Una lunga chiaccherata con lo studioso David Toop per ripercorrere le tappe di una carriera luminosa e singolare...

Bjork chiude una fase della sua carriere, pronta per affrontarne una nuova. Nei mesi scorsi sono stati pubblicati un greatest hits, un box e diversi DVD, che hanno offerto una retrospettiva assai completa e sfaccettata di questa poliedrica artista. Una cantante in grado di passare, senza colpo ferire, da sperimentazioni vocali e strumentali alla melodia più pura, dall’avanguardia dell’elettronica alla tradizione degli archi.
In questa lunga intervista con lo studioso inglese David Toop, che Rockol pubblica integralmente dividendola in due parti, Bjork ripercorre la tappe della sua carriera, riflette sulla sua musica e sulle sue canzoni, espone i principi che fondano la sua filosofia musicale….


Toop: Il fatto di avere una hit, separa quella canzone dal resto del tuo lavoro? Immagino che tu consideri tutto il tuo lavoro come un’unità organica, dotato di una certa continuità; ma poi si materializza una hit e all’improvviso quella canzone diventa molto prominente rispetto alle altre, che magari sono più sperimentali. Credi che questo determini una separazione di qualche genere dal resto del tuo lavoro?
Bjork: È una decisione difficile, quella di scegliere un singolo; a volte ti chiedi addirittura se sia il caso di farlo. Per quanto mi riguarda è sempre stata una cosa che ho trovato eccitante, soprattutto perché ti permette di pubblicare dei “lati B”. Molti dei “lati B” che ho pubblicato finora sono stati piuttosto sperimentali, oppure erano remix di miei brani fatti da amici. Spesso hanno rappresentato il primo passo di una collaborazione che avrebbe preso corpo in seguito. È un ambito nel quale puoi permetterti di sperimentare. Quando inserisci un brano in un album, ti comprometti parecchio, a mio avviso. Un’altra cosa che mi entusiasma sono i video, per il processo che c’è dietro, la possibilità di lavorare insieme con i registi; per molti versi è una cosa che mi libera. Da adolescente, quando facevo parte di alcune band, l’enfasi era sulla sperimentazione, non sull’ego di ciascuno. Ma quando fai un lavoro da tanti anni, ed è il mio caso, diventi uno specialista nel tuo campo; certo, è una buona cosa, è a questo che si aspira. Ma quando faccio un video, mi ritrovo a essere di nuovo una principiante, l’enfasi torna sul lavoro di gruppo, ed è una cosa che mi piace moltissimo.

Toop: L’album s’intitola 'Greatest Hits'. Non posso fare a meno di chiedermi quale sia la tua opinione su questo tipo di raccolte. Credi che una raccolta di successi possa rappresentare una valida sinossi della carriera di un artista?
Bjork: Come per ogni altra cosa, credo che ci siano molte pessime raccolte di successi e molte, invece, ottime. E come per ogni altra operazione, può capitare che alcuni siano validi al 10% e fallimentari per il rimanente 90 %. Ma penso che valga comunque la pena di fare un tentativo. Ci sono degli album di 'Greatest Hits' che ho amato profondamente, magari di musica che non conoscevo in modo approfondito. Per esempio, avevo venticinque anni quando scoprii dell’esistenza di Marvin Gaye; non conoscevo la sua musica prima di allora. Allora mi comprai una raccolta di singoli, o un suo “Greatest hits”. Inoltre, credo che occorra fidarsi, alle volte. Alcune delle raccolte di Marvin Gaye non erano granché, e finivi sempre per ascoltare solo la numero tre, o la numero nove, per esempio; ma altre erano fantastiche, ogni brano era eccellente e la scaletta era perfetta. Perciò, credo che sia possibile fare un buon lavoro.

