Il suo sodale, Manlio Sgalambro, lo definisce un ermeneuta della canzone. Ovvero un interprete, nel senso filosofico del termine, della musica leggera: (ri)scoprire testi, rendere evidente ad un nuovo pubblico il loro significato profondo, attualizzandoli.Perché quando si ha di fronte Battiato, il termine “cover” è davvero riduttivo. “Fleurs3” è una collezione di brani altrui (più l’inedito “Come un sigillo” e un lied di Strauss), ideale prosecuzione di “FLEURs”. Lauzi, Paoli, Sorrenti, Conte, Ferré sono alcuni degli Autori – la “A” maiuscola è d’obbligo - riletti.
In questa lunga chiacchierata, il Maestro ci spiega la sua filosofia dell’interpretazione –l’ermeneutica, appunto - e commenta brano per brano “Fleurs3”.
Perché un nuovo volume di “Fleurs”, denominato “3”, anche se è solo il secondo?
Questo disco nasce dal successo del primo volume. Non potevo essere indifferente ai riscontri che ha avuto, soprattutto da parte del pubblico femminile, inaspettati e insperati. Qualcuno diceva che era troppo raffinato, troppo poco commerciale, ma evidentemente non è stato così.
E’ comunque un disco con una sua autonomia e, per quanto questo possa sembrare un ossimoro, è contemporaneamente una dependance del film “Perduto amor”, il mio esordio alla regia. Alcuni dei brani del disco saranno contenuti nella pellicola, o nelle versioni originali o in quelle cantate da me. La canzone che apre il disco, “Perduto amore”, sarà nei titoli di testa.
Sulla copertina il “3” è rappresentato come un “al cubo”. Significa che questo è il massimo che il progetto “Fleurs” poteva esprimere?
Non mi spingerei fino a tanto, perché i giochi di grafica devono rimanere tali, senza prendere il posto del significato…
Sgalambro, a proposito di questo progetto, la definisce un ermeneuta della canzone. Si ritrova in questa definizione?
Mi piace, sia come sonorità, sia perché è vicina all’idea dell’argonauta… Comunque quella di Sgalambro è più una notazione tecnica: l’ermeneutica è la scienza dell’interpretazione, io in questo disco mi occupo di interpretare canzoni. A proposito del primo “Fleur(s)”, Ceronetti mi fece un complimento dicendo che sono un interprete compositore, nel senso che aggiungo del mio nelle cose che ripropongo, rielaborando.
In ambito pop-rock, a proposito delle reintrepretazioni, si usa il termine “cover”, mentre più in generale nella canzone popolare si parla di riprposizioni di “standard”. A quale di queste due definizioni si sente più vicino?
Né l’una né l’altra. In questo disco c’è l’intervento, non da sottovalutare, del musicista. Se fossi un interprete puro, si potrebbe incasellare questa operazione secondo queste definizioni. Ma io sono soprattutto un arrangiatore, quindi è inevitabile che cambi la cifra stilistica delle canzoni.
Come sono state scelte le canzoni?
La scelta è sempre legata all’idea che uno ha all’eccezionalità del pezzo. Ci sono canzoni popolari che hanno avuto anche grande successo, che però non mi verrebbe mai di considerare perché le trovo brutte. Soggettivamente scelgo le cose che hanno una grande valenza di talento; devono essere, almeno per me, un distillato della musica leggera.
Passando in rassegna le canzoni di “Fleurs3”, si parte con “Perduto amore” di Adamo. Un personaggio abbastanza particolare.
Adamo segnò una rottura con il mondo precedente, all’inizio degli anni ’60. Aveva una voce da sedicenne donna arrocchita… Un talento da compositore indiscutibile, ma la sua voce era un segno dell’origina mantrica delle canzoni. Lui, come Dylan, era un personaggio che avrebbe potuto anche cantare l’elenco del telefono.
Mi ricordo questa canzone quando da giovane l’ascoltai: capii che stava succedendo qualcosa, come mi successe proprio con Dylan; erano delle folgori in un ristagno generale. Ma il percorso che ho voluto compiere con questo disco non è verso la regressione, è verso l’attualizzazione.
Parlando di musica “di rottura”, il secondo brano dell’album è particolarmente significativo: “Impressioni di settembre” della PFM. Una canzone più meno coeva al suo periodo più sperimentale, riproposta in una versione molto fedele all’originale.
Al tempo la riconobbi come appartenente al nostro mondo musicale sperimentale. Credo sia fedele all’originale, come quasi tutte d’altra parte. Quando ho a che fare con una canzone molto riuscita, non me la sento di cambiarla, con il rischio di farla diventare altro. La magia sta proprio in quella chimica originale.
Quindi si passa a “Se mai”, versione italiana di “Smile” di Charlie Chaplin.
Il testo italiano di questa canzone è di Calabrese, la versione italiana venne cantata da Nicola di Bari. Arriva da “Fun club”, il disco di Sgalambro: l’aveva scelta per lui, poi quando sentirono il mio provino mi dissero che era un peccato non tenermela per me per il futuro, e così fu.
La quarta canzone, “Ritornerai”, introduce il protagonista di questo disco, Bruno Lauzi.
E’ vero, con due canzoni reinterpretate è il protagonista come lo fu Endrigo per “Fleur(s)”. Ho un ricordo molto bello delle sue performance alla chitarra acustica al Club 64, quando io ero arrivato a Milano. Mi sembrava giusto omaggiare la sua figura e sarei contento se queste mie interpretazioni delle sue canzoni gli garantissero un po’ di visibilità, che si merita.
