Un gruppo 'In continuo movimento': Federico Zampaglione racconta il nuovo album...

“Perché siamo due destini che si uniscono stretti in un istante solo…” Queste parole sono risuonate nella mente di molti, dopo che la canzone che le conteneva, “Due destini” dei Tiromancino, venne inclusa nel fortunato film “Le fate ignoranti”. Era il 2001 e quello fu il punto di arrivo di un percorso a tappe del gruppo romano verso il successo: dalla partecipazione a Sanremo con “Strade” ai buoni riscontri della title-track, pubblicata come singolo accompagnato da un memorabile videoclip. Il quinto album della band romana divenne disco di platino e, come in tutte le storie degne di questo nome, arrivò qualche difficoltà. Nell’estate dello stesso anno, il leader Federico Zampaglione si trovò ad affrontare la fuoriuscita dal gruppo di due membri storici, il fratello Francesco e Laura Arzilli. Trovati due sostituti (totalmente diversi) nel pianista Andrea Pesce e in Luigi Pulcinelli, dopo più di un anno ritroviamo i Tiromancino con un nuovo disco, “In continuo movimento”, nuove canzoni e nuovi suoni: un nuovo capitolo di una delle più interessanti storie della musica italiana contemporanea. Ce la siamo fatti raccontare dal suo protagonista, Federico Zampaglione.

Per vedere lo streaming di Tiromancino che eseguono le canzoni di "In continuo movimento' in versione 'unplugged', piano, chitarra e voce, e per guardare la videointervista a Riccardo Zampaglione clicca qui.

Partiamo da una domanda generale: i Tiromancino si definiscono “In continuo movimento”. Però dove collocheresti la loro musica nell’attuale panorama musicale?
Collocare la musica dei Tiromancino è difficile da sempre. Io ascolto musica di ogni tipo. Figurarsi che nasco come metallaro.. Ho cominciato così, con la chitarra elettrica a farmi un po’ le ossa. Poi, ad un certo punto, sono ripartito dal blues, da quello più arcaico di Blind Lemon Jefferson per arrivare alle evoluzioni più hard dei Led Zeppelin o degli AC/DC. Poi ho ascoltato molto i cantautori come Battisti e Dalla ed anche molta musica elettronica, per arrivare a cose sperimentali come Radiohead, Mouse on Mars, Day One, che ho molto apprezzato ultimamente. O ancora gli Air, i Sigur Ros, ed anche la musica classica o le colonne sonore, dove non c’è la costrizione della forma canzone ma si può viaggiare liberi e sperimentare.
In generale, per me la musica è da sempre un grande viaggio. Questo mi ha creato anche dei problemi: non il sapore è buono sempre miscelando questi ingredienti così diversi. Per esempio, ho affermato in passato, e continuo a pensare tuttora che il primo disco dei Tiromancino, quello del ’92, è una delle cinque cose più brutte musicalmente prodotte dall’umanità…Credo però che negli ultimi due album dei Tiromancino l’unione di diversi elementi rimanga difficile da definire ma sia comunque gustosa.

‘In continuo movimento’ segna una decisa evoluzione nel suono dei Tiromancino…
Mi fa piacere sentir parlare di evoluzione. ‘La descrizione di un attimo’ è un album che è andato molto bene, ed è stato considerato innovativo. L’idea di continuare in questa direzione di evoluzione mi gratifica.
Però abbiamo cercato di non ripeterci… In particolare in questo nuovo album abbiamo cercato di non utilizzare frammenti musicali di altri artisti quanto piuttosto di autocampionarci. Il nostro pianista, Andrea Pesce, suonava le sue parti su un 8 piste, poi le filtravamo per ottenere suoni un po’ più sporchi. Stesse cose con batterie e chitarre: abbiamo usato questi sample tratti dalla nostra stessa musica

Parlando de “La descrizione di un attimo”: quel disco ha avuto molto successo. Come avete reagito?
E’ stato un cammino abbastanza lungo. Il disco non è andato bene immediatamente dalla sua uscita, c’è stato bisogno di molto lavoro. I risultati sono arrivati gradualmente.
Prima c’è stato il Festival di Sanremo e “Strade”, una canzone fuori dagli schemi che è arrivata seconda. Tutti contenti, però poi il disco rimaneva fermo nei negozi. Poi abbiamo fatto il video de “La descrizione di un attimo” con Valerio Mastrandrea e Paola Cortellesi che rifacevano Vianello e la Mondani: questo ci ha fatto fare un altro passo in avanti. Fino al botto di “Due destini”, che è esplosa quando è stata inserita nella colonna sonora de “Le fate ignoranti”.
Sono contento che questo successo non sia arrivato quando ero più giovane: è stato difficile gestire grandi entusiasmi e pressioni improvvise. Infatti ci sono stati un po’ di problemi con alcuni componenti della formazione, dovuti a questo delirio generale che ci ha circondato…

