Le interviste dell'anno di Rockol: 10 giugno 2002...

Se la memoria non inganna né noi né lui, questa è la prima intervista che Bob Weir (Bobby, per gli amici) rilascia ad un giornalista italiano in 37 anni di carriera musicale. Il fatto è che negli USA quella dei Grateful Dead è un’icona sacra legata al sogno hippie di Haight Ashbury, un logo che evoca immediatamente il ricordo di concerti leggendari di fronte a folle oceaniche e in delirio mistico-musicale. Mentre da noi è un marchio confinato al culto di un seguito tutto sommato ridotto, un articolo esotico, avvolto nel mistero e anche per questo ancora più intrigante ed affascinante (per assistere al rito in prima persona, i fan italiani dovevano armarsi di buona volontà e fare rotta sulle grandi capitali europee). Trovarsi di fronte mr. Weir, chitarra ritmica e membro fondatore del Morto Riconoscente, 55 anni portati con freschezza e disinvoltura (ma chi l’ha detto che il rock ‘n’ roll fa male alla salute?) è dunque una di quelle occasioni attese una vita intera: forse anche troppo a lungo. E dunque, conversando a tu per tu nel salottino della sua camera d’albergo a New Orleans (dove si trova per partecipare al JazzFest con i suoi Ratdog), verrebbe voglia di aggredirlo con un fuoco di fila di domande da tramortire un peso massimo. Vorresti chiedergli che aria tirava nella “comune” di Haight Street al 710, negli anni ’60, e farti raccontare milioni di aneddoti sulla Frisco dell’epoca. Sapere quanti e quali musicisti, donne, poeti e scrittori ha conosciuto, com’erano in privato Jerry Garcia, Grace Slick e Janis Joplin, a quali inferni e paradisi personali l’hanno portato gli usi ed abusi di droghe psichedeliche. Poi ti rendi conto di avere davanti un uomo nel pieno delle sue risorse fisiche e mentali, non una mummia imbalsamata negli anni ’60: e diventa spontaneo spostare l’asse delle domande anche sull’oggi e sul domani, mentre i tre quarti d’ora a disposizione (alla faccia dei 20 striminziti minuti concessi da certe pop star con la puzza sotto il naso…) scivolano via implacabili.
Se il suo ex compare Phil Lesh sembra il più votato a tener viva la fiaccola del vecchio gruppo presso gli irriducibili Deadheads è subito chiaro che Weir, pur andando orgoglioso del suo passato, ci tiene soprattutto alla sua nuova creatura, i Ratdog (annunciati in Italia per tre concerti a luglio). E così, nella nostra lunga chiacchierata, gli uni e gli altri, il passato e il presente, cominciano a mescolarsi senza soluzione di continuità…


Sembra essere un periodo di attività intensa, questo, per gli ex componenti della famiglia Grateful Dead. Vuol dire che vi state riprendendo dallo shock causato dalla perdita di Jerry Garcia?
Ognuno di noi ha reagito in modo differente alla tragedia. Per quel che mi riguarda, ho pensato dal primo momento che la cosa migliore da fare per avviare un processo di guarigione e tornare alla normalità era di ricominciare subito a suonare dal vivo.

E’ servito anche a mantenere vivo il contatto con il pubblico, immagino…
Tenere in vita la nostra musica era la cosa più importante. Io non porto il lutto nell’accezione comune a molte persone, non sono un sentimentale. Quando muore qualcuno che mi è vicino, generalmente lo accetto con serenità, come un fatto ineluttabile. Del resto, per quanto io possa ribellarmi, non c’è modo di cambiare lo stato delle cose. Ho subito pensato che avrei dovuto continuare a fare musica per portare conforto a coloro che soffrivano per la perdita di Jerry: l’ho sentita come una responsabilità personale. Mickey (Hart) ha fatto lo stesso mentre Bill (Kreutzmann) e Phil (Lesh) sono andati nell’altra direzione, per un bel po’ di tempo non se la sono sentita di salire su un palco.

