La vita dopo il successo di 'White ladder' e il nuovo album, 'A new day at midnight'...

Eccolo, David Gray. Quattro anni fa, quando i pochi fan che ancora lo seguivano lo davano per scomparso dalla scena, dopo tre dischi di folk-rock e diversi licenziamenti da case discografiche, pubblicò “White ladder”, autoprodotto per la propria etichetta, la IHT. Un disco strano, in cui effetti elettronici e loop si sovrapponevano a canzoni d’impronta cantautorale. La riscossa iniziò dall’Irlanda, dove il disco prese lentamente ma inesorabilmente quota, fino ad entrare in classifica. Ci si accorse di Gray anche in Inghilterra; nel 2002 “White ladder” trovo immediatamente una major pronta a promuoverlo e a distribuirlo. Risultato: oltre due milioni di copie vendute, un numero impressionante di settimane in classifica.
Oggi, dopo tutto quel successo improvviso che riscattò una gavetta lunga ed apparentemente inesorabile, dopo un disco volutamente minore e pubblicato quasi in sordina –“Lost songs” canzoni acustiche pre-“White ladder”- David è tornato con “A new day at midnight”. Un album che riprende il discorso là dove “White ladder” l’aveva lasciato: songwriting ed elettronica che si uniscono, forse oggi con un pizzico di arrangiamenti in più; i testi sono sempre introspettivi, dettati non solo dalla situazione generale, ma anche da un lutto: la morte del padre, a cui David ha dedicato il singolo “The other side”. Ci siamo fatti raccontare da David il nuovo disco, il successo ed altro ancora.


Quando ti abbiamo intervistato due anni fa - era il momento di maggior successo di “White ladder” – sembravi alquanto teso e stressato. Oggi sembri solo stanco, ma decisamente più rilassato.
Quel periodo è stato per me come un giro sulle montagne russe: bello, ma a momenti terrificante, con accelerazioni improvvise che ti tramortiscono un po’. Parli di un momento in cui mi stavano succedendo molte cose, sia musicali che personali, e tutta la situazione era un po’ opprimente. Spero che questa volta le cose siano diverse, ma sono già contento se mi dici che sembro meno stressato. Ho appena avuto un figlio, e questo ti mette molta più pressione che qualsiasi questione musicale: ho una famiglia a casa, un’attività impegnativa, e cerco di mantenere un equilibrio tra ciò che devo fare per mia moglie e il mio bambino e ciò che devo fare per il mio lavoro di musicista. E questo è tutt’altro che facile. Se penso che sta per partire un tour, mi rendo conto che non sarà certo facile tenere d’occhio quello che succede a casa….

Parlando del lato musicale del successo, credi di avere imparato a gestire le pressioni che esso comporta, soprattutto ora che pubblichi un nuovo album?
In realtà è tutto un processo mentale. Da un certo punto di vista, se non fosse successo tutto ciò, sarebbe stato tutto più difficile: mi sarei fatto molti problemi sulle direzione musicale da prendere, sul proseguire o meno sulla strada di “White ladder”. Invece, una volta che mi sono messo a scrivere musica per il nuovo album, è venuto fuori tutto in modo naturale. Posso dire che il “mood” del disco e le canzoni si sono imposte da sole. Non ho dovuto pensarci troppo né prendere decisioni radicali. Solo ora che il processo di produzione è finito inizio a sentire la pressione. E’ lì, insieme alle aspettative e alle domande di chi si chiede quante copie venderà il disco, se sarà in grado di eguagliare “White ladder”. Ma per me la musica rimane superiore a queste questioni.

Che differenze vedi tra “A new day at midnight” e “White ladder”?
“White ladder” era un disco dal tocco più leggero, più facile da ascoltare e da comprendere. L'album nuovo tratta di sentimenti e di situazioni più complesse, in generale di temi più difficili da digerire. Sinceramente non so se avrà la stessa entusiastica accoglienza ma non chiedermi di analizzarne a fondo i contenuti, sono le circostanze della vita a spingerti in una direzione piuttosto che nell'altra: fosse uscito due anni fa, sarebbe stato certamente di umore molto più gioioso.

