Sono passati quattro anni da “Dead bees on a cake”, ultima prova di studio di uno degli “artisti” per cui questo termine è davvero meritato, e non una semplice convenzione: David Sylvian. L’ex leader dei Japan, ormai da quasi vent’anni lavora come solista non solo a progetti musicali, e quando si concentra sulla musica lo fa in modo sempre originale, ma vincolandosi alla canzone e alla sua voce, ma sperimentando con le avanguardie contemporanee, con il jazz. “Blemish” è il suo nuovo disco di studio. Segue due compilation che hanno segnato la fine del contratto con la Virgin Records, ed è il primo prodotto della SamadhiSound, etichetta da lui stesso fondata per avere maggiore liberta artistica. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare questo passaggio cruciale della sua carriera"Blemish" è il tuo primo disco di inediti da quattro anni a questa parte. Per te fare dischi è un lungo processo?
No, non sempre. Solitamente porto avanti diversi progetti contemporaneamente. Quando arriva il momento di concentrarsi sullo scrivere nuovo materiale, mi focalizzo sul progetto che ha la forma più definita nella mia mente, quello che mi eccita di più. La scrittura spesso richiede relativamente poco tempo, ma la produzione vera e propria può essere un processo più lento. “Blemish” è stato scritto, registrato e mixato nel giro di sei settimane.
In questo disco hai fatto tutto da solo, ricoprendo pressoché ogni ruolo: produttore, compositore, performer, ingegnere del suono. Come mai?
Ovviamente, è un disco molto personale. Non volevo compromettere questa intimità coinvolgendo troppe altre voci. Derek Bailey e Christian Fennesz hanno però dato dei contributi importanti, e insieme al mio lavoro, questo era tutto ciò di cui c’era bisogno per dare vita a questo disco.
Quelle che hai citato sono le due evidenti eccezioni a questa regola “solitaria”. Come hai deciso di coinvolgere il chitarrista free-jazz Derek Bailey e il musicista elettronico Christian Fennesz?
Durante il periodo di gestazione, quello in cui stavo sviluppando l’idea di “Blemish”, ascoltavo spesso alcuni –pochi- artisti. Uno di questi era Derek. Ho intuito un forte legame tra alcune cose del suo lavoro e il panorama emotivo che avevo in testa per “Blemish”. Sapevo che, se questo disco avesse effettivamente visto la luce, Derek avrebbe dovuto farne parte. Volevo affrontare la sfida che il coinvolgimento di una personalità come la sua avrebbe comportato al mio ruolo di cantante e scrittore. Per quanto riguarda Christian, volevo aggiungere un arrangiamento elettronico ad alcuni passaggi, ma non avevo nessun artista particolare in mente. Christian mi ha mandato alcuni suoi lavori, prospettandomi una collaborazione futura possibile. Quando ho sentito questo materiale ho capito di avere trovato l’artista che stavo cercando.
"Blemish" ha un suono molto minimale rispetto ai tuoi ultimi lavori.
Ero e sono convinto che questo approccio fosse quello più adatto al materiale. In questi anni ho provato a lungo a svestire e essenzializzare il materiale che scrivevo. Per esempio, alcuni brani al dobro che ho registrato con Bill Frisell possono essere visti come un’anticipazione del lavoro di “Blemish”. Ma ci sono altri esempi, forse meno evidenti, a sostenere l’idea che questa estetica minimalista ha quasi sempre fatto parte del mio lavoro.
Nel frattempo, dopo la pubblicazione di due raccolte, ti sei separato dalla Virgin, che è stata la tua casa discografica pressoché dai tuoi esordi. Come si è giunti a questa separazione?
Era una conclusione quasi scontata. La Virgin è cambiata in modo radicale, quasi drammatico, negli ultimi otto anni che sono stato con loro. Non la sentivo più come una casa. Il livello di indifferenza da parte dei dirigenti nei confronti del mio lavoro era enorme, e mi sono stufato di doverlo affrontare ancora.
Credi che, in qualche modo, le major limitino troppo la creatività di un artista?
E’ spesso un caso innegabile, per ragioni ovvie. Altrettanto ovviamente, le major possono funzionare, se vedono in un artista un potenziale commerciale. Quando succede, investono milioni per un progetto. Questo non è necessariamente negativo, se l’artista in questione ha comunque una visione personale e del talento.
"Blemish" è stato pubblicato dalla Samadhisound, l’etichetta che tu stesso hai fondato. Quando hai preso questa decisione?
Fondamentalmente non è che volessi diventare un uomo d’affari. Ma ho dovuto un po’ calarmi nel ruolo, perché volevo creare uno sbocco per artisti che diversamente non avrebbero avuto la possibilità di farsi sentire. E, ovviamente, volevo poter tutelare direttamente la mia libertà.
Sono stato sotto contratto con una major per tutta la mia vita adulta, e non volevo rinunciare ora alla mia libertà. Ho preso questa decisione di fondare la mia etichetta prima ancora di iniziare a lavorare a “Blemish”. Questa decisione, da sola, ha dato un grosso impulso alla mia immaginazione. Mi sono sentito senza vincoli, in maniera unica, mentre componevo questo materiale.
La Samadhisound pubblicherà il lavoro di altri artisti, quindi… Come li sceglierai?
Se tutto va bene, credo che sarà la casa di un ristretto gruppo di musicisti. Il processo di selezione sarà basato su un criterio puramente personale: sceglierò chi o cosa mi sfida, mi piace, mi tocca o mi eccita come ascoltatore.
Prima dicevi che solitamente porti avanti diversi progetti contemporaneamente. A quali stai lavorando ora? Saranno pubblicati dalla Samadhisound?
Attualmente sto lavorando ad una collaborazione con mio fratello, Steve Jansen. I risultati di questa partnership si potranno sentire all’inizio del 2004. Steve sta anche lavorando al suo album di debutto solista, che verrà pubblicato dall’etichetta. In più, ho lavorato con Ryuichi Sakamoto e a un possibile contributo al nuovo disco di Chris 'Tweaker' Vrenna.
Ti vedremo in tour a supporto di “Blemish”?
Andrò in tour quest’autunno. Sarà una performance nuova, diversa da tutte quelle che ho fatto in passato. Lo strumento principale sarà un computer portatile. Ci sarà Steve con me, e probabilmente un giovane artista giapponese di nome Takagi, che si occuperà dell’aspetto visivo, curando un mix di immagini prodotto dal vivo.
(Gianni Sibilla)