E’ vero che esiste un accordo tacito tra di voi per non usare mai più il nome Grateful Dead?
Abbiamo suonato insieme dopo la morte di Jerry, ma non potevamo più usare quel nome. Torneremo insieme anche quest’estate, anche se credo avverrà soltanto per un paio di concerti. Potremmo resuscitare il marchio The Other Ones, anche se a qualcuno dei miei ex compagni non è molto gradito: mi spiace, non mi è venuto in mente niente d meglio.Vedremo come andranno le cose: potrebbe essere molto divertente, potremmo continuare a riunirci di tanto in tanto. Ma a questo punto ognuno di noi è andato per la sua strada ed è diventato un band leader, trovando gioie e soddisfazioni professionali altrove. Possiamo rimetterci insieme per divertimento, periodicamente, ma nulla di più. Lavorando per mio conto, a contatto con altri musicisti, ho sviluppato nuove idee e nuove abilità, ho affinato le mie conoscenze musicali. Forse agli altri è successo lo stesso. Quando torneremo insieme sarà diverso da prima, perché ognuno porterà in dote le sue nuove esperienze, la musica assumerà nuove sfaccettature.

Ti senti molto diverso, come musicista, da quello che eri nel ’95?
Certamente. Come dicevo, ho sviluppato le mie capacità come leader di una band. Nei Ratdog, in un certo senso, è come se fossi il direttore di un circo equestre. Sono al centro del palco e ascolto tutto quello che succede intorno. In realtà questo era più o meno il mio ruolo anche nei Dead: stare al centro della scena, dirigere la sezione ritmica e assicurare che l’insieme avesse una coesione. Sia nei Grateful Dead che con i Ratdog capita che la musica assuma dinamiche e variazioni armoniche stupefacenti in tutta spontaneità. Ma altre volte si tratta di dare una direzione, di cogliere al volo il suggerimento di un musicista e di trasmetterlo al resto della band. Se per esempio il sassofonista aggiunge una nota alla scala che stiamo suonando, io posso enfatizzare quella variazione e portarmi dietro il resto del gruppo. Tutti, nell’ambito della band, ascoltano attentamente quello che fanno gli altri, un po’ come è d’uso nei gruppi jazz. E credo che i Ratdog siano una jazz band, più di quanto la gente si renda normalmente conto. Sia i Grateful Dead che i Ratdog, secondo me, verranno considerati negli anni a venire come delle jazz band più che dei gruppi rock. Il nostro suona all’orecchio come rock and roll: ma il modus operandi, in termini di interpretazione, di schemi musicali, di improvvisazione, è autenticamente jazz.

Come hai scelto i componenti del gruppo?
Ho cominciato a suonare con Rob Wasserman, il contrabbassista, nel 1988, se non ricordo male. Avevamo realizzato un album in studio a nome di entrambi e l’ho richiamato quando si è trattato di interpretare le musiche di una piece teatrale che avevo composto. Allora avevo anche bisogno di un batterista e Rob mi suggerì di arruolare Jay Lane per la session, un percussionista con cui aveva già lavorato in precedenza. La canzone che dovevamo incidere era una specie di ballata jazz scritta nello stile di una torch song fine anni ’40 e Jay, che allora era molto giovane, la suonò con estrema precisione e accuratezza. Sembrava evidente che avesse un’educazione musicale alle spalle, e in effetti risultò poi che aveva studiato al Berklee College. La mattina dopo mi svegliai e chiamai Rob al telefono dicendogli che avevo pensato a lui come alla persona giusta per la nostra nuova band, e lui rispose che aveva avuto la stessa idea. Da quel momento i Ratdog cominciarono a prendere forma. Il primo tastierista in pianta stabile, Johnnie Johnson, non è rimasto con noi a lungo: è un eccellente pianista blues e rock ‘n’ roll, un’autorità assoluta in quel campo, ma quando cominciavamo ad improvvisare su scale jazz non era abbastanza rapido nell’entrare in sintonia. E’ rimasto con noi un paio d’anni, ma poi ha deciso di non muoversi da St. Louis. Se volevamo suonare in California o trovarci per provare dovevamo cercare qualcun altro: con lui eravamo costretti a programmarci con un mese di anticipo, invece di organizzare tutto al telefono il giorno prima. E’ stato proprio Johnnie ad indicarci una nuova direzione, a suggerirci di spostarci verso il jazz e l’improvvisazione. Ed è stato lui a segnalarci Jeff Chimenti, un giovane tastierista della West Coast. Lui pure ha alle spalle studi musicali e trascorsi con gruppi pop, gente come MC Hammer ed En Vogue, ma la sua passione è sempre stata il piano jazz. In seguito è arrivato il chitarrista Mark Karan, un session man/jolly da studio che ha suonato con i Ramones e con molti altri gruppi prima di trasferirsi a Los Angeles. Avevamo fatto delle audizioni, quando si era trattato di allestire la prima formazione degli Other Ones, e la scelta era caduta su di lui. Arruolarlo nei Ratdog è venuto spontaneo perché aveva già familiarità con il mio repertorio. Kenny Brooks, il sassofonista, è un altro musicista locale di estrazione jazz ed è l’ultima aggiunta alla formazione.

