Fare la conoscenza di Robert Plant, pur se in un’occasione poco conveniente come una conferenza stampa, è un’esperienza che alla meglio si potrebbe definire sublime. Sentir parlare l’ex cantante dei Led Zeppelin del suo nuovo album realizzato con l’aiuto degli Strange Sensation, “Dreamland”, riesce a stuzzicarti un sorriso affabile e un turbinio di sensazioni che scivolano quanto più abilmente dall’imbarazzo all’agitazione, fino alla suggestione. Ma seguire il biondo “Percy” mentre divaga allegramente su temi tanto vari quanto curiosi con lo spirito malizioso che da sempre lo caratterizza, è assolutamente prodigioso. Proprio in quei momenti ricordi tutti i grandi dischi che hai a casa, quelli come “Physical graffiti”, e allora ti vengono in mente le pungenti evoluzioni vocali di Plant, intento a gridare improbabili e triviali richiami erotici. Così capisci che nella vita una delle virtù più importanti è saper ridere di se stessi. Robert Plant oggi è un uomo pieno di dignità che si guarda indietro portando nel cuore tutto l’affetto di cui cantava in una sua vecchia canzone, “All my love”, un signore di mezza età ancora “innamorato della musica”, come ci racconta tra un bicchiere d’acqua versato con regale galanteria all’interprete sedutogli a fianco, e un’occhiata al fondoschiena di una piacente signorina di passaggio, con relativa alzata di sopracciglio dedicata ai presenti. Ma più di ogni altra cosa, Robert Plant ha ancora voglia di fare dello spirito. Persino se l’unica compagnia di cui può disporre durante la sua visita italiana è una moltitudine di antiquati, vanitosi e distratti giornalisti. Questo disco è da considerarsi come la trasposizione dei concerti che hai tenuto negli scorsi anni?
Sì... diciamo che l’esperienza di Pistoia Blues dell’anno passato è stata poco convincente, ma allora l’idea di rivisitare una serie di vecchie canzoni mi era già entrata in testa. Quel concerto ha rappresentato l’inizio del passaggio da semplice idea a concretezza. Pensavo che non sarei più stato in grado di scrivere una nuova canzone, e ho davvero creduto che il mio contributo alla musica popolare fosse terminato. Non mi piaceva il modo il cui la musica popolare si stava evolvendo e ho pensato che la bellezza che ho così tanto amato all’inizio della mia carriera fosse la mia migliore amica.
Non deve essere stato molto semplice scegliere le canzoni da interpretare, soprattutto quelle da scartare. Dal vivo suonavi moltissimo materiale che non è stato inserito in questo tuo nuovo album…
E’ vero. Sfortunatamente sono ancora pazzamente innamorato della musica. Non mi sono ancora stufato. Ho migliaia e migliaia di vinili, CD e 45 giri a casa. Quando ho sentito il profumo della libertà, quando mi sono reso conto che potevo scappare ancora, tuffandomi in un nuovo e avventuroso suicidio musicale, ho cominciato dai primi venti dischi della mia collezione. Li ho tirati fuori e mi sono detto ‘oh, diavolo’… . Sapete, la qualità dei dischi era incredibile. Tutti quei gruppi che hanno avuto vita tanto breve… . L’esistenza di questa musica è assolutamente fenomenale; e forse perché è durata così poco è diventata ancora più bella. Non è morta: è semplicemente esistita per poi svanire lentamente. Ci sono centinaia di queste canzoni e ci puoi sentire la vita, dentro. La cosa più bella per me è stata poter respirare la vita che era in quei brani, e tornare io stesso a vivere. Sono tornato a scrivere di nuovo. Pensavo di non esserne più in grado. Così, è stato grande.
Ti senti più nostalgico oggi come oggi o credi che tornare indietro e riscoprire certi dischi possa in qualche modo rinverdire il presente?