Toop: Mi piace l’idea della saga, il modo in cui alcune canzoni rimandano l’una all’altra. Immagino che siano le tue radici islandesi a emergere, prendendo spunto dalle saghe tipiche di quella cultura.
Bjork: Sì, credo di sì. Credo che dipenda anche dalla mia lunga militanza in diverse band, e dalla convinzione che se non fossi andata a Londra a registrare il mio disco sarei esplosa. Dovevo giustificare a me stessa il mio comportamento egocentrico di allora. È cominciato così; una parte delle canzoni che scrivevo erano una sottile presa in giro del mio darmi troppa importanza, ma al tempo stesso era un’ammissione di come mi piacesse essere la protagonista di una storia, una storia che mi riguardava, come quella della ragazzina di “Human behaviour” che decide di prendere e partire, quando non immaginava mai di lasciare l’Islanda, per andare verso le luci della metropoli e lasciarsi tentare da un mondo corrotto.
Nella canzone “Isobel”, per esempio, ero un po’ sovreccitata e provenivo da un ambiente assolutamente naturale; ero una creatura che teneva comportamenti assolutamente intuitivi e compulsivi, che si scontrava duramente con gli inglesi, molto educati e dai modi impeccabili, e che finiva per ferirsi e rifugiarsi nella foresta, per addestrare quelle piccole falene a fungere da personalissime messaggere dell’intuizione. E così le mandavo tutte in volo verso la città, a svolazzare sotto il naso delle persone piene di sé che non seguivano i loro istinti, che rabbrividivano e dicevano: “No, no, no, no, no, no, no”, fino a quando abbandonavano il loro comportamento logico e razionale e dicevano: “Oh, mi dispiace così tanto”, prima di tornare ad abbracciare l’istintività. Sono tutti quei “no, no, no,” che ci sono alla fine di Isobel. Nel video di “Isobel” avevamo un sacco di falene ed è stata un’idea del regista di farle trasformare in minuscoli aeroplani che crescevano all’interno di lampadine. Io piantavo le piccole lampadine nella terra e queste crescevano, diventando lampadine grandi, dopodiché venivano fuori gli aerei, come pulcini dal guscio dell’uovo, e andavano a volare per il mondo, sotto il naso delle persone, per fargli smettere di pensare troppo.
“Bachelorette” è forse il terzo episodio della trilogia epica, quello in cui Isobel torna in città dopo che le falene avevano preparato il terreno. Ci torna in treno, per affrontare le persone che l’avevano ferita in precedenza, quando l’istinto e la logica si scontravano con l’amore. “Bachelorette” è una canzone piuttosto polemica. Ma alla fine è la natura ad avere la meglio e gli alberi e le piante sopraffanno i grattacieli; tutto diventa di nuovo natura. Credo sia come una sorta di vendetta.

Toop: A me sembra una mappa della tua evoluzione da un punto all’altro, passando per Londra. Parliamo un po’ dei brani più vecchi. Puoi dirmi qualcosa di più a proposito di questa tua evoluzione e dei tuoi pensieri in merito ora? Hai già detto qualcosa, ma vorrei qualche particolare in più sulle tue sensazioni riguardo a ciascun album e ad alcune delle canzoni in essi contenute.
Bjork: All’epoca di “Debut” ero davvero una principiante e buona parte del tempo l’ho investito per imparare a lavorare in studio, benché lo studio fosse un ambiente naturale per me fin da quando avevo undici anni, un luogo dove mi sentivo perfettamente a mio agio. Ma in precedenza mi ero occupata solo delle parti di voce e dei testi. Solitamente presenziavo ai mixaggi degli album dei Sugarcubes, e contribuivo qualche idea, ma non ero mai stata responsabile dell’intero lavoro. Perciò “Debut” è stata la prima occasione in cui mi sono interessata agli arrangiamenti, e verso la fine ho cominciato pure a lavorare sulle ritmiche. Con “Post” ho preso un po’ più di coraggio e ho prodotto molto di più.
“Homogenic” è stato invece il primo album di cui prima di entrare in studio avevo già le idee chiare, non certo su tutti i dettagli, ma sicuramente sul quadro d’insieme. È stato dunque più come interpretare una serie di ruoli all’interno di quel quadro. Con “Debut” e “Post” a volte mi capitava di avere canzoni scritte a metà e di dover chiedere a qualcuno di completarle, e così finivano per essere collaborazioni tra due persone. Con “Homogenic”, invece, credo di aver preso maggiormente il controllo della situazione.

