La prospettiva di parlare con Adrian Belew incute un minimo di
soggezione. Guitar-hero di riferimento per moltissimi cultori delle sei
corde e alter ego di Robert Fripp nei King Crimson, Belew vanta un
curriculum di collaborazioni a dir poco impressionante (da David Bowie ai
Nine Inch Nails) e una discografia da solista di ottimo livello. Per
fortuna, si dimostra decisamente cordiale e pronto alla battuta, in
piacevole contrasto con la tortuosa complessità delle sue uscite più recenti
con i King Crimson, l'EP "Happy with what you have to be happy with" e
l'album "The power to believe". Robert Fripp descrive i King Crimson come un modo di fare le cose più che un gruppo. Cosa vuole dire esattamente? Sei d'accordo con questa definizione? Non ho mai cercato di spiegare le affermazioni di Robert perché non so mai che cosa intenda… (risata) Di sicuro c'è un metodo nel nostro modo di operare come band, nel modo in cui tiriamo fuori questa musica da noi stessi. E' un lungo processo, a volte duro. Spero che Robert lo intenda in senso musicale, perché io non lo vedo affatto nei termini di uno stile di vita. Se analizziamo la musica, ci sono caratteristiche consolidate negli ultimi vent'anni che rendono unico il nostro suono.
Ormai collabori da molto tempo con Fripp e lui ha fama di essere un personaggio piuttosto difficile. Come funziona il rapporto musicale fra voi due?
Conosco Robert da più di vent'anni e quindi il nostro rapporto è tale che possiamo parlare e scherzare da vecchi amici. Anche dal punto di vista musicale abbiamo ormai molte esperienze in comune. Probabilmente, la mia relazione con lui non è paragonabile a quella con nessun altro musicista. Così, quando hai a che fare con Robert e non lo conosci così bene - e questo vale per molti musicisti - forse può sembrare uno che tende a prendere il controllo della situazione. Non è il modo in cui io lo considero, comunque.
Il singolo "Happy with what you have to be happy with" sembra una specie di omaggio/parodia del nuovo metal americano. E' nato con questa intenzione? Avete guardato a gruppi come i Tool, ad esempio?
Abbiamo suonato con i Tool l'anno scorso ma non credo che ci abbiano ispirati. Il tour ci ha permesso probabilmente di farci ascoltare da un pubblico nuovo: è stato generoso da parte loro aiutarci a farlo e ci piace la loro musica. Ma i King Crimson hanno sempre espresso nella loro musica una specie di mentalità metal, se pensi a pezzi come "Red", "21st century schizoid man" o ad alcune versioni di "Larks' tongues in aspic". Quando io e Robert abbiamo cominciato a scrivere il materiale per il nuovo album due anni fa, abbiamo pensato di recuperare un po' di quello spirito. Quanto al testo del brano, è accaduto questo: avevo la frase del titolo, che è in 11/4 e funziona sul brano perché ha la stessa cadenza ritmica. Poi ho dato agli altri una piccola dimostrazione di cosa intendevo cantare nelle strofe e nel resto del brano. Quindi ho registrato velocemente un demo, cantando semplicemente frasi come "adesso canto in questo modo", "qui voglio metterci il ritornello" e "adesso ripeto il ritornello". Gli altri lo hanno trovato divertente e alla fine la canzone è rimasta così. Non c'era alcuna intenzione di prendere in giro o parodiare nessuno. C'è solo un pizzico di umorismo.
A proposito dell'EP: lo avete inteso solo come un'anteprima dell'album o avevate in mente qualcosa di più, visto che è incluso diverso materiale rimasto fuori da "The power to believe"?
La lavorazione dell'album ha richiesto due anni e in questo periodo abbiamo maturato la convinzione che il disco dovesse includere determinati brani. Nel frattempo però sono nate anche molte altre idee che però non erano in linea con l'album, come "Potato pie", ad esempio: è un blues e non funziona con gli altri brani di "The power to believe'. Poi c'è una vecchia versione di "Eyes wide open", più acustica rispetto a quella definitiva. Alla fine, invece di scartare tutto questo materiale che avevamo a disposizione, abbiamo preferito farne un EP e usarlo anche per dare un'anticipazione dell'album.
Qualche passaggio di "Potato pie" mi ha ricordato "Red house" di Jimi Hendrix...
E' un blues e sfrutta le forme tipiche del genere ma le trattiamo alla maniera dei Crimson. Quindi, quando pensi che l'accordo debba cambiare, non cambia (risata). E' un pezzo molto divertente da suonare, ma non è terribilmente serio, come è invece altro materiale.
Ci sono anche brevi frammenti che avete definito "haiku musicali". Come sono nati?
Durante i due anni di lavoro per "The power to believe" ho cercato di trovare un nuovo modo di cantare all'interno dei confini consueti dei King Crimson. Un'idea era quella di cantare solo frasi semplici e ripeterle, senza scrivere seguendo lo schema tipico fatto di strofe e incisi. Quindi ho cominciato ad appuntare brevi haiku, testi di sole tre righe. Durante le registrazioni dell'album, ho trascorso un giorno intero a cantare questi haiku, filtrando la voce attraverso un vocoder. Abbiamo pensato di spargerli qua e là per il disco, una specie di introduzione ad alcuni brani. Penso che sia anche un buon modo per "cambiare aria" prima che arrivi un nuovo pezzo: c'è un piccolo frammento molto astratto, di cui puoi penare quello che vuoi e poi - boom - arriva la canzone successiva.
