Mike Peters racconta il ritorno sulla scena della storica band rock gallese...

Mike Peters è un musicista ambizioso: da sempre mente degli Alarm, ha recentemente rispolverato questa storica sigla del rock inglese degli anni ’80 dopo dieci anni di carriera solista; e lo ha fatto per pubblicare non uno ma ben cinque dischi nuovi. Il progetto si chiama “In the poppy fields”, viene venduto solo tramite internet (in Italia all’indirizzo www.alarmitalia.com) e raggiunge in questo mese di gennaio i negozi in una versione ristretta e riassuntiva di un singolo CD.
Il marchio Alarm, come ci spiega lo stesso Peters, non era mai veramente andato in soffitta, dato che negli ultimi dieci anni il cantante e chitarrista lo aveva gestito direttamente, pubblicando demo, rarità e quant’altro, fino a giungere all’imponente box “Alarm 2000” (vedi recensioni), in cui i dischi originari del gruppo sono stati raccolti, rimasterizzati reimmessi sul mercato con una messe di inediti.
Gli Alarm del 2002 sono molto simili a quelli degli anni ’80; mancano i membri fondatori Dave Sharp, Eddie McDonald e Nigel Twist, ma l’attitudine romantica e demodé, epica e schietta –della musica come delle persone coinvolte nel progetto – è sempre la stessa. Così come fedeli sono i fan che seguono Peters in ogni sua mossa e che ogni anno si radunano a migliaia nel suo natio Galles all’evento “The gathering”.


Come è nata la decisione di tornare a suonare con il nome degli Alarm?
In realtà ho continuato a lavorare sotto questo marchio anche negli ultimi dieci anni, gestendo il catalogo, organizzando anche il raduno annuale dei fans “The gathering”. Inoltre ho registrato oltre 1000 canzoni acustiche: ogni acquirente del box "Alarm 2000" poteva scieglierne una, io la incidevo solo per lui, con una dedica personalizzata. Ho anche ricucito i rapporti con i vecchi membri del gruppo, visto che i problemi per i quali me ne ero andato nel 1991 erano ormai risolti. Quando ho deciso di rispolverare il nome degli Alarm, gli altri erano d’accordo, ma hanno deciso di non essere coinvolti direttamente. Così è stato: ho riformato la band con altri musicisti.

Percepisci una differenza tra il lavoro che hai fatto come solista e quello che fai sotto il nome degli Alarm?
Quando suonavo come solista, stavo scappando da quello che avevo fatto con la band. Ora sto riportando tutto a casa, sto riabbracciando la vecchia storia. Come cantavo in una canzone, per tornare a casa, devi andartene. E così, per tornare agli Alarm, me ne sono dovuto allontanare per un po’. Questa è stata la storia della mia vita: sono scappato da casa per formare la band, ma poi sono tornato nello stesso paese del Galles dove sono nato…

“In the poppy fields” è un progetto molto ambizioso per tornare sulla scena: 5 dischi e 50 canzoni inedite…
Inizialmente pensavo ad un disco singolo. Poi, dopo aver completato 12 o 13 canzoni, semplicemente ho pensato che c’era ancora molto da dire e sono andato avanti a scrivere e registrare. Sicuramente mi ha condizionato l’idea di fare tutto questo con il nome degli Alarm, ero un po’ confuso da questo flusso di idee. Poi ho semplicemente deciso di lasciarlo venire fuori, e ho deciso di fare cinque dischi…

Questo grande progetto farà sicuramente felici i tuoi fans, che non sono pochi. Ma non pensi che tutta questa mole di nuovo materiale possa scoraggiare potenziali nuovi ascoltatori?
Certo, per questo abbiamo ideato questo “Bond”, una sorta di abbonamento ai cinque dischi nuovi, che verrano spediti uno alla volta regolarmente. E per questo verrà pubblicato un singolo album riassuntivo, in contemporanea con il tour. Le canzoni di questo disco verranno scelte insieme ai fan. Tutto quello che faccio segue questa idea: abbattere le barriere tra musicista e ascoltatore, permettere ai fan di mettersi nei miei panni, fare le scelte che faccio io.

Vedi delle differenze tematiche tra questi cinque dischi?
In realtà faccio fatica, perché sono troppo dentro al meccanismo di creazione della musica. Ci sono sicuramente cose molto omogenee ma anche molto diverse. Il quarto volume, per esempio, è una sorta di concept album sul crescere in un piccolo paese di provincia. Comunque ho cercato di dare un’identità ad ogni singolo disco. Anche se “Close”, il primo volume, è stato messo in vendita praticamente subito dopo che l’ultima manopola del mixer era stata girata… I fan l’hanno avuto dopo una settimana, e poco dopo io ero in Italia a suonare negli Stadi aprendo per Ligabue… E subito dopo ancora sono rientrato in studio per finire gli altri dischi…

E’ molto singolare quest’idea che stai perseguendo, quella di rendere disponibile ai fan praticamente ogni cosa che gli Alarm hanno fatto: non solo il box di 9 CD, ma anche diverse altre pubblicazioni che vendi attraverso il sito…
Il punto è che credo che si abbia una percezione distorta della carriera degli Alarm, magari perché la maggior parte della gente ha sentito qualche canzone degli anni ’80, o perché si diceva che sembravamo gli U2. In realtà dietro c’è molto di più di tutto questo, e ho semplicemente deciso di raccontare tutta la storia, rendendo pubblico il più possibile dell’enormità di materiale che abbiamo prodotto… Devo anche dire che tutto questo lavoro sul catalogo mi ha aiutato a ricucire i rapporti con Dave, Eddie e Nigel, trovando un terreno comune sul quale ripartire.

Ascoltando “Close”, il primo volume del disco, si percepisce una certa nostalgia del passato, sia nei suoni, sa nei testi…
Forse volevo ricordare alle gente da dove arriviamo: bisogna fare un passo indietro per farne due in avanti, dice una canzone. Farlo negli anni ’90 era molto difficile, perché essere un artista degli anni ’80 equivaleva ad essere un lebbroso. Ora arrivare dagli anni ’80 è tutto sommato ok, così rispolverare certi suoni è più facile.
Sono sempre stato molto orgoglioso di quello che ho fatto con la band. Sai, la musica non perdona, raramente nel music business hai una seconda opportunità, soprattutto oggi che sono le corporation a dominare lo scenario. Non c’è liberta di scrittura, si scrive a proposito di quello che vende, ed anche i media ragionano secondo questo criterio. Io semplicemente, scrivendo queste canzoni, mi sono chiesto perché ho iniziato a suonare, perché ho fondato una band, perché me ne sono andato e perché oggi sono tornato a casa. Ho cercato di riflettere sui fatti della mia vita come musicista, tutto qua.

Hai rimpianti o rimorsi riguardo a quel periodo passato? Magari non essere diventato famoso come altre band al tempo vostre compagne?
No, sono molto a tranquillo ed onesto, al proposito: sto bene dove sto. Vedo molte band che hanno avuto successo che sono diventate degli zombie, non suonano più. La cosa bella degli Alarm è che è una comunità di musicisti e fan. Non si possono avere rimpianti quando ci sono questi rapporti forti.
Certo, avremmo potuto essere più famosi: abbiamo inciso i nostri dischi degli anni '80 per una piccola etichetta, la I.R.S. Anche i R.E.M. incidevano per la I.R.S.: noi non siamo riusciti a firmare per una Major, loro si sono accasati alla Warner. Va bene così, non credo che avere più soldi o vendere più dischi ti renda più felice…

(Gianni Sibilla)

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