Dunque, pare di capire, i Ratdog sono la tua vera nuova band, un’avventura musicale a lunga scadenza…
Sì. Del resto sono quasi sette anni che siamo insieme. Abbiamo sviluppato un nostro vocabolario musicale, sappiamo come funziona la nostra interrelazione. Per fare buona musica bisogna anche conoscere bene gli strumenti che si suonano. E una volta che hai perfezionato la padronanza di quello che maneggi direttamente ce n’è uno più complesso da gestire: il suono globale della band. Molti sembrano non curarsene, ma è come un gamelan, quelle percussioni balinesi che vengono suonate contemporaneamente da più musicisti.

Ma che c’entra un musicista psichedelico californiano come te con un disc jockey newyorkese come DJ Logic?
Era in cartellone con noi in un tour che si è svolto l’estate scorsa, uno di quegli eventi in cui alla fine ognuno finisce per suonare con tutti gli altri. E’ molto divertente lavorare con lui e così gli abbiamo offerto di salire a bordo, anche se non è un membro chiave del gruppo. Suona con noi qui a New Orleans, ma non c’era la notte scorsa a Houston, né so ancora se verrà con noi in Europa. In pratica entra ed esce continuamente dalla band…

C’è qualcosa in comune, dunque, tra il “turntablism” e la musica basata sull’improvvisazione?
DJ Logic ha una sensibilità jazz e un approccio molto ritmico alla musica. Più sta con noi, più porta un contributo al gruppo e ispira le nostre improvvisazioni. Funziona, anche se so che non piace a certi fan di antica data che vorrebbero sentirci suonare sempre e solo le vecchie canzoni dei Dead…

Non temi di alienarti le simpatie dei fedelissimi?
Preferirei spararmi un colpo, piuttosto che suonare solo per soddisfare i desideri nostalgici di qualcuno. Non lo farò mai. La passione è fondamentale, e per me la passione ha a che fare con il pericolo, con il senso di avventura musicale. Non posso immaginare di morire ed essere giudicato in cielo per aver suonato tutta la vita le canzoni dei Dead nel solito vecchio modo.

Ciò nonostante con i Ratdog riprendi parecchi dei vecchi classici…
Sì, ogni sera metà circa della scaletta è dedicata a canzoni dei Dead e l’altra metà consiste nel mio vecchio repertorio solista o nelle nuove canzoni che ho scritto.
Suonare i pezzi dei Grateful Dead con altri musicisti serve a renderli più vivi, a dargli una nuova prospettiva?
Il mio compito è proprio questo: mantenerli in vita, farli respirare ed evolvere. C’è gente che non sopporta di sentire un dj che fa scratch sulla tua musica e c’è chi non tollera neppure di ascoltare un sassofono. Bene, quelle sono proprio le persone che io ritengo di dover ignorare. Ho appena suonato con i ragazzi della Dark Star Orchestra, un paio di settimane fa ad un benefit a San Francisco. Loro riproducono la musica dei Dead esattamente nel modo in cui la suonavamo noi: se è questo che il pubblico vuole, OK, vada a vedere loro. Sono dei bravi musicisti, e immagino che prima o poi si sentiranno stimolati a scriversi il proprio materiale, ma il punto è un altro: le canzoni dei Grateful Dead sono state scritte con l’intento preciso di poter essere sviluppate.

