La seconda parte di una lunga chiacchierata con David Toop: dopo avere ripercorso le tappe fondamentali della sua carriere nella prima parte (pubblicata lo scorso giovedì 16), ora Bjork ripercorre parla dei suoi collaboratori storici, e spiega perché ha deciso di pubblicare il suo albero genealogico in un box di 5 CDToop: Parliamo di alcuni dei tuoi collaboratori, perché so che le collaborazioni sono importanti per te e che certi personaggi hanno svolto una funzione cruciale in determinate fasi della tua carriera. Graham Massey, per esempio.
Bjork: Graham Massey è stato un autentico catalizzatore per me, perché mi ha permesso di intraprendere la carriera da solista. Dopo aver fatto parte di una band con gli stessi componenti per dieci anni, e con una parte di me che pensava, con una certa soddisfazione, che sarei sempre rimasta in Islanda circondata dall’affetto della mia famiglia e degli amici… sai, andare in tournée con gli Sugarcubes mi bastava. Poi mi sono ritrovata a voler fare delle cose, musicalmente parlando, che non si adattavano a quella situazione, e mi sentivo anche un po’ in colpa perché volevo di più. Così la persona che contattai nel 1989 o '90 fu Graham Massey; quando lo chiamai e gli domandai piuttosto timidamente se volesse ascoltare i miei demo, e ogni volta che andavo a trovarlo, era sempre molto entusiasta e paterno nei miei confronti. Mi mostrava la sua collezione di dischi e, incredibilmente, ne avevamo moltissimi in comune, musica di Reykjavik come di Manchester – per certi versi erano simili. Mentre ero ancora in tournée con i Sugarcubes, lui mi registrava delle compilation in cassetta, e io facevo lo stesso per lui, ma credo proprio che siano stati i suoi nastri ad avere un effetto più importante su di me, a quel punto della mia vita, di quanto i miei abbiano influito su di lui. Lavoravamo insieme sui demo e questo per me era molto importante. Io scrivevo canzoni e in seguito collaboravo con Nellee Hooper, e facevo sempre ascoltare tutto a Graham, per avere i suoi consigli e la conferma che credeva in me, che per me era molto importante.
Toop: E Nellee Hooper?
Bjork: Quando arrivai a Londra Nellee Hooper fu molto socievole con me. Mi fece da cicerone e mi presentò a centinaia di persone. Ha questo talento che gli permette di vedere dentro una persona e gli piaceva organizzare le cose in modo da sorprendermi. Per esempio, mentre lavoravamo su quest’isola, di sera mi bendava gli occhi e mi portava in macchina a un piccolo studio di registrazione DAT che aveva allestito in spiaggia, con un microfono con un cavo lunghissimo e un paio di cuffie, così potevo registrare mentre vagavo e correvo sulla sabbia. È sempre stato coraggioso nel cercare quello che avevo dentro e che voleva uscire. Organizzava situazioni in cui ero costretta a fare cose piuttosto spaventose, che mi sentivo obbligata a fare. Avevo scritto questa canzone intitolata “Cover Me”, che parlava di un viaggio nell’ignoto. Nellee mi prese, mi bendò gli occhi e mi portò in auto a una grotta sotterranea, piena di pipistrelli. Dentro era buio pesto, al punto che non riusciva a vedere a terra – ed era piena di crepacci; mi ritrovai a cantare mentre camminavo per la grotta e spesso fui sul punto di cadere – se ascolti con attenzione la registrazione sentirai il rumore dei pipistrelli sullo sfondo. È stato con simili stratagemmi che Nellee mi ha spinto ad avventurarmi in luoghi che lui sapeva che avrei voluto esplorare, ma per inoltrarmi nei quali non avevo né il coraggio né la sicurezza necessaria. È stato con lui, per esempio, che ho imparato a lavorare con un programmatore. Lui aveva un proprio studio con un proprio programmatore, io andavo da loro e tutto veniva eseguito senza problemi. Devo dire che ho imparato molto da lui, come per esempio il modo in cui comportarmi in uno studio di Londra, come comunicare con il fonico e con il programmatore. Anche lui ha avuto un atteggiamento paterno con me, ma in modo diverso da Graham Massey. I miei gusti musicali erano molto simili a quelli di Graham, mentre quelli di Nellee erano completamente diversi. Graham Massey è stato un grande supporto per me in termini puramente musicali, mentre Nellee Hooper è stato fondamentale nell’aiutarmi a trattare con gli altri, a muovermi nel mondo, nello studio di registrazione, a scoprire il mio senso e il mio desiderio di avventura – insomma, mi ha insegnato come agire e lavorare da musicista, senza indirizzarmi verso una certa direzione musicale, come invece fece Graham.
