Con il successo di "My friend", Andy Cato e Tom Findlay, i due titolari
della sigla Groove Armada, hanno dimostrato di poter uscire dalla scena dei
club e farsi ascoltare dal grande pubblico. Qualcuno arriccia il naso (Andy
racconta che la stampa dance inglese già da tempo ha "bandito" i Groove
Armada) ma i due DJ/remixer/musicisti inglesi non sembrano interessati a
vestire i panni dei puristi della club culture. Infatti il recente "Lovebox"
mostra soprattutto le loro capacità nello scrivere potenziali successi pop
senza cadere nella trappola della commercialità più scoperta e facilotta. E,
come ci racconta Andy Cato, il duo si rende perfettamente conto di avere in
mano un lavoro che potrebbe raggiungere buoni livelli di vendite. Magari
anche con l'aiuto di qualche spot pubblicitario, come è già accaduto in
passato. Avete dichiarato che il vostro ultimo album è nato anche come reazione alla noia della chill-out music di oggi. Cosa pensate che non vada nel genere?
Penso che ci sia sempre stata musica che si possa definire chill-out. Pensa ai dischi di Marvin Gaye, ad esempio: per me quella è grande musica chill-out. Il problema è che, una volta scoperta questa definizione, tutti hanno cercato di saltare su quel treno. Il risultato è che sono state pubblicate moltissime compilation noiose, tutte molto simili. E questo alla fine ha ucciso il genere.
Pensi che la scena fosse diversa qualche anno fa?
Sì. Quando scrivevamo pezzi come “At the river”, non stavamo cercando intenzionalmente di comporre un brano chill-out, volevamo solo fare musica che avesse dell’anima. Come ti dicevo, nella nostra collezione di dischi c’è molto spazio per artisti come Marvin Gaye, insieme a musica più fisica, con un maggiore impatto ritmico. Per questo non ci siamo mai limitati a uno stile specifico. Però quando entri in un negozio di dischi e vedi scaffali pieni di compilation che hanno in scaletta “At the river” insieme a suoni del mare e degli uccelli, e questo viene chiamato chill-out, be’, penso che la cosa proprio non funzioni.
Come vedi la cosiddetta club culture inglese al momento? So che voi non amate molto i locali di grande richiamo e i DJ strapagati.
Molti DJ si sono fatti un sacco di soldi limitandosi a suonare sempre gli stessi dischi. Il punto è che molti di quelli che frequentano i club più famosi hanno a casa un turntable e si sono resi conto che pagavano parecchio per serate che non erano niente di speciale. Così in tanti hanno cominciato a voltare le spalle ai megaclub. Il motore principale della club culture è il fatto che c’è un sacco di gente a cui piace ballare e penso che questo spirito continuerà a vivere in locali più intimi, dove è più facile per i nuovi DJ proporre musica nuova e interessante.
Credi che ci sia bisogno di una mentalità più aperta dal punto di vista musicale?
Certo, perché ho visto spesso che radio o DJ che tentano strade nuove riescono a trovare gente che ascolta. Sfortunatamente, adesso non sono in molti ad assumersi il rischio di farlo.
“Lovebox” è il vostro modo per affermare questa necessità di apertura?
Fin dall’inizio ci interessavano cose musicalmente diverse. Quando siamo in tour, tendiamo ad ascoltare prevalentemente “Abbey road” dei Beatles. Di recente abbiamo fatto molti concerti e sul palco ci presentiamo con una tradizionale formazione da gruppo rock. Questa volta volevamo catturare quel suono anche in studio.
Il che spiega anche il campionamento degli Status Quo in “Purple haze”, una mossa abbastanza inaspettata da parte vostra.
Penso che dal ‘68 al ‘75 gli Status Quo siano stati un ottimo gruppo. Poi sono crollati.
Ma non sono certo quello che si definisce un gruppo “cool” per chi frequenta i club.
Per niente. Ma molta gente ballerà su quel pezzo senza neanche sapere che c’è un riff degli Status Quo, e quindi saremo noi a ridere per ultimi...
Ho letto che avete anche intenzione di invitare Francis Rossi sul palco con voi. E’ vero? Come pensate che reagirà il vostro pubblico?
Il suo tour manager è il padre del nostro tour manager, quindi c’è un contatto diretto ed è probabile che lo ospiteremo in uno dei nostri concerti. Sarà probabilmente un suicidio professionale, ma non importa.