Hai scritto un bel gruzzolo di classici per la band. Quali sono quelli di cui sei più orgoglioso? Le canzoni che secondo te ti rappresentano meglio come autore?
“The other one” è la prima canzone significativa che abbia mai scritto: è stata concepita con una specie di architettura aperta in modo da poter essere interpretata in modo differente ogni sera. Dal primo giorno non l’abbiamo mai fatta allo stesso modo, tanto che ancora oggi la eseguiamo regolarmente in concerto. “Estimated prophet” è un pezzo di cui vado fiero: è in sette quarti anche se pochi se ne accorgono dato che il pubblico è abituato a ballarla. Ha un ritmo, uno swing, funzionale alla dinamica melodica e armonica e che invoglia al movimento; e la storia che racconta è piuttosto stravagante…“One more Saturday night” è un bel pezzo di rock and roll ed è sempre stato divertente suonarla, così come “Hell in a bucket”. “Playing in the band” è un altro di quei brani a struttura aperta, talmente aperta che in questo caso non fa affidamento neppure su una struttura ritmica precisa: parte in dieci quarti e poi si muove in qualunque direzione. Suonarla è come raggiungere ogni volta nuovi luoghi esotici. Non posso neppure più assumermene la paternità: piuttosto è il prodotto di un’evoluzione di gruppo. E poi c’è “Looks like rain”, che è una buona ballata. E “Throwing stones”, una specie di canzone di protesta senza un vero argomento….
Ho letto che non tutto è filato liscio, tra te e Phil Lesh, quando si è trattato di decidere dell’eredità di Garcia e in particolare della sorte delle sue chitarre…
C’è stato un conflitto intestino, è vero, ma oggi le tensioni si sono affievolite di molto. Non so neppure cosa sia stato a scatenarle. Credo che stia nella natura delle cose, quando ognuno desidera ribadire la sua indipendenza: è un po’ come quando i ragazzi se ne vanno di casa, e poi col passare del tempo tornano a far visita alla famiglia. Sta succedendo lo stesso anche a noi. Quanto alle chitarre di Jerry, onorare le sue ultime volontà è sempre stata la mia preoccupazione principale: e il maggiore desiderio di Garcia, ricordo, era quello di veder realizzato il progetto di Terrapin’ Station (un museo destinato a ricreare in tutto e per tutto l’esperienza di un concerto dei Grateful Dead). Se si voleva rispettare alla lettera le sue disposizioni, invece, bisognava restituire gli strumenti al loro legittimo proprietario, Doug Irwin: ma il problema è che Doug non ha un soldo, e che se qualcuno gli avesse offerto del denaro le chitarre si sarebbero volatilizzate in un batter di ciglia (un paio, infatti, sono già state acquistate all’asta da anonimi: che, secondo alcune indiscrezioni, potrebbero essere gli stessi ex membri dei Grateful Dead). Così abbiamo pensato ad una soluzione che onorasse davvero le volontà di Jerry garantendo ad Irwin una rendita annua, molti più soldi di quanti probabilmente ne vedrà per il resto della sua vita. Sono sicuro che se ne avessimo discusso mentre era in vita anche Jerry sarebbe stato d’accordo. Nel 1996, se non ricordo male, abbiamo dato corso al nostro progetto, garantendo un vitalizio al signor Irwin in cambio del possesso delle chitarre: ma poi Doug è finito in galera per qualche motivo e i suoi avvocati, gente senza scrupoli, ci hanno praticamente estorto gli strumenti per pagargli la cauzione. Sulla stampa hanno cominciato a circolare insinuazioni poco carine nei nostri confronti: ma devo ribadire ancora una volta che abbiamo deciso all’unanimità, con il resto della band, sul modo di procedere in questa vicenda. Tutti insieme: e non credo che Phil, a differenza di quanto è stato scritto, abbia mai cambiato idea al riguardo.

Il festival di New Orleans è diventato un terreno di conquista per le jamband, quest’anno. Sei d’accordo con chi sostiene che questi gruppi hanno raccolto lo spirito e l’eredità dei Dead?
Sicuramente: suonano in piena libertà, improvvisano, seguono l’ispirazione del momento. E si esercitano anche molto, il che è una condizione indispensabile per fare musica in questo modo. Mi pare che tutto questo sia salutare per la scena musicale perché i gruppi che hanno questo tipo atteggiamento sono destinati a divertirsi di più e a durare più a lungo. Era quello, in fondo, il segreto del successo dei Grateful Dead: riuscivamo a conservare interesse in ciò che facevamo. Se avessimo suonato gli stessi set nota per nota una sera dopo l’altra, come molte altre band facevano tra la fine degli anni ’70 e gli anni ’80, non saremmo mai durati così a lungo. Invece siamo sopravvissuti, continuando a divertirci, conservando freschezza alla nostra musica e interagendo sempre meglio sul piano musicale. Stando insieme così a lungo, succede per forza: impari a far “suonare” meglio il gruppo.