L’ho modificata, facendo i conti con quella attualizzazione di cui dicevo prima; diversamente avrei fatto un brutto servizio alla canzone.
“Col tempo sai” di Leo Ferré…
…E’ un altro omaggio diretto ad un autore. Lo conobbi di striscio ad un festival pop. Un pubblico idiota e cieco non lo fece esibire, impedendogli di terminare la lettura di un testo poetico. Rimasi scosso da questo incidente, anche se ero molto giovane. Ha un testo particolare, ma molto bello e molto vicino alla versione francese. Credo che lui stesso, che al tempo già viveva in Italia, contribuì alla stesura.
Il brano successivo, “Insieme a te non ci sto più”, ha avuto diverse vite dopo la scrittura di Paolo Conte: gli Avion Travel, la Vanoni, recentemente è stato inserito nella colonna sonora de “La stanza del figlio” di Moretti.
Però la mia versione è precedente: questa è una canzone che avevo messa in repertorio diversi anni fa, riproponendola diverse volte dal vivo. La fine della canzone? E' un omaggio diretto a Tenco: canto “ciao amore ciao” al posto di “arrivederci amore ciao”, le parole originali.
E’ un Conte considerato minore, ma è una fissazione tipica di noi autori, che così parliamo delle nostre canzoni più leggere.
Segue “Il cielo in una stanza”, sicuramente il brano più noto contenuto in questa raccolta.
E’ assolutamente la più famosa. Avevo dei dubbi sul suo inserimento, ma mi ha convinto il pubblico femminile. Sicuramente il nostro è un mestiere al servizio del pubblico che ci ha dato fortuna…
“Le tue radici” è invece decisamente meno conosciuta: è dell’Alan Sorrenti più sperimentale. Anche se le sue sperimentazioni vocali si perdono in questa versione più lineare.
Quando uno sta per compilare un disco come questo, inizialmente pensa alle cose più strane, poi si finisce per limare, scartare. Ho un ricordo di un pomeriggio in un bar nell’hinterland milanese, quando da un juke box sentii questa canzone, e vi notai subito qualcosa di fascinoso.
La mia versione è sicuramente più lineare, ma è stata proprio la canzone stessa ad ispirarmi questa scelta: chi non conosce l’autore, potrebbe scambiare questo pezzo per un contemporaneo.
Ecco quindi arrivare la seconda canzone di Lauzi, “Se tu sapessi”.
“Se tu sapessi” è precedente alla mia venuta a Milano, mentre “Ritornerai” è successiva. A differenza di quest’ultima, “Se tu sapessi” l’ho praticamente lasciata intatta, anche se più che alla versione di Lauzi mi sono rifatto a quella di Salvatore Vinciguerra. Ci sono canzoni come “Azzurro” di Conte o “29 settembre” di Battisti che non si possono ascoltare nelle versioni dei loro autori, perché qualcuno –in questo caso rispettivamente Celentano e gli Equipe 84 - ne hanno fatto la versione definitiva. Questo vale anche per “Se tu sapessi”.
“Sigillato con un bacio” è la “Sealed with a kiss” resa nota da Frankie Avalon: un brano che arriva da un repertorio come il pop americano degli anni ’60, abbastanza distante dal resto di “Fleurs”.
Io pensavo alla versione degli Everly Brothers come quella più nota, anche se la mia memoria legava questo brano a Luigi Fiumicelli, un italiano. Me ne ricordo ancora l’annuncio alla radio “Luigi Fiumicelli canta ‘Sigillato con un bacio’” … Quindi la lego ad un repertorio italiano, più che a quello americano.
Penultimo brano è l’inedito “Come un sigillo”: un testo – cantato in duetto con Alice - con alcune immagini molto forti e diversi riferimenti biblici.
Le figure forti sono da considerare tali fino ad un certo punto: la sonorità della parola, in alcuni casi, prevale sul suo significato. Ma avevo anche voglia di sminuire un tabù e renderlo più divertente.
Sgalambro era contrario all’uso di queste due parole, “prepuzio” e “glande”, ma quando proposi l’uso di una voce femminile ci trovammo d’accordo. Secondo lui, una voce di donna le annacquava, ed aveva ragione: le rende più dolci, meno problematiche.
Questa canzone, comunque, doveva fare parte del film, ma poi abbiamo deciso di levarla: avendola incisa, l’abbiamo comunque inclusa nel disco.
Il disco si chiude con “Beim Schlafengehen”.
E’ l’esempio del discorso che facevamo in apertura su regressione/attualizzazione: questo di Strauss non è un lied post romantico, ma un brano che fa un viaggio all’interno della nostra epoca.
Vorremmo terminare questa chiacchierata con un particolare che ci pare solo apparentemente secondario: “Fleurs3” è dedicato a Fabrizio Intra, dirigente della Sony prematuramente e recentemente scomparso. Ci può fare un ricordo della sua figura?
Io sono arrivato in Sony non molto tempo fa, dopo avere trascorso lunghi periodi presso altre case discografiche. Lo conoscevo da non molto tempo, quindi, ma avevamo trovato una forte intesa; il mio ricordo di lui, quindi, non è legato alla quantità di tempo che avevamo passato insieme. Era stato a casa mia in Sicilia pochi giorni prima di entrare in ospedale, e al momento non c’era nessuna nube all’orizzonte.
Il suo sorriso indimenticabile: me lo ricordo sempre così.
(Gianni Sibilla)