La volontà di celebrare l’esistenza - anche in un modo un po’ epico, nel senso più ‘cialtrone’ della parola - è la caratteristica dei miei dischi da “Lorenzo ’94”, e questa è la cosa che la gente ricerca.
Anche dal punto di vista del concerto pensi di recuperare una dimensione più raccolta?
Non mi sono fatto ancora un’idea di come sarà lo show dal vivo, però penso che sì, sarà una cosa più piccola, dopo il grande impegno per L’ALBERO.
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