Toop: Guy Sigsworth?
Bjork: Fu Talvin a presentarmi Guy Sigsworth, dopo che “Debut” ebbe venduto oltre 20 volte il numero di copie previsto, considerato quanto fosse un album piccolo ed eccentrico. Così ci toccò organizzare un tour nel giro di due settimane, nonostante l’album non fosse stato concepito per le esibizioni dal vivo. Fu allora che conobbi Guy Sigsworth. Ricordo che durante la prima tournée non c’era nulla di particolarmente eccitante da fare per lui, mi limitai a dargli qualche linea di tastiera che gli suonai con un solo dito. Poi fece con noi una seconda tournée in cui prese il ruolo di direttore musicale, ed è stato il fatto di viaggiare insieme sul tour bus per quattro anni a permetterci di esplorare reciprocamente i nostri gusti musicali. Il nostro rapporto è cresciuto lentamente ma continuamente, come in ogni buona relazione musicale. Avevamo cominciato a lavorare insieme nel 1993, ma solo nel 1997, con “Unravel”, siamo giunti al punto di poter entrare insieme in studio e uscirne mezz’ora dopo avendo già pronta una canzone da mixare. Abbiamo imparato a conoscere l’una l’animo dell’altro in modo molto profondo. Poi, con “Vespertine”, abbiamo voluto spingerci ancora oltre.
Toop: I Matmos?
Bjork: Avevo scritto già più o meno l’80% di “Vespertine”, avevo messo giù le ritmiche e le strutture con alcuni programmatori. Poiché era la prima volta che mi dedicavo ai microbeat, avevo l’impressione che alcune delle ritmiche fossero un po’ legnose, e decisi di chiamare un virtuoso del campo. Ero già in contatto con i Matmos, avevano già fatto qualche remix per me, ci eravamo incontrati e avevamo anche bevuto parecchio insieme, così li chiamai (avevo quasi completato “Vespertine”) e domandai loro se fossero disponibili a venire in tournée con me, dato che cominciavo a preoccuparmi di come avrei suonato dal vivo ritmiche create colpendo una scatoletta con un cucchiaino, non suonando strumenti veri e propri. Avevo creato io stessa molte delle ritmiche e non avrei certo potuto occuparmene mentre cantavo. Inoltre, mi piace vedere artisti dal vivo che fanno cose diverse da quelle che gli si vorrebbe far fare, è il loro mondo. Così nel novembre del 2000 li ho chiamati e ho chiesto loro divenire in tournée con me. Poi chiesi loro di prepararmi 27 brani, non solo tratti da Vespertine, ma anche da altri album, in modo che avessero tutti delle nuove ritmiche. Non volevo che utilizzassero strumenti musicali tradizionali, bensì un approccio diverso. Loro ci hanno pensato su e poi, con mia sorpresa, hanno detto “Sì!” Ne sono stata felicissima.
Poi, mentre completavo l’album, mi rendevo conto che alcune canzoni necessitavano ancora di qualche cosa, così gli ho chiesto: “Posso mandarvi qualche brano? So che siamo in una fase molto avanzata della lavorazione, dato che cominceremo a mixare tra due mesi, ma avreste voglia di aggiungere un po’ di roba?” E di nuovo loro hanno risposto: “Certo, perché no?” Così ho mandato i brani a San Francisco, e i Matmos hanno aggiunto dei beat. Credo che il loro ruolo in “Vespertine” sia stato paragonabile a quello di un session man, magari un percussionista, chiamato a dare più vivacità e vitalità a un lavoro già completo di batterie e ritmiche; e questo può cambiare completamente un brano, non limitarsi semplicemente a un abbellimento.
Poi siamo andati in tournée per un anno insieme, ed è stato molto divertente; in quel lasso di tempo i Matmos hanno portato ancora più in là i brani. Pur non avendo un sound propriamente riconoscibile come quello dei Matmos, tutti i brani sono cresciuti durante la tournée, e questo è stato molto eccitante. Ora abbiamo imparato conoscerci piuttosto bene, al punto che possiamo andare in studio e cominciare un lavoro da zero. Direi che ora siamo sullo stesso piano, non sono più semplicemente collaboratori esterni.
Toop: Di Mark Bell cosa mi dici?
Bjork: Nel 1990, quando uscì l’album degli LFO, ero molto eccitata – era il periodo in cui mi incontravo con Mark Bell e Graham Massey a Manchester. Dopo di allora siamo rimasti in contatto ogni tanto ci scambiavamo telefonate in cui suonavamo l’una per l’altro roba impossibile da trovare – oppure parlavamo di nuove etichette che avevamo scoperto, di nuove tecniche per stravolgere la voce umana usando un certo effetto, cose del genere.