Il titolo, “Un giorno nuovo a mezzanotte”, però, sembra unire l’oscurità e la luce.
Solitamente non penso ai titoli, ma questa volta mi ci sono messo d’impegno: mi è venuto in mente una sera, nel letto, quando non riuscivo a dormire. E’ un titolo che parla della fine di un periodo, ma anche di un nuovo inizio, anche se non sai di che cosa, e che cosa ti porterà. Vuole trasmettere un senso di speranza, un sentimento che non emerge facilmente.

Ti riferisci solo alla tua situazione personale o anche al momento storico che la società occidentale sta vivendo?
Se è qualcosa che si adatta all’atmosfera generale, vuol dire che esprime sensazioni in modo potente. E’ un riferimento personale, ma molte delle cose di cui parlo nel disco sembrano essere rilevanti oggi, dopo i tragici fatti mondiali dell’anno scorso che tutti conosciamo, dopo la tensione continua e le fratture che lacerano le diverse società. Il senso di shock, il dolore personale che io ho provato è generalizzato, purtroppo.

A questo proposito, l’immaginario del disco è composto da termini molto forti: si parla di morte e di perdita, ricorre un paio di volte l’espressione “killer”, “assassino”…
Anche in questo caso, l’immaginario è derivato da esperienze personali. Canzoni come “Dead in the water”, in cui sono contenute alcune delle parole che citi, assomigliano alla persona che ero quando ho inciso i primi dischi: decisamente più arrabbiata. Sicuramente questo è un periodo in cui è bene esternare i propri sentimenti e le proprie sensazioni.

Qual è stato l’approccio compositivo di questo disco? Lo stesso di “White ladder”?
Non credo di avere sviluppato molto il mio modo di scrivere da allora. L’ho semplicemente ripreso dove l’avevo lasciato, senza cercare di cambiarlo più di tanto. Quando ho iniziato a sperimentare l’uso dell’elettronica sulle mie canzoni per quel disco avevo la netta sensazione di essere solo all’inizio, sapevo che c’era molto ancora da fare.

…Magari nell’arrangiare di più le canzoni? Questa mi sembra la differenza fondamentale tra i due dischi: quello nuovo è più strutturato.
Credo che per me sia difficile dirlo. Certamente ho lavorato di più di forbici sulle canzoni, come in parte avevo già fatto per i singoli di “White ladder”, che avevo ripubblicato in versioni più compatte rispetto alle versioni originali presenti sul disco. Ecco, ho lavorato sulla compattezza. Non c’è bisogno di allungare troppo il brodo: me ne sono reso conto ascoltando gente come Presley e Sinatra, capace di convogliare tutto quello che avevano da dire in meno di tre minuti.

Cosa pensi ora dei primi dischi della tua carriera e di quel periodo in cui erano in pochi a prestarti attenzione?
Mi ricordo ancora tutte le difficoltà… Riascoltando oggi quei dischi sento un’energia forte ma cruda. Mi piace ancora molto il primo disco, “A century ends”, forse perché era più naif ed inconsapevole. Una sensazione che si è persa un po’ nei due dischi successivi, “Flesh” e “Sell sell sell”, anche se contemporaneamente stavo capendo come lavorare in uno studio. Apprezzo ancora alcune cose di quei dischi, ma forse allora non ero davvero in grado di capire quello che stavo facendo, e questo mi spingeva anche un po’ ad esagerare, magari cantando sopra le righe. Sentivo di avere molto da dare, e non sapevo bene come farmi ascoltare.

Ripensando a quello che ti è successo in seguito, senti di esserti vendicato di quelle case discografiche che allora ti hanno scaricato senza mai credere davvero nella tua musica?
Forse non è il primo pensiero che mi viene in mente pensando a quel periodo. Però grazie a Dio, si, mi sono rifatto una vita musicale nonostante loro.

(Gianni Sibilla)

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