Mi posso confrontare e rivedere nella musica di quel periodo perché la gente che ha cantato e composto quelle canzoni ha la mia stessa età, oggi, o forse solo qualche anno in più. Era un periodo pieno di vibrazioni, di cambiamenti sociali. Anche in Italia, lo ricordo. Io sentivo di far parte di un movimento in cui la cultura giovanile potesse finalmente avere un impatto sugli eventi mondiali, o almeno, su quelli nazionali, negli Stati Uniti. La Gran Bretagna stava dormendo. Riesco a rivedermi in quelle canzoni perché rispecchiano la positività della giovinezza, una positività che stava oscurando l’atteggiamento conservatore delle multinazionali e della corruzione dei governi. Ma oggi, per quanto mi riguarda, la maggior parte della musica attuale è creata a pacchetti, come un prodotto qualsiasi, come una nuova marca di caffè o di una bibita. Il rock contemporaneo prende in prestito elementi del passato soltanto nella maniera più ovvia: sembra che dopo il movimento rock proveniente da Seattle l’ingenuità se ne sia andata e non sia rimasto nulla di davvero interessante. E’ per questo che io oggi non riesco a prendere nulla dal rock, ma torno alle radici della musica, quella del Nord Africa, quella egiziana, quella folk. Prendo dagli estremi, dalla musica che è lontana dalle moderne concezioni. Recentemente sono stato a New York e mi sono trovato a sfogliare una di quelle riviste patinate che si trovano in giro. C’erano delle foto di alcuni gruppi rock dallo sguardo vizioso, che volevano sembrare a tutti i costi selvaggi. Ma ogni singolo vestito che indossavano, dalle scarpe alle magliette, era nuovo e lindo. I capelli… tutto era perfetto. Questo non è il riflesso della giovinezza. E’ il riflesso di una multinazionale che produce whisky e possiede anche una etichetta discografica. Poi però ci sono gruppi come i Primal Scream che mescolano la psichedelia tradizionale con ritmi più danzerecci. Ho lavorato con loro di recente e possiedono quegli elementi che amo. Soprattutto sono ancora pazzi, e lo sono per davvero. E questo è meraviglioso, perché li porta a realizzare musica interessante. Ma credo che, davvero, la cosa che più voglio dalla mia carriera adesso, è il numero di telefono di Kylie Minogue. E un culo come il suo, naturalmente. Meraviglioso culo.
Ascoltando il tuo disco sembra di percepire la struttura tipica di un disco jazz: si parte da un tema che viene successivamente sviluppato con l’improvvisazione. A questo proposito, una delle canzoni forse più riconoscibili è proprio “Hey Joe”…
Quello che ho detto all’inizio, che non sentivo più di avere un posto mio nel panorama musicale, era la verità. Non riuscivo a vedermi al lavoro con i Led Zeppelin; i Led Zeppelin sono stati una cosa bellissima fino ad un certo punto, ma poi sono arrivati al limite. E’ la stessa cosa per i Pink Floyd: oggi non stanno andando più da nessuna parte e non rappresentano una crescita per i componenti del gruppo. Certo, la percezione del pubblico è diversa. Quando le canzoni si stavano evolvendo, non avevo alcuna intenzione di realizzare un altro album. Assolutamente niente. Mi è capitato di sperimentare una fantastica avventura nel Nord dell’Antartico, nell’estremo nord della Norvegia. Lì mi sono esibito sulle coste del Mar Baltico insieme ai Kool And The Gang; da un’altra parte stava suonando un DJ tedesco, mentre dall’alto, tramite una gru, qualcuno ricopriva tutti i ragazzi accorsi di sapone. E io stavo suonando queste melodie hippie. Era il paradiso, mi sentivo libero. Pensavo a Mick Jagger, che come me è del segno del Leone, e mi dicevo che anche lui ne avrebbe avuto bisogno. Ho suonato circa cinquanta spettacoli di questo tipo, rivoltando totalmente le canzoni, utilizzando strumenti tradizionali africani. La musica africana è piena di sentimento, perché ha la stessa forza del blues. Queste canzoni sono arrivate ad un punto in cui si sono fuse con quella sorta di blues primordiale. La musica in quei luoghi è libera. Il 70% del disco è stato registrato dal vivo: io me ne stavo chiuso in regia a vedere i miei musicisti suonare. Ma è sempre meglio starsene lontani dai cantanti. Portano le malattie.