Toop: Quali canzoni sono rimaste particolarmente significative per te dal punto di vista emotivo?
Bjork: Credo che il corpo del mio lavoro sia tutto basato sulle emozioni; ho sempre usato le emozioni come una struttura su cui costruire il resto. Perciò posso dire che le mie canzoni sono una raccolta di picchi emotivi, gioiosi o dolorosi che siano. Direi che è questa la natura del mio lavoro – sono il genere di persona che ha sempre predicato le emozioni e le regole dell’emotività. Essere emotivi non significa essere stupidi; per esempio, puoi andare fuori di testa a fare comunque ottimi arrangiamenti e orchestrazioni, cose che sono solitamente considerate piuttosto accademiche e complesse. A patto di usare le emozioni come struttura, a patto che ci si metta il cuore, va bene. Ed è per questo che le mia canzoni mi sono tutte molto care. E se questo significa pubblicare un disco ogni tre anni, le canzoni rappresentano i dieci picchi emotivi lungo quei tre anni. Dunque, in media tre o quattro nuove amicizie e alcune vittorie personali, che credo sia una media piuttosto normale per tutti. Ogni tre anni tutti di noi hanno almeno dieci o undici argomenti da trattare o da indovinelli da risolvere, oppure instauriamo amicizie che portano con sé un’amicizia incredibilmente fertile, oppure amicizie difficili, che cerchiamo di analizzare. Credo che ogni mia canzone contenga uno di questi elementi.
Ho notato però che molte delle persone che ascoltano le mie canzoni sono convinte che siano canzoni d’amore, storie romantiche tra uomo e donna, e questa è una cosa che mi fa piacere. In realtà la maggior parte delle volte prendo spunto da un’amicizia, dal mio rapporto con il lavoro, con un paese , o con un hobby. Eppure quando racconto qualcosa in una canzone, sembra che finisca per ricondurla sempre a un rapporto d’amore tra due persone, anche se sto parlando di una montagna, o di qualcos’altro.

Toop: Trovo interessante che tu abbia affermato di non ritenere “Debut” un buon disco. Quando penso a Debut, non ne giudico la qualità in quel senso, ma penso piuttosto a come le canzoni che contiene siano molto più innocenti. Le canzoni di Homogenic sono più polemiche, per esempio; quelle di Vespertine più riflessive e intime, direi. È più una questione di cambi di tono e di umore, che di buona o cattiva qualità. Non credi che sia così?
Bjork: A essere sinceri non rifletto molto sui miei album in questi termini. Non reputo uno o l’altro migliore o peggiore. Ma in quanto artigiana del mio mestiere, credo sia un modo per sentire che ho un lungo percorso da compiere in una certa direzione, per documentare la mia interiorità, pur avendo ancora molto da imparare. Da questo punto di vista, “Debut” è piuttosto ingenuo mentre “Vespertine” è un lavoro più specifico e dettagliato. E rendermi conto di questo è una bella sensazione, perché mi dà la misura di una crescita. Ma anche l’immaturità può essere una buona cosa, anche se ti limiti semplicemente a tracciare qualche schizzo, qualche ritratto accennato – come in “Debut”, che è molto semplice. Ma questo non significa che sia un cattivo lavoro. Ora, per esempio, ho alle spalle un lavoro come “Vespertine”, ma sento comunque di avere molta strada da percorrere. Sento di aver imparato qualcosa e di essere riuscita a documentare il mio lato più estroverso, con “Homogenic”, e quello più introverso con “Vespertine”, di aver in qualche modo esplorato questo territorio. E ora mi sento pronta a fare un album come si deve, sento di avere a disposizione tutti i colori sulla mia palette di artista, sono pronta per cominciare. Questo è quello che sento, ma forse è più l’artigiana in me che fa queste affermazioni.

(La seconda parte dell'intervista verrà pubblicata Sabato 18 gennaio)

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