Neanche Peter Gabriel è riuscito a fare tanto. L’ex Genesis ci ha messo 10 anni per dare un seguito ad “Us”, con il recente “Up”. Mauro Pagani è riuscito a battere questo “record”: “Domani” arriva 12 anni dopo “Passa la bellezza”. Il paragone è un po’ improprio, ce lo perdonerete… E, certo, Pagani è stato tutt’altro che fermo in questo periodo. Ha messo in piedi dei bellissimi studi di registrazione, i Next/Officine Meccaniche nei quali lo incontriamo. Un luogo d’altri tempi, che si affaccia sui Navigli Milanesi e trabocca di storia e di ogni sorta di strumento o macchinario, eppure modernissimo. E ha lavorato e collaborato con moltissimi musicisti. Finalmente, dopo avere abortito un disco sei anni fa, lo scorso autunno ha messo mano alle idee degli ultimi anni, e ha prodotto questo bellissimo “Domani”. Pagani lo racconta così…
Sono passati 12 anni dal tuo disco precedente “Passa la bellezza” a questo “Domani”. Come mai?
In realtà nel ’96 avevo un disco pronto. Poi l’ho ascoltato bene, e ho deciso che era veramente brutto, e l’ho buttato via. “Domani” arriva dopo gli ultimi 6 anni, quindi, perché di quell’album è rimasto un pezzo solo, tutto il resto è stato scritto da capo. Ci ho messo comunque parecchio, ma ho fatto comunque molte altre cose nel frattempo, su tutto mettere in piedi questi studi di registrazione, le “Officine meccaniche”. Questo è stato un lavoro titanico. E poi le tante produzioni che ho curato…
Lavorando per così tanto tempo sul disco, non c’è il rischio di perdere il bandolo della matassa?
Il discorso è questo: non ho scritto un pezzo per volta e poi messo lì materiale in attesa di finire il tutto…Ho scritto i pezzi, poi a ottobre dell’anno scorso li ho presi in mano e li ho finiti e registrati. Il disco è stato finito in sei mesi. Quindi c’è un’ispirazione compositiva che riguarda gli ultimi 5 o 6 anni, ma questo disco è stato registrato tutto assieme.
Questo tuo nuovo disco è stato per lungo tempo una sorta di leggenda metropolitana della musica italiana, di cui tutti parlavano ma che non si vedeva mai…
Devo dire la verità: essermene liberato, nel senso positivo, è una bella sensazione! Dietro il finire un disco ci sta soprattutto la capacità di prendere delle decisioni. Ormai ogni cosa si può fare in un modo o in un altro, un brano può essere acustico, rock, elettronico, tirato, post-questo, after-quello… A un certo punto, riuscire ad avere il fuoco vuol dire essere in grado di dire “bene, lo faccio così”. Il resto è lavoro, piacevole lavoro.
Questo disco sembra una summa dei tuoi vari percorsi musicali: c’è l’impronta cantautorale, l’elettronica, la world music…
Fare un disco per un musicista come me è come tracciare un bilancio della propria vita. Ho fatto tante cose, e ognuna di queste cose è stata un po’ un evo, ha lasciato un segno. Ho fatto prima musica classica, poi blues rock, poi progressive, poi musica dal mondo. Da quindici anni mi interesso di un po’ di tutto quello che si sta mescolando nel famoso “melting pot”.
In realtà questo è album è una fotografia di come sono fatto io: un musicista adulto che ha fatto di tutto. Non mi fa differenza fare un pezzo cantautorale, elettronico o etnico: tutto e tre queste anime fanno parte del mio presente, non solo del mio passato. Ho cercato di evitare gli autocompiacimenti, questo sì. E infatti questo è un disco nel quale c’è poco strumentismo.
Ci sono un paio di canzoni con testi molto duri rispetto alla situazione in cui viviamo. Come ti è venuta questa voglia di “denuncia”?
Perché non riesco a non incazzarmi, e cerco di trasformare questa incazzatura in energia positiva, in voglia di fare e cambiare. La verità è che se oggi uno si guarda in giro non può non avere voglia di gridare. E la nostra situazione è solo uno fotografia del disastro mondiale: stiamo facendo dei passi senza ritorno. Noi saremo ricordati e derisi dai nostri nipoti come quelli che hanno creato questo disastro.
Del disco si notano ovviamente gli ospiti: Raiz, Morgan, Ligabue…
Tre ospiti per tre ragioni diverse. Luciano perché abbiamo iniziato a collaborare insieme.. Il pezzo, “Fine febbraio” è probabilmente il meno mio del disco, è un frammento che Luciano mi aveva dato, chiedendomi di provare a lavorarci e vedere cosa ne veniva fuori. Poi non è finito sul disco di Luciano perché lui ha fatto altre scelte, più orientate al mainstream, però a me piaceva. Ci ho aggiunto un inciso, l’ho allungato e ho chiesto a Luciano di inserirlo nel mio disco, per il gusto di farlo.
Le collaborazioni con Morgan e Raiz son figlie di una grande stima personale. Spesso non sono stato d’accordo su parecchie delle sue scelte d’immagine, ma credo che Morgan sia un grande artista, uno di quelli che rimarranno nel tempo. Quanto a Raiz, è un grande cantante, poche storie. Li ho invitati per il privilegio di avere due grandi musicisti nel mio disco.
C’è qualche ospite che avresti voluto e non sei riuscito a coinvolgere?
Forse una presenza femminile: Quella che avevo in mente era Annie Lennox. Ci conosciamo da un bel po’ di tempo, siamo amici. Ci siamo detti che avremmo fatto qualcosa assieme, poi ci siamo persi, lei abita in capo al mondo e alla fine non è successo. Succederà la prossima volta, spero. Poi c’è tanta gente che mi sarebbe piaciuto avere: Gabriel, David Byrne, Clapton… Ma non volevo che questo fosse considerato un disco di duetti. E’ un disco che ha una sua identità complessa ma forte; non volevo che venisse scambiato per una passerella. E poi mi sono divertito molto a cantare io…
Delle tue numerose collaborazioni di questi anni, qualcuna ti ha segnato particolarmente?
Se devo dire una in particolare, devo citare Fabrizio De André, perché è una persona da cui ho veramente imparato tanto. Anche se ogni lavoro che fai ti lascia qualcosa: recentemente ho collaborato con Vecchioni, che è un bravissimo autore di testi. Ho lavorato pure con Jannacci, che mi ha dato tantissimo: è una gran persona, di un’intelligenza superiore…
In fin dei conti è più facile giudicare gli altri che sé stessi: fare il produttore significa dire a qualcuno qua sbagli, qua va bene… Non è facile trovare qualcuno che vada oltre questo tuo ruolo e che ti insegni pure qualcosa...
Un’ultima domanda: dobbiamo aspettare altri 12 anni per il prossimo disco?
No, anzi, ora sono cavoli vostri. Adesso che ho risistemato un po’ le cose, che ho rimesso a posto alcuni disastri della mia vita dai quali ho faticato un po’ a riprendermi, sto già pensando al disco nuovo, per assurdo. Voglio passare i prossimi anni poco in studio ma molto in giro a suonare e scrivere, finché sono dotato di buona salute. Adesso posso ancora farlo bene, tra vent’anni non so…
(Gianni Sibilla)