A proposito di questi cambiamenti nella formazione dei Tiromancino, in che modo hanno influito sulla nuova musica del gruppo?
Sai, alla fine ognuno ha un modo diverso di metabolizzare la musica. Nel momento in cui alcune persone non hanno più fatto parte del progetto, io ho cercato di trovarne altre che avessero delle caratteristiche molto diverse. Non mi sembrava giusto nei confronti di chi se n’era andato fare finta che loro fossero ancora li.
Abbiamo cambiato sound anche a partire dall’introduzione degli elementi nuovi: per esempio, mi sono intrippato nel suono del pianoforte, ed ho trovato in Andrea Pesce un pianista incredibile. In “In continuo movimento” si sente molto questo strumento, più che in passato.
Una cosa simile è successa per le batterie elettroniche, grazie a Luigi Pulcinelli. Sono contentissimo di questo nuovo team, sia musicalmente che umanamente: c’è una grande energia.

Ascoltando il nuovo disco si percepiscono diverse atmosfere, ma quelle più scure sembrano essere prevalenti, anche rispetto al passato. Sei d’accordo?
Si, ci sono momenti più scuri… Personalmente amo molto le atmosfere notturne. Non disdegno per nulla il sole e l’energia, ma musicalmente mi trovo più a mio agio con i suoni che arrivano dalla notte.
In questo disco abbiamo lavorato molto alla ricerca della psichedelia, dell’oscurità. Perciò ci sono almeno un paio di pezzi solari, come “Nessuna certezza” e “Il progresso da lontano” che almeno musicalmente sono più aperti. Non è il caso di ricordare nuovamente quello che è successo alle Twin Towers, ma tutti gli eventi del mondo dell’ultimo periodo sembrano favorire questa direzione più introspettiva. Ti spingono alla riflessione più profonda, più che alla spensieratezza. Questo album, essendo una sorta di diario, non poteva non risentirne.

Nel disco ci sono due duetti: il primo è quello con Elisa e Meg in “Nessuna certezza”…
Questo è nato perché, una volta scritto quel pezzo, pensavo che mi sarebbe piaciuto cantarlo proprio Meg dei 99 Posse. Ne parlavo proprio con Elisa, che spesso era dalle parti del nostro studio di registrazione. E’ stata Elisa, alla fine, a metterci in contatto con Meg, visto che io non la conoscevo di persona ma solo come ascoltatore. Elisa, dal canto suo, ha finito per incidere delle voci meno melodiche e più d’arrangiamento: abbiamo passato una bellissima settimana lavorando assieme in una casa in campagna, sotto un sole splendente.

Il secondo è quello con Roberto Pedicini, la voce di Jack Folla, in “Il progresso da lontano”….
Per quel brano avevamo una base con un ritornello. Pensavo che ci sarebbe stata bene una interlocuzione, un dialogo con una voce che non fosse la mia o quella di un cantante. Inizialmente avevamo pensato a dei campionamenti. Poi Riccardo Clary, il presidente della nostra etichetta, ci suggerì di prestare orecchio a Jack Folla, questo personaggio radiofonico che io non conoscevo. Così abbiamo contattato il doppiatore che gli dà la voce, e siamo rimasti sorpresi perché è molto diverso da come lo si può immaginare pensando al suo vocione…

Il primo singolo “Per me è importante” è il brano più cantautorale del disco …
Si, quello più vicino alla forma canzone…

Ti riconosci in qualche modo nella tradizione della canzone italiana?
Sinceramente non mi piace essere considerato, né tantomeno mi sento un cantautore. Io ho un approccio diverso: mi piace giocare con i suoni, sperimentare, e soprattutto mi piace farlo in compagnia di un gruppo. Mi annoio a lavorare da solo, in una dimensione, per così dire, autoreferenziale. Non fraintendetemi: amo moltissimo la musica dei cantautori, da Pino Daniele Battiato a Lucio Dalla, che ho riscoperto quando abbiamo duettato con lui in “Quant’è profondo il mare” per la colonna sonora di “Paz!”… Anche se, devo ammetterlo, la forma canzone abbia una funzione fondamentale nella musica pop: ti obbliga ad essere sintetico, a non perderti troppo nella sperimentazione.

(Gianni Sibilla)

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