Esce 'Scarlet's walk', il nuovo disco della cantante : un 'concept album' dedicato alla terra americana e alle sue contraddizioni. Tori ce lo racconta, e riflette sulla sua patria, oggi...

Disponibile, sorridente, molto affascinante (anche se un po´ segnata in volto) e con un buffo camicione verde trasparente. Nella suite di un grande albergo romano, l´americana Tori Amos, 39 anni, ci ha ricevuto così per parlare del suo nuovo disco, "Scarlet´s Walk", il settimo della sua carriera, in uscita in questi giorni. Si tratta di un vero e proprio concept-album, con ben diciotto pezzi, che mette a fuoco un universo di sensazioni, emozioni ed esperienze, un lungo e doloroso viaggio attraverso l´America post 11 settembre. E non solo.

Questo disco è più un romanzo in musica che un insieme di canzoni...
E, vero, è un lavoro dalla doppia valenza: personale e politica; come Sempre, è ispirato da fatti e persone che in un modo o nell´altro ho vissuto direttamente. Però non sono una scrittrice, il mio modo di esprimermi ha a che fare con la musica e quindi... eccomi qui. E´ un "vagabondaggio" epico, quello della protagonista di questo disco, che attraversa l´America alla maniera di quelli "on the road" di Jack Kerouac e dei tanti personaggi dei suoi libri.

Quando ha iniziato a pensare a questo album?
Quando ero incinta di mia figlia Natashya, anche se la stesura vera e propria l´ho realizzata dopo gli attentati terroristici dell´11 settembre 2001. L´impianto narrativo è ispirato in parte all´attuale crisi d´identità del mio paese e in parte ai racconti che mio nonno e mia madre mi facevano sulla storia della mia famiglia Cherokee. Ma c´è anche altro: amore, morte, tradimento, violenza... La vita.

Chi è la protagonista di questo viaggio?
E´ Scarlet, in pratica il mio alter ego, anche se in fondo può essere qualunque donna. Lungo la strada scopre molto del mondo che la circonda, e che ha perso il suo senso più profondo, e moltissimo di se stessa e degli altri che in fondo non sono altro che una parte di ciò che lei è, è stata o potrebbe essere.

Perché ha deciso di chiamarla Scarlet?
Perché questa parola racchiude una linea di sangue, legata anche alla Scarlet di "Via col vento" che perde la terra e viene minacciata dai soldati proprio come i nativi americani. Il rosso è il colore del sangue che è stato versato per cacciarli via e anche di questo io parlo.

Dove inizia il suo viaggio?
Va da Los Angeles all´Alaska, le Hawai, il Dakota, il Texas e via dicendo, fino a Little Big Horn, dove fino a qualche anno fa c´erano ancora gli ultimi siti dei nativi americani. In pratica Scarlet gira per tutta gli Stati Uniti.

Chi incontra?
Personaggi spesso disperati ma sempre affascinanti e ricchi di simbolismi e allegorie. Si parte con la prostituta Amber a Los Angeles, un paio di uomini con i quali viaggia lungo la west coast, poi una maniaca depressiva come Carbon sulle Black Hills, un amore come Crazy che finisce con un abbandono in Texas, un incontro con un predicatore nel Deleware, la nipote 18enne a Las Vegas...

Di cosa parla il brano "Sweet sangria"?
Dell´incontro di Scarlet con un militante latino-americano che si batte contro l´intervento americano in Centro e Sud America. Più lei va a fondo in questa battaglia e più si rende conto che gli innocenti, come i colpevoli, sono da tutte le parti. E al contrario di quello che fa lui, non accetta la violenza.

E "Scarlet´s Walk"?
In questa canzone l´America è una giovane ragazza che cerca al di là dei mari un´altra giovane ragazza, che può essere Francia, Inghilterra o Spagna. Curiosa, le invita tutte ma queste dopo poco si prendono ogni cosa: casa, marito, lavoro... Ma non è tutto. Canto anche la storia di mio nonno, un vero indiano Cherokee, sopravvissuto all´esodo forzato cui fu costretto dai governativi insieme a tutta la sua tribù nel 1838.