Mark fece qualche remix per me di brani di “Post”, poi, nel 1996, gli chiesi di raggiungermi in Spagna per sperimentare qualcosa di nuovo per gettare le basi di “Homogenic”. Lui diede la sua disponibilità per due settimane, ma finì per restare sei mesi, e lavorammo insieme senza interruzione per quattro. Sono ormai anni che completiamo l’uno le idee dell’altra in questo modo.
Direi che la cosa più entusiasmante riguardo a “Homogenic” e a Mark Bell, a mio avviso, è stata la tournée; Mark ha partecipato alle performance dal vivo con l’Icelandic String Quartet, ed è stata la prima volta dai tempi dei Sugarcubes che mi trovavo in tournée con le stesse persone che avevano lavorato sull’album. È stato molto bello. Non è stato come mettere insieme una serie di professionisti: erano tutte persone che avevano contribuito alla scrittura dell’album. Mark aveva scritto molte delle parti che eseguiva, e durante la tournée ha avuto modo di cambiare le cose, rendendo le parti ancora più sue. In situazioni del genere, quando sali sul palco hai la sensazione che possa accadere di tutto, che la pianta stia ancora crescendo, che non è ancora pienamente formata. È stato bellissimo.
Toop: Parliamo del “Family tree project”. Perché hai voluto farlo? Di che si tratta? E in base a quali criteri hai scelto le canzoni, tra tutto il materiale che hai scritto lungo gli anni?
Bjork: Dopo aver finito Vespertine, ebbi la sensazione di aver completato qualcosa. Mi sentivo come se avessi raggiunto una mia ambizione e fossi riuscita a portare a termine qualcosa che avevo desiderato fare fin dall’infanzia. Ora mi sento come se avessi davanti un foglio bianco, un nuovo inizio, un’occasione per cominciare tutto daccapo. È come se fossi giunta a un incrocio lungo il mio cammino e perciò è questo il momento giusto per pubblicare una selezione, o piuttosto una retrospettiva, delle mie canzoni e della mia storia fino a questo momento. Ero pronta a far uscire una collezione di singoli, ma volevo anche raccontare la storia di come sono arrivata al punto in cui mi trovo, senza ricorrere alle parole che avevo pronunciato in migliaia di interviste e che erano già state ampiamente documentate. Ho ritenuto più importante l’aspetto emotivo e materiale, in senso musicale – le mie parole musicali per raccontare il mio sviluppo di musicista.
Io mi vedo divisa in quattro rami. Quello che sento più vicina a me sono le mie radici, probabilmente la parte più antica e patriottica di me, e forse la più conservatrice. E per mostrare questo ho fatto uscire un progetto chiamato “The family tree”, l’albero genealogico. Dunque, uno dei rami sono le armonie (roots), e ci sarà una canzone che scrissi quando avevo quindici anni e sarà suonata solo con il flauto. Ho raccolto anche altre canzoni, alcune delle quali già pubblicate, altre inedite, ma tutte importanti per segnare i momenti in cui ritengo di aver compiuto i balzi in avanti più significativi come compositrice, fino ad arrivare all’album “Greatest hits”.
Un altro ramo sono i testi. Tutti i testi che ritengo abbiano rappresentato un grosso passo in avanti per me come autrice, permettendomi di esplorare meglio il mio mondo, saranno tutti inseriti nel Family Tree.
Un altro ramo ancora è probabilmente un fenomeno tipicamente islandese. Siamo stati una colonia per 600 anni, ma abbiamo salvaguardato testardamente la nostra identità e la nostra lingua, senza lasciarci assorbire dalle influenze straniere, giudicando come maligno qualsiasi cosa fosse moderna e straniera. Perciò, nel mio caso, quando nel 1990 volevo spiccare il volo e lavorare con gente straniera facendo qualcosa che all’epoca era ritenuto molto moderno, come la musica elettronica, è stato un po’ come andare a letto con il nemico – era un territorio assolutamente spaventoso, un tabù. E credo che quello sforzo abbia rappresentato una grossa fetta del mio lavoro. Sono molto, molto islandese, ma sto infrangendo un certo tabù islandese che ci ha permesso di sopravvivere come cultura per 600 anni. Ma ora è giunto il momento di comunicare con gli stranieri. Si può essere internazionali e islandesi al tempo stesso. Non occorre necessariamente vendere l’anima, anche se stai comunicando in inglese.
Questo ramo, il terzo, è rappresentato dai primi demo che feci con Mark Bell e Graham Massey, e mi vede impegnata a sperimentare, non solo a unire questi due elementi molti diversi tra loro, ma anche a mettere insieme melodie con un tipo di musica che all’epoca, nel 1990 (anche se non spetterebbe a me dirlo), era piuttosto innovativa. Sono stati i miei primi passi in una direzione che in seguito sarebbe diventata una parte importante del mio lavoro.