Questa ultima incarnazione dei King Crimson sembra legata soprattutto alla formazione degli anni '80, ma con un approccio più complesso. All'epoca di "Beat" sembrava che i Crimson tentassero una strada più pop, se ha senso usare questa parola per la vostra musica. Adesso invece sembrate interessati a costruire strutture più elaborate. Sei d'accordo?
E' assolutamente vero. Ma ci sono anche altre differenze. Nel gruppo degli anni '80, la batteria aveva un approccio jazzistico, mentre con Pat Mastelotto adesso le basi ritmiche sono più orientate verso il rock e l'elettronica. Negli anni '80 effettivamente cercavamo di andare in una direzione più pop, mentre negli anni '90 ci siamo resi conto che non ci importava molto fare cose di quel genere. Scriviamo ancora canzoni perché creano un contrasto interessante con i brani strumentali, più aggressivi e pesanti, ma non pensiamo che ci possano aiutare a raggiungere una maggiore popolarità. Ci abbiamo rinunciato (risata).
Ma non ne avete nemmeno bisogno. Non siete un nome da classifica, ma avete un largo seguito di appassionati fedeli.
Esatto. Anche negli anni '80 non ero un sostenitore della svolta pop. Ho tentato quella strada spinto dagli altri, ma non mai stato molto sicuro che fosse l'idea giusta per il gruppo. Secondo me, i King Crimson dovrebbero essere una band capace di sorprendere, in grado di fare cose molto diverse. In questo momento, ci interessa fare musica che sia unica.
Vedi "The power to believe" come un passo avanti nella stessa direzione degli ultimi lavori del gruppo?
Di sicuro, la formazione si è consolidata: ci sono quattro musicisti che hanno suonato per diverso tempo insieme in studio e sul palco. Qualunque cosa accada, tutti sappiamo come muoverci e cosa fare. Credo che sia una prosecuzione e un rinnovamento allo stesso tempo. La mia impressione è che siamo riusciti a rimettere in discussione i nostri obiettivi e a metterli a fuoco con più precisione. Manteniamo le stesse inclinazioni in termini di suoni, ritmi e scale, ma in questo disco siamo riusciti a organizzarle in modo più corretto.
La combinazione fra la tua chitarra e quella di Robert Fripp è una delle caratteristiche principali del suono dei King Crimson dagli anni '80 in poi e spesso le vostre parti sono oggetto di studio per molti altri chitarristi. Quanto del vostro pubblico è composto da altri musicisti?
In gran parte è formato da chitarristi, batteristi e dalle loro sfortunate fidanzate che si chiedono per quale motivo si ritrovino ad ascoltare questa roba (risata). Ovviamente, i King Crimson sono una band per musicisti e molti di loro ci vengono ad ascoltare. Ma credo che siano anche molti altri che, anche se non suonano uno strumento, apprezzano il fatto di ascoltare e vedere un gruppo capace di osare e di suonare bene. Quanti sono i gruppi in giro i cui membri hanno grandi capacità di strumentisti? Non quanti ce ne dovrebbero essere, penso (risata). Comunque, il fatto di essere buoni strumentisti resta uno dei nostri motivi di attrazione principale. Anche se adesso veniamo ascoltati principalmente da altri musicisti, penso che le cose stiano cambiando. Credo che riusciremo ad attrarre una nuova generazione di pubblico giovane, non necessariamente musicisti, semplicemente perché la nostra musica è molto buona. In qualsiasi forma musicale, ho l'impressione che ci sia un dieci per cento di artisti originali e innovativi e un novanta per cento che cerca di copiare. La mia sensazione è che adesso noi possiamo trovare un nostro spazio proprio perché quello che facciamo è unico. Il tour con i Tool ad esempio ha confermato questa impressione, visto che abbiamo spesso ricevuto standing ovation da platee di gente molto giovane. Al nostro primo concerto con loro, mi stavo guardando in giro e vedevo un sacco di ventenni. Mi sono reso conto che nessuno di loro sapeva niente di me e di quello che avevo fatto, non sapevano niente dei King Crimson, dei miei lavori con Frank Zappa, David Bowie, Talking Heads, Laurie Anderson, dei miei dischi da solo, di "The lone rhino". In quel momento ho pensato: "Gesù, devo ricominciare tutto da capo" (risata).
Se dovessi indicare a qualcuno di loro tre o quattro dischi fondamentali per conoscere il tuo lavoro come side-man, quali sceglieresti?
"Remain in light" dei Talking Heads era un gran disco, poi consiglierei "The downward spiral" dei Nine Inch Nails e "Graceland" di Paul Simon. Molti fans di Zappa considerano "Sheik Yerbouti" uno dei suoi migliori album, quindi aggiungerei anche quello. Poi direi "The lodger" di David Bowie, un disco molto sottovalutato. Quando è uscito, era un lavoro decisamente avanti rispetto ai tempi.
(Paolo Giovanazzi)