E’ forse questo il motivo per cui altre band vostre contemporanee, come i Jefferson Airplane e i Quicksilver, si sono disintegrate molto prima di voi?
Esattamente. Hanno perso presto l’interesse: non lo puoi mantenere, se lo show che metti in scena è sempre lo stesso. E’ dura restare on the road e suonare sera dopo sera. Ce la fai solo se la musica che fai merita di essere suonata, se riesce a farti squillar dentro le campane.

Torniamo alle jamband: ce n’è qualcuna che ti piace più delle altre?
Ce ne sono di buone, in giro, e con molte di loro ho anche suonato. Ma ad essere sincero nessuna mi ha impressionato particolarmente, finora. Ognuna ha un suo aroma particolare: gli String Cheese Incident prediligono il country, i Widespread Panic inclinano al blues. E’ un’evoluzione logica, probabilmente nascerà una scuola di jamband che si sviluppano nell’una o nell’altra vena: nuove Cheese band e nuove Panic band…

Eravate coscienti, quando eravate nei Grateful Dead, di dettare un nuovo modello di comportamento? Non solo nel far musica ma anche nel modo di trattare con il business musicale…
Sì. Ci rendevamo conto che erano in molti ad osservare le nostre mosse e a seguire le nostre orme. Noi non procedevamo secondo un piano intenzionale: ci sembrava semplicemente di fare la cosa giusta, la più naturale. Il music business è sempre stato un ambiente piuttosto losco, non tanto diverso dal mondo del wrestling professionale. I musicisti, soprattutto negli anni ’60 e ’70, erano trattati spesso come una merce qualsiasi e i discografici si comportavano per lo più molto cinicamente: certo, destinavano un certo ammontare di risorse allo sviluppo dei talenti, ma sapevano bene che c’era la possibilità di farci parecchi soldi. Allo stesso tempo, non erano altrettanto coinvolti umanamente con la musica. I Grateful Dead volevano gestirsi per loro conto perché non ritenevano affatto corretto il modo in cui venivano rappresentati da chi curava i loro affari. Non ci riconoscevamo nel loro comportamento, volevamo essere sicuri che le cose fossero fatte in accordo al nostro punto di vista. Non c’erano, da parte nostra, intenti particolarmente nobili: ma mi rendo conto che il nostro potesse essere considerato un comportamento rigorosamente etico se confrontato a quella che fino a quel momento era la norma nel music business.

A proposito di industria musicale: oggi una delle maggiori preoccupazioni di tutti coloro che lavorano nel settore sembra consistere nella protezione dei diritti d’autore. Tu, che con il resto dei Dead hai sempre incoraggiato la registrazione dei concerti e lo scambio di nastri tra i fan, come la pensi?
Mi invitano spesso ad unirmi ai panel che nelle varie università del paese si incontrano per discutere di questi argomenti ma onestamente non so ancora cosa pensarne. In realtà nessuno ne sa ancora abbastanza per farsi un’opinione circostanziata . Rendere disponibili gratuitamente le proprie performance, per me, è un principio democratico ma non chiude il cerchio del problema perché non consente a molti di coloro che producono musica di guadagnarsi da vivere. Il che significa che se questi diritti non verranno riconosciuti molti musicisti si troveranno costretti a fare l’elemosina, a iscriversi a una scuola di meccanica o a fare qualcos’altro. Non penso che sia giusto, neppure per il bene della cultura. Chi vuole dedicarsi alla ricerca artistica dovrebbe essere incoraggiato a farlo, e questo non può succedere se non si viene pagati per il proprio lavoro. Niente, in teoria, mi parrebbe meglio che rendere tutto disponibile a titolo gratuito sul Web: ma nessuno dei sostenitori della musica libera su Internet sa spiegarmi come sia possibile assicurare la sopravvivenza degli artisti. D’altra parte anche l’industria discografica fa la voce grossa perché, ricavando tutti i suoi guadagni dalla proprietà intellettuale, è quella che ha più da perdere da questa situazione. Ci vorranno anni per risolvere la questione: come al solito ci saranno persone che ne approfitteranno per commettere degli abusi, in un senso o nell’altro. Siamo ancora sul bordo di una frontiera. Naturalmente a me non spiace affatto che la gente continui a registrare i miei concerti: ma certo se pubblico un disco mi fa piacere venderlo. Fare un disco costa un sacco di soldi, e io ho la responsabilità di assicurare la sopravvivenza delle persone che lavorano per me e insieme a me.

