Abbiamo incontrato una delle band più coccolate dalla stampa d'oltremanica. Ecco il racconto della presunta ‘svolta politica’ dei BRMC...

Di primo acchito Robert Turner, voce e basso dei Black Rebel Motorcycle Club, può essere scambiato per l'ennesima rockstar annoiata e piuttosto insofferente alle routine promozionali che il successo comporta. Turner è in realtà il tipo di artista pronto ad aprire il cuore - e la mente - anche in occasione della domanda più generica. Quando Rockol lo incontra, il bassista di una delle band più apprezzate dalla stampa britannica è stravolto da una giornata passata a rispondere domande, e a poche ore da un volo per il Canada che lo riporterà in studio ad ultimare la preparazione del tour che seguirà alla pubblicazione del secondo disco, “Take them on, on their own”, in uscita in questi giorni. Ciò, però, non gli impedisce di essere comunque estremamente disponibile e paziente, anche quando gli si domanda "perché non sente di appartenere alla propria generazione"....

Perché avete scelto di realizzare un album "politico" fin dall’esortazione del titolo, “Take them on, on their own”. Sempre che al vostro nuovo lavoro possa essere accostato un aggettivo simile...
Non saprei se il nostro nuovo disco possa essere definito "politico"... Sì, effettivamente ci sono degli aspetti marcatamente espliciti, ma ci preoccupa il fatto che la gente possa considerarci un gruppo politicamente schierato, cosa che noi non siamo affatto. I Rage Against The Machine, per esempio, sono un band militante perché certe istanze politiche e sociali fanno integralmente parte della loro musica: in "Take them on, on your own" c'è forse solo una canzone che potrebbe definirsi davvero politica...

Però in alcuni testi fate esplicito riferimento alla realtà sociale che vi circonda. Ad esempio, "Six barrell shotgun" allude forse alla diffusione delle armi negli USA, che pare essere una vera e propria piaga sociale?
Beh, in realtà preferisco leggerla più come un'analogia musicale: vedere la chitarra come un'arma. L'arma ha sei canne, la chitarra sei corde... Certo, la questione relativa alla diffusione delle armi da fuoco negli USA è molto sentita, ma viene comunque trattata con molta ipocrisia. Pensa che proprio a causa di questa canzone abbiamo dovuto mettere sulla confezione di "Take them on.." la famigerata 'etichetta "Parental Advisory", quella che dovrebbe indicare ai genitori i contenuti "adulti" di un album… Sarebbe anche divertente, se non fosse per il fatto che non ci vedo nulla da ridere...

C'è un altro brano, intitolato "Us government", dove canti "I spit my faith on the city pavement"...
Questo è forse l'unico passaggio che si possa definire esplicitamente politico. E' un messaggio forte e chiaro, che si commenta da solo. Ma è solo una delle tante sfaccettature del disco: realizzando "Take them on..." abbiamo cercato di catturare diverse sensazioni e di trasformarle in canzoni. Logicamente ci sono "feeling" positivi e altri negativi: fa tutto parte del gioco. Ma davvero la rabbia che possiamo esprimere con la politica non ha molto a che fare, a volte...

In un altro pezzo, in effetti, dici di non sentirti a tuo agio in questa generazione: perché?
(Dopo un minuto circa di silenzio) Mmmhhh... E tu? Ti senti a tuo agio?

Non molto...
Neanch'io. La cosa che mi da più fastidio è l'ottimismo che sembra regnare oggi. Nonostante tutto quello che succede sembra sempre che ci sia una speranza di cambiare le cose, di migliorare. Per non parlare poi della gente che considera questo un mondo perfetto. Ma nel complesso è la mentalità della massa, i tic e i gusti delle persone che ti circondano a lasciarmi sconcertato: la sensazione che ho è di trovarmi completamente fuori luogo ovunque.

Complessivamente, con questo disco, avete raggiunto una tappa importante della vostra carriera...
Sì, è stato un passaggio importante. Abbiamo cercato di farlo con cura, prendendoci il tempo necessario, senza metterci fretta. Abbiamo avuto modo di mettere a frutto l'esperienza che ci siamo creati in questi anni, cercando di dare il meglio e di sfruttare al massimo la situazione. Certo, la vita on the road l'abbiamo nel sangue, quindi la vita da tour un po' ci è mancata. Ma tutto sommato credo che sia stata un'esperienza bella e importante, che ci ha fatto crescere.

Tuo padre, se non erro, è anche il vostro tecnico del suono. Che effetto di fa girare ancora col papà al seguito?
E' molto bello, e soprattutto è comodissimo, perché tra noi non ci sono barriere di alcun tipo e lavorare è molto semplice: con noi si trova bene e si diverte molto. Per me, in ogni caso, è una sensazione stupenda essere in tour. Oltre ad esserci mio padre ci sono anche i miei compagni di gruppo e la mia ragazza: siamo legati come fossimo una vera e propria famiglia, e questo ci rende forti ed estremamente compatti. Hai presente la sensazione che si ha quando si è circondati da persone delle quali ci si possa fidare cecamente? Ecco: questo è quello che provo quando sono in tour.

(Davide Poliani)

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