Nonostante i milioni di dischi venduti, Ricky Martin dimostra di aver raggiunto una maturità ed una lucidità che pochi, nel suo campo, possono vantare: già il fatto che continui a definirsi un "intrattenitore" e non un artista la dice lunga sulla sua visione di se stesso. Lo abbiamo incontrato a Milano: quando ci riceve nella suite del suo albergo, in occasione della promozione di "Almas del silencio", il suo ultimo album, Ricky inizia a conversare in italiano; solo successivamente, e dietro richiesta del suo ufficio stampa, Martin chiederà di passare all'inglese, per esprimersi meglio e più in fretta. La carne al fuoco, infatti, non è poca: musica, ma anche viaggi (rigorosamente d'istruzione), piaghe sociali e una riflessione su quella che viene definita "musica latina"...Come vorresti introdurre il tuo album, "Almas del silencio", al pubblico italiano?
Dopo aver passato 2 anni di fila in giro per il mondo a fare concerti avevo bisogno che la macchina che ruotava attorno a me si fermasse: avevo bisogno di tempo per scrivere canzoni, per ritrovare un equilibrio. 'Almas del silencio' è nato così, in modo assolutamente naturale. Volevo un disco che fosse realmente internazionale, e che non risuonasse solo di echi latini, ma anche africani, caraibici, orientali ed altro. Del resto sono originario di Portorico, un vero e proprio crocevia di razze e culture...
Per questo disco hai scelto di tornare alla tua madrelingua, lo spagnolo...
(Ride…) I miei discografici continuavano a dirmi: fallo in inglese, mi raccomando. Io, invece, sentivo proprio il bisogno di tornare allo spagnolo: del resto questo disco è molto spontaneo, naturale, e non avevo nessuna voglia di forzare un processo creativo per compiacere qualcuno. Così mi sono limitato a rispondere: 'Il prossimo lo faccio in inglese, lo giuro. Ma adesso lasciatemi cantare in spagnolo'
Le cronache internazionali ti danno sempre in giro per il mondo, impegnato in vari progetti...
Sono reduce da due anni di tour ininterrotto, e sono molto stanco: questa stanchezza, però, è stato forse l'elemento che ha saputo darmi l'adrenalina giusta per realizzare questo disco. Non mi sono limitato, però, a girare il mondo in tournée: di recente, infatti, sono stato in India per supportare un'associazione che avvia le donne al lavoro, togliendole dalla strada. E' stata forse l'esperienza più edificante che abbia fatto in vita mia. Ora non voglio dire delle banalità, ma considerate che io da quando ho 15 anni giro con un jet privato per gli hotel più lussuosi del mondo; ritmi come questi possono distoglierti da quelle che sono le cose veramente importanti, nella vita. In India mi sono ritrovato in una realtà completamente diversa, tra persone che ogni giorno lottavano per sopravvivere: è stato molto salutare vivere questa esperienza, sia come uomo che come artista.
Il tuo impegno sociale non finisce qui..
Sì: di recente ho dato vita ad un'associazione che si chiama "People for Children", che combatte a livello mondiale per i diritti dell'infanzia. In particolare, l'obiettivo dell'ente è arginare il fenomeno del traffico di materiale pedopornografico, assicurando le organizzazioni criminali e i clienti che sfruttano questo mercato alla giustizia. Penso infatti che il fenomeno della pornografia, negli ultimi anni, sia diventato una piaga peggiore che quella della droga. Non c'è cosa più importante che assicurare ad ogni bambino un'infanzia felice...
Non sto cercando di fare il superman, sto solo provando a sfruttare la mia notorietà per cause nobili: non voglio prendermi nessun merito in proposito, perché credo che il dovere di ogni intrattenitore, come sono io, sia quello di mettere a disposizione della comunità i propri mezzi.
Tornando ad argomenti più squisitamente musicali, cosa puoi dirci del tuo rapporto, come artista, con la musica latina?
Il mio retaggio musicale affonda sicuramente le radici nelle tradizioni della mia terra, Portorico, ma tuttavia faccio un po' di fatica a definire che cosa sia la "latinità". Quando ero molto giovane amavo il rock americano e anglosassone, e mia madre mi diceva sempre: "Non morirò prima di vederti cantare la musica che ti appartiene". Allora non ci pensavo neanche lontanamente, poi, crescendo, mi sono accorto di quanto sia importante avere saldi i legami con le proprie origini. Soprattutto perché la musica, a Portorico, è quasi una questione politica: i benestanti infatti ascoltano musica anglofona, mentre le classi meno abbienti sono fan delle sonorità latine. Tra gli anni Settanta e Ottanta, però, qualcosa è cambiato, e noi portoricani abbiamo iniziato ad andare orgogliosi della nostra musica: eravamo repressi, e ci siamo liberati.
Come già molti tuoi colleghi hanno fatto, hai mai pensato ad una carriera "parallela" sul grande schermo?
Sì, più di una volta, ma ho visto anche alcuni miei illustri colleghi fallire miseramente. La recitazione mi affascina, ma non voglio fare il passo più lungo della gamba: prima di imbarcarmi in un progetto del genere vorrei leggere diverse sceneggiature, parlare con molti registi e soprattutto avere le idee chiare in testa sul da farsi. Non ci si improvvisa attori. Se dovessi però scegliere un progetto cinematografico, sicuramente mi piacerebbe realizzare un musical stile anni Cinquanta.
E musicalmente, cosa ti riserva il futuro?
(Ride) I miei discografici non saranno per nulla contenti... Ok, ho già pronto un album cantato in inglese, che uscirà nel 2004: questo mi porterà, nei prossimi mesi, a fare molta promozione, ma pochi concerti. Comunque niente paura: dall'anno prossimo si ricomincerà a verdermi su un palco.
(Davide Poliani)