E alla fine?
Alla fine del viaggio, nel pezzo "Gold dust", Scarlet diventerà mamma e finalmente ritroverà la mappa della sua esistenza. Dall´essere una donna avventurosa, si trova ad avere un´altra vita che dipende da lei. E così vede sotto una nuova luce ciò che è permanente e ciò che è transitorio. Quando sono crollate le Torri noi tutti ci siamo resi conto che ciò che c´è di permanente è solo nei nostri cuori.

Nel disco ci sono riferimenti abbastanza espliciti a quella tragedia…
E’ vero: in "I can´t see New York" Scarlet è testimone di un incidente aereo. Un evento che le offre la possibilità di riflettere sul nostro modo di essere americani prima e dopo quel giorno.

Lei era lì quel giorno?
Sì, l´11 settembre ero a New York. E´ stato terribile. La gente che vedeva in TV quell´immane disastro doveva sforzarsi per credere che non fosse un film. Ma chi era lì e ne sentiva l´odore, sapeva che era tutto maledettamente vero.

Come ha visto le reazioni a quella tragedia?
Dopo quei fatti l´America è stata amata dagli americani come prima era amata dagli indiani, che erano stati privati proprio dagli stessi della loro terra. A scuola ci insegnano a identificare la nostra patria con i suoi padri fondatori, ma non è così: in realtà è la terra stessa all´origine della storia americana.

Cosa ha cambiato quell´attentato, secondo lei?
Subito dopo quei tragici fatti porsi delle domande in America era praticamente impossibile perché si passava subito da traditori, ma per fortuna oggi è diverso. Tanti sono in cerca delle giuste risposte. Anche perché nessuno è più sicuro che ci sarà un domani.

Le risposte che sta cercando l´amministrazione Bush la convincono?
Mi spaventa molto il fatto che non ci siano persone illuminate nei posti giusti. Purtroppo la torcia non è più nelle mani di gente come Martin Luther King.

Cambiando discorso: Joni Mitchell di recente ha dichiarato che l´industria discografica è una fogna. E lei come la pensa?
Le case discografiche possono dimenticarsi dell´arte. Succede a volte che non si abbia tempo per nutrire un artista e farlo maturare. Ma se chi ama Joni Mitchell la sente su internet è come se non mettesse benzina nel suo motore e lei magari non può fare il suo tour...

Dove ha realizzato l´album?
L´ho prodotto e registrato nella casa-studio di Cornwall, in Inghilterra, dove già in passato ho meeso a punto altri miei progetti. Con me hanno lavorato Jon Evans al basso, Matt Chamberlain alla batteria, John Philip Svenale, che ha arrangiato le canzoni; la Simphony of London e i chitarristi Robbie McIntosh, Mac Aladdin e David Torn. Mio marito, l´ingegnere del suono Mark Hawley, e il suo socio Marcel van Limbeek mi hanno ovviamente aiutato in tutto.

Quando andrà in tour?
Il 7 novembre darò il via ad un lungo tour che dagli Stati Uniti mi porterà in Europa. Ad accompagnarmi ci saranno gli stessi musicisti che hanno suonato con me in studio.

Contemporaneamente al disco, viene lanciato lo Scarlet´s web: di che cosa si tratta?
Nel cd grazie alla tecnologia “ConnecteD” c´è una chiave che dà accesso ad un sito dove ci sono informazioni di ogni tipo sul tour ma anche sul viaggio di Scarlet, quindi la mappa della terra dei nativi americani con cui si ripercorrono i vari spostamenti in nord America; e poi anche video, testi, foto, biglietti, souvenir e informazioni varie... Insomma, di tutto.

Come pensa che sarà accolto questo suo progetto, che è senz´altro affascinante ma anche un po´ complicato?
Credo bene. E´ una storia profonda ed emozionante e parte di questa storia è estremamente dettagliata. Il resto è a disposizione di chi ascolta, che ne trarrà ciò che ritiene più opportuno. Come sempre ognuno può cercare e trovare le proprie emozioni ovunque.

(Andrea Scarpa)

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