Hai già suonato con un’orchestra marocchina per il disco “No quarter”. Pare però che il progetto sia rimasto isolato…
Lavorare insieme a Jimmy Page con un’orchestra marocchina in Marrakesh e nel deserto è stata un’avventura interessante, ma è stata anche negativa, per certi versi. Non è semplice da spiegare… ma tra di noi non c’era una lingua comune che potessimo utilizzare. Io so parlare un po’ di arabo, francese e inglese, cattivo ugualmente, ma le persone con cui suonavamo non parlavano né francese né inglese. Dovevo sempre avere qualcuno che mi stesse vicino e mi aiutasse a comunicare. Era difficile. Bello e avventuroso, ma di certo non una cosa da sperimentare troppo spesso. Ho avuto l’opportunità di suonare con un gruppo che si chiama Tinariwen, che viene dal Mali: alcuni dei componenti sono stati impegnati nella guerra di liberazione. Ogni volta che ascolto la loro musica mi sembra di sentire John Lee Hooker senza amplificatore, ma di centinaia di anni più vecchio. E’ affascinante e rinvigorante. Gli italiani, i latini, ovviamente, hanno cuore. I sassoni, non ce l’hanno. Così credo di essere stato fortunato perché Dio mi ha dato un cuore e l’opportunità di ascoltare questa musica incredibile. I miei amici in Inghilterra mi guardano e mi dicono: “Sei pazzo? Girare con queste persone? Ti farai arrestare!”. Ma la loro musica è come un blues primordiale. Non me ne vado in giro a rubare dalla world music come un orco. Mi sento soltanto vicino a questo particolare aspetto della musica. Se mescoli gli elementi della psichedelia della fine degli anni ’60 di San Francisco con la musica nord africana, il tutto si trasforma in un appetitoso pasto.
Ti senti vicino alla filosofia di progetti come quello di Ry Cooder, che ha registrato un disco con alcuni musicisti cubani?
No. Credo che Ry Cooder sia un puro musicista che è impressionato dalla musica in se stessa. Io non la vedo così. Io credo che la musica debba essere come la prima volta che hai una relazione con una donna che proviene da un’altra cultura: non hai idea di come andrà, ma di certo mantieni la tua personalità e le tue tecniche indigene di approccio. Così, diventa più una collisione che una fusione. E questo ti permette di non essere troppo rispettoso, perché la tua musica è come una stella che esplode. O implode.
Reinventando queste canzoni, credi di essere riuscito a mantenere lo spirito dei brani originali? In questo contesto, come si inseriscono le due nuove tracce?
Visto che ho suonato le canzoni moltissime volte senza mai considerare di registrarle e farne un disco, credo siano state loro stesse a portarci da qualche parte. Siamo arrivati al punto giusto e sono felice per questo. Queste vecchie canzoni hanno rappresentato la rinascita nel mio cuore e nel mio spirito, perché sono brani bellissimi in origine. Ma se non hai nulla da dire, non dovresti neppure provarci. E conosco fin troppi musicisti che fingono. Non c’è ragione. Ma per un po’ ho avuto questo dono di nuovo, e questo è arrivato dallo spirito delle vecchie canzoni.
Quante regole sonore vuoi stravolgere con questo disco?
Il successo è simile ad un circolo vizioso. Alcune persone hanno successo ma non sono molto in gamba, anche se hanno a disposizione delle buone canzoni. Altri hanno successo ma non sono in grado di sopportarlo, e così si gettano via. Altri ancora hanno un successo duraturo, perché sono rispettati, come Johnny Cash o persino Elton John. Ma per quanto mi riguarda, non prendo nemmeno in considerazione certe regole che, a volte, si sente il bisogno di spezzare: la mia carriera non è drammatica. Credo solo che il tempo sia così prezioso. Dormire qui la scorsa notte per me ha significato pensare a cosa avrebbe comportato venire qui per parlare del mio disco: perché ho una vita. E dormire in questo posto e prepararmi per il giorno dopo, quando sei vecchio, significa spendere molto del tuo tempo. La regola più importante per me è credere nella mia musica. Questo è infinitamente più importante del successo. E’ una regola spirituale che mi dà potere e positività. Vorrei che questo album avesse successo, ma non considero le canzoni che lo compongono come delle cover. Considero questo disco come ciò che ho fatto agli esordi con i Led Zeppelin, in brani come “You shook me”, “I can’t quit you baby”, o in “Led Zeppelin II” con “Whole lotta love”. Eravamo sempre in contatto con il passato, e lo reinventavamo ogni volta. Ma noi non le consideravamo cover, perché comunque nessuno le conosceva, quelle canzoni. La mia regola è usare il tempo, perché il tempo non lo puoi comprare. Quindi la definizione che ti è stata data, “cosmic juke-box” (juke-box cosmico), è corretta?
Cosmic juke-box, certo. Il secondo disco che io abbia mai realizzato in vita mia, nel 1966, era una canzone italiana. L’ho già detto, questo. E’ piuttosto interessante. Ho cantato la prima versione inglese di “La musica è finita” (brano firmato da Umberto Bindi e Franco Califano). E credo che dovrei essere ricordato per questo. Addio!
(Valeria Rusconi)