Sei sempre sotto contratto con una major?
No, non più. Ho pubblicato il mio ultimo disco su Grateful Dead Records, ma non avevamo le risorse di marketing per promuoverlo adeguatamente. Credo che finiremo per firmare con un’altra major, come Phil Lesh & Friends hanno appena fatto con la Sony.

Avete tracciato una strada anche con il vostro modo di gestire il materiale d’archivio: penso alla collana live dei “Dick’s Picks”, per esempio. Ne sei coinvolto in qualche modo?
No, abbiamo un eccellente archivista che è anche un fan e che sa molto meglio di noi cosa abbiamo fatto in passato. Se ascolto i vecchi nastri? No, non ne ho il tempo: se lo facessi sarebbero tutte energie sottratte alla musica che faccio oggi. Se stessi a pensare al passato oggi non potrei più scrivere, né suonare e cantare. E io sono ancora pienamente concentrato sulla mia musica. Ma mi fa piacere, quando qualcuno riporta alla mia attenzione qualcosa che ho fatto in passato e mi fa ascoltare delle vecchie registrazioni: lo trovo sempre interessante, spesso ne traggo nuova ispirazione. C’è un sacco di roba di cui mi ero completamente dimenticato e che, riascoltata oggi, mi pare istruttiva. Ma preferisco che siano altri a fare questo tipo di ricerca al mio posto.

Qualcuno, credo Robin Williams, ha detto che se ti ricordi degli anni ’60 vuol dire che non li hai vissuti per davvero. E tu ne hai molti, di ricordi di quel periodo?
Oh certo, tanti bei ricordi. Mi viene in mente il Festival Express, il tour in treno attraverso il Canada che facemmo nel ’70 con Janis Joplin, la Band e altri gruppi: quello fu uno dei momenti migliori, ci divertimmo un sacco. E poi naturalmente ci furono i nostri tour europei e i concerti in Egitto davanti alla grande piramide, un’esperienza davvero illuminante. Ricordo che ogni sera, quando cominciavamo a suonare, c’era ancora un po’ di luce. Mentre il sole tramontava, potevamo vedere la gente sulle dune di sabbia che sorgevano ad ogni angolo dell’anfiteatro. La prima notte il cielo si oscurò prima del sorgere della luna. Al tramonto saltarono fuori orde di zanzare, e pensammo che suonare sarebbe stato un inferno. Ma poi d’improvviso sulla zona piombò uno stormo di pipistrelli: e più arrivavano zanzare, più arrivavano i pipistrelli, volteggianti sulle teste del pubblico. La terza e ultima sera, le dune che circondavano il sito erano affollate di beduini del deserto che avevano sentito parlare dei nostri concerti. Erano arrivati in groppa ai loro cavalli e ai loro cammelli, con i fucili a tracolla, per godersi lo spettacolo. Immagina una band di rock and roll che suona a tutto volume ai piedi della Sfinge circondata da una nuvola di pipistrelli con i beduini a fare da cornice!

Molti musicisti americani, nei mesi scorsi, hanno dichiarato di essersi sentiti profondamente turbati dai fatti dell’11 settembre. Quei tragici eventi hanno già ispirato diversi autori, come Neil Young…
Io non ho ancora scritto canzoni sull’argomento, almeno per ora. In genere non tendo ad affrontare temi così espliciti, quando compongo.
Né ti interessa esprimere pubblicamente la tua opinione su fatti d’attualità, o sulla situazione politica?
No, non ho mai voluto usare il palcoscenico per esprimere opinioni politiche o religiose. Il pubblico può ascoltare la mia musica, e questo è il messaggio che mi sento di trasmettere. Poesia, non regole di comportamento: le vivrei come un abuso della mia posizione. Mi capita, naturalmente, di esprimere pubblicamente le mie opinioni: ho scritto articoli per il New York Times, sono coinvolto in numerose attività per la difesa dell’ambiente ma tutto questo non riguarda la mia musica. Il fatto è che noi artisti parliamo una lingua che i capi di governo non riescono neppure a comprendere. Vorrei che succedesse, invece, perché non facendolo i politici perdono il contatto con una grossa fetta della realtà. Ricordo un’occasione in cui feci un commento polemico dal palco, e Garcia venne subito a bacchettarmi: non farti mai dei nemici, mi disse. Era un ottimo consiglio.

(Alfredo Marziano)

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