Il quarto ramo è il mio lato accademico, direi, quello con il quale sono venuta alle prese più tardi, che ha origine nei miei studi musicali classici, che perseguii per dieci anni in Islanda. Imparai molto a proposito di Bach e Beethoven e tutti gli altri, ma nulla sulla musica islandese; di conseguenza, provai un impeto di ribellione al quale devo dire che cedetti con parecchio trasporto. È stato solo dopo aver compiuto i trent’anni che mi sono resa conto di quanto quegli e quegli studi abbiano influenzato la mia vita; è una parte di me che ho sentito il bisogno di analizzare, accettare e guardare con occhi nuovi. E così il quarto ramo dell’albero comprenderà le canzoni che ho registrato con il Brodsky Quartet, un esempio calzante di radici accademiche, direi, ma da non prendere troppo alla lettera. In fondo, sono pur sempre canzoni mie.
Toop: Pensi di aver detto tutto su questo progetto in particolare, o credi di poter aggiungere ancora qualcosa?
Bjork: Be’, potremmo aggiungere qualcosa a proposito della copertina. Pur essendo una raccolta di successi, questo album è per me piuttosto una retrospettiva. Non è solo una riproposizione dei singoli, ma anche il racconto di quanto ho imparato lungo gli anni e di come sia arrivata al punto in cui mi trovo. Per l’aspetto visivo del progetto, mi sono fatta aiutare da una mia cara amica, un’artista islandese che si chiama Gabriella. Anche lei ha dovuto fare i conti con i quattro rami, essendo anche lei un’artista islandese e avendo radici islandesi, che s’intrecciano inevitabilmente con le saghe e la mitologia del nostro popolo, e dovendo prendere coscienza che non esiste qualcosa che si possa definire arte moderna islandese, che è tutta da inventare. Io mi sono trovata nelle stesse condizioni, di dover inventare la musica pop islandese; ho potuto permettermi il lusso di una grande libertà, non dovendo confrontarmi con artisti come i Beatles, o Jimi Hendrix, o altri. Ho potuto praticamente cominciare da zero, o quasi. E anche Gabriella ha un ramo accademico, ha frequentato una scuola d’arte dove le hanno insegnato molto a proposito di un sacco di artisti tedeschi; ma se sei una donna, nata in Islanda una trentina d’anni fa, che diavolo hai in comune con la storia dell’arte europea? Quasi nulla. Allora la prima reazione è il rifiuto di tutto, ma dopo viene la consapevolezza di avere radicate dentro di te molte di quelle cose che ti hanno insegnato a scuola per dieci anni. Credo che ogni islandese sia un poeta; come ho già detto, in Islanda tutti leggono libri di poesie, e il linguaggio è spesso feroce – questa è diventata la nostra identità nel corso dei secoli. E Gabriella, la mia amica, aveva delle opere in cui aveva affrontato proprio questi temi. Tra cui il quarto ramo, quello che ci vede alle prese con le influenze straniere, con la nostra identità di islandesi avvezze ai vulcani e ai geyser e tutto il resto, che si incazzano da morire quando veniamo etichettati come una stana specie di eschimesi o di elfi. Noi ci riteniamo persone moderne, facciamo cose moderne. Dunque c’è anche questo aspetto e di conseguenza ho chiesto a lei di occuparsi della rappresentazione artistica di questo albero genealogico.
Toop: Qual è il sentimento più forte che provi per quanto riguarda lo sviluppo della tua carriera e del tuo lavoro?
Bjork: Quello che ho fatto finora, è in buona parte il risultato di un duro lavoro. Quando mi guardo alle spalle, capita che senza volerlo mi commuova – mi sento molto grata di tutto. Mi sono trovata nella posizione di poter fare tutto questo, mentre conosco molte persone in Islanda, o anche qui nel Regno Unito, che hanno molto da offrire ma che non si sono trovate nelle condizioni di poterlo condividere con gli altri. Le sensazioni che provo sono più forti di quanto avessi previsto. È un po’ come fare le pulizie di primavera, quando si fruga nei vecchi scatoloni e vengono fuori cose di cui ti eri dimenticata, ed è facile commuoversi. Ma con il passare del tempo, raccogli tutte queste cose e le puoi ammirare, provando così una sensazione di grande liberazione. Da musicista ho provato l’assoluto bisogno di fare un po’ di pulizia in modo da poter ricominciare da un foglio bianco, da un nuovo inizio. Non so perché, ma a questo punto della mia vita mi è sembrata una cosa essenziale da fare.