Non vi preoccupate di eventuali fallimenti commerciali?
No, in realtà penso che il nostro spettacolo sia abbastanza solido da poterci permettere anche qualcosa di insolito e interessante. In “Lovebox” ad esempio c’è Richie Havens e sarà con noi anche per alcuni concerti importanti.
A proposito di Richie Havens, non avete provato a fargli suonare qualcosa, visto che era noto per avere uno stile molto originale alla chitarra?
A dire la verità sì, abbiamo fatto qualche tentativo perché ci piace il suo modo di suonare. Il problema è che è molto libero ed è difficile far quadrare le sue parti con sequenze ritmiche fatte al computer.
Questa volta vi siete molto avvicinati al modello tradizionale di canzone pop. Volevate arrivare a questo risultato?
Come ti dicevo, l’obiettivo principale era quello di fare qualcosa di simile al suono che abbiamo sul palco. Stavolta non avevamo intenzione di pensare troppo a quello che stavamo suonando, solo buttarci e farlo, senza molte complicazioni.
Anche Neneh Cherry ha collaborato al disco. Come mai l’avete scelta?
Ci siamo conosciuti attraverso amici comuni. Ha una voce carica di soul, una qualità che non molto facile trovare di questi tempi.
So che avete avuto problemi con i permessi per l’utilizzo di alcuni campionamenti. Siete stati costretti a rinunciare a qualcosa?
Sì, nella versione originale di “Final shakedown” c’era un sample preso da Eddy Grant. Era solo una piccola parte della sezione ritmica, ma dava alla canzone un fantastico sapore afro-funk. Il problema è che dovevamo dare a Eddy il credito come autore e ci ha chiesto il 90 per cento dei diritti sul pezzo. Così abbiamo dovuto rinunciare ed è stato davvero un peccato.
In questi anni avete fatto diversi remix. Pensi che abbia ancora senso farne? Immagino che per voi siano un buon affare, ma francamente non mi capita spesso di ascoltare remix che migliorino radicalmente le versioni originali.
In UK è un mercato che sta morendo. L’idea di fare quattro o cinque remix dance di un pezzo per promuoverlo nei club e farlo andare in classifica non sembra funzionare più, quindi sta scomparendo lo scopo principale dei remix. Comunque, sono d’accordo con te: una buona canzone funziona per ciò che è e un remix non cambia molto la cosa.
Ne farete ancora per i vostri pezzi?
Sì, ne abbiamo in programma un paio, ma non saranno l’attrattiva principale dei prossimi singoli, per i quali abbiamo intenzione di usare soprattutto registrazioni fatte durante i concerti alla Brixton Academy. Molta gente è venuta a quegli spettacoli e le reazioni sono state splendide. Ci sembra giusto offrire un ricordo delle serate a chi si è divertito.
Cosa vi aspettate da "Lovebox"? Ha buone possibilità di vendere bene.
Con il giusto supporto promozionale, potrebbe diventare il nostro album più fortunato in termini di vendite. Penso che si tratti di musica accessibile ma interessante. Come artisti comunque non possiamo fare niente a questo punto. Una volta che hai finito l’album, puoi solo andare in tour e fare ascoltare al pubblico la tua musica. Il resto è compito di altri. I segnali comunque sono buoni: le recensioni sono le migliori che abbiamo mai ricevuto, c’è interesse in diversi paesi. Ma non perdiamo il sonno pensando a queste cose.
Avete intenzione di concedere l’uso di brani per la pubblicità?
Quando ce lo chiedono, di solito accettiamo, a meno che non si tratti di aziende che fabbricano armi o qualcosa del genere. In paesi come l’Italia, è sicuramente utile per farci conoscere, quindi speriamo che ci arrivino proposte.
Non avete problemi con il fatto di trattare con grandi corporation e col fatto che un vostro brano possa finire con l’essere identificato con un prodotto?
No. Le radio commerciali sono comunque grandi corporation e così pure MTV. Se sei pronto per avere a che fare con organizzazioni come quelle, non ha senso porsi il problema rispetto ad altre grandi compagnie. Il punto è che quando fai musica, vuoi far sentire al pubblico quello che hai fatto. E se una pubblicità può essere un mezzo per convincere le radio a passare i tuoi pezzi, lo usi.
(Paolo Giovanazzi)