Ecco a voi Craig Nicholls, l’uomo arrivato sul pianeta terra per fondare i Vines. E salvare il futuro del rock ‘n’ roll…..

Originari della lontana Australia, i Vines sono stati glorificati in terre esotiche come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, celebrati come il miglior gruppo dai tempi dei Nirvana, acclamati come gli unici in grado di risollevare lo stato delle cose, oggi, venticinque anni dopo la nascita del punk. Craig Nicholls è un ragazzo ancora acerbo. E’ emotivo, un po’ paranoico. Tutto fuorché “Highly evolved”, “altamente evoluto”, come recita il titolo dell’album d’esordio del suo gruppo. Sul suo viso liscio e imberbe i muscoli si contraggono come se dovessero far fronte alle preoccupazioni più opprimenti, e trovare soluzioni alle decisioni più delicate. Cosa succederà dopo? Cosa diranno di noi? Riusciremo di nuovo a regnare sul mondo? Craig Nicholls enuncia le risposte una dietro l’altra, senza esitazioni, quasi non prestasse attenzione alle tue parole.

Quando sono nati esattamente i Vines? Ci sono informazioni molto diverse a riguardo…
Credo fosse il 1996, ma non ne sono sicuro. Diciamo che quello è l’anno indicativo in cui ci potevamo davvero definire un gruppo. Avevamo due canzoni sulle quali lavorare, erano cose piuttosto semplici, ma la situazione ci divertiva. Non era un affare molto serio, è cominciato tutto così, per caso. Non volevamo formare un gruppo per vantarci, o diventare famosi. Ci piaceva molto la musica, anche se eravamo delle persone abbastanza solitarie, che si accontentavano dei dischi. Poi, però, più suonavamo e componevamo, più abbiamo iniziato a dedicarci seriamente al gruppo. Gli elementi hanno cominciato a collidere, arrivavano le composizioni, l’affiatamento, il rendersi conto dell’importanza della melodia…

Cosa facevi prima di cominciare a suonare?
Niente, davvero. Dopo la scuola d’arte ho continuato con il disegno, a fare roba del genere. Mi piaceva molto, ma non ero poi così ispirato, anche se mi sarebbe piaciuto perseguire quella strada. Ma era chiaro che quel genere di cose non mi avrebbero portato da nessuna parte, non mi avrebbero dato una carriera, o come la vuoi chiamare. La verità è che ho iniziato a suonare lasciando da parte il disegno perché sentivo che non stavo imparando molto. Poi la musica ha preso il sopravvento.

Però anche se non eri molto ispirato hai disegnato la copertina del tuo album.
Già, è vero. E’ un dipinto che ho fatto su tela. Prima ho fatto alcuni schizzi. Quando pensavo al disco mi chiedevo che titolo avrebbe mai potuto avere e che immagine ci sarebbe stata sulla copertina. Siccome eravamo piuttosto liberi, ho pensato di fare un disegno. E’ una visione molto colorata di una foresta, ci ho impiegato un anno intero per farlo, sai, la mia tecnica non è il massimo.

Tuo padre militava in un gruppo chiamato Vynes negli anni ‘60, dal quale avete preso il vostro nome. Che tipo di musica suonavano?
Credo fosse una sorta di… diciamo che suonavano per lo più cover dei Beatles, dei Kinks, avevano anche qualche canzone loro. Rifacevano i Beach Boys… non so, hanno solo inciso un disco, un singolo.

L’hai mai ascoltato?
No, perché mio padre non l’ha tenuto. Così non ho potuto sentirlo. Deve essere piuttosto raro oggi… ho solo una fotografia del gruppo, ed era davvero forte. Credo fosse a causa di quei meravigliosi completi che indossavano.

Che cosa pensa tuo padre della vostra musica?
Spero che pensi sia okay. Sì, veramente mi ha detto che è buona, mi diceva “questa è una bella canzone”, oppure “questa invece mi ricorda di questo o di quell’altro”…

Visto che lui è stato musicista prima di te in un periodo molto fervido musicalmente, gli hai chiesto qualche consiglio?
No, consigli no, non mi è capitato, mi ha solo detto di divertirmi. E questo è ciò che cerchiamo di fare. Suonare in un gruppo deve essere prima di tutto divertente. Bisogna essere amici e fare un bel po’ di rumore. Cercheremo di fare queste cose finché potremo e fino a quando ci sarà possibile farlo.

Hai detto che i gruppi che vi sono stati in qualche modo affiancati, ad esempio The Strokes, The White Stripes e The Hives, non fanno parte di una scena. Come mai, però, secondo te sono esplosi tutti insieme, proprio in quest’epoca?
Penso solo che ci sia più gente e forse è la musica, davvero, che segue dei circoli creativi. Ma oggi, è come se fosse arrivato il momento per questo, come se dovesse accadere. C’erano suoni che dovevano tornare. Tutto questo fervore rende le persone eccitate ed euforiche, perché alla fine è musica nuova, bella, interessante. Ma soprattutto penso che questa musica sia vera. Questa è sicuramente la cosa migliore.

Si dice che preferisci lavorare in studio piuttosto che esibirti dal vivo.
Sì, penso di sì. Continua a piacermi suonare dal vivo, ma sono ansioso di tornare in studio di registrazione perché così mi sento a casa. Non è necessariamente il luogo, ma il fatto di comporre e registrare nuove canzoni tutte nostre che mi fa sentire a mio agio. Cerchiamo di rendere la nostra musica un qualcosa sempre in evoluzione, che non sia soltanto un lavoro. In ogni fase della composizione, dai testi, alle canzoni, alla produzione fino alla registrazione.

Continui ad essere molto nervoso quando suoni davanti al pubblico?
Sì. Non moltissimo, questo è vero, ma un po’ è normale. A volte però mi capita di provare sensazioni di ansia più intense, ma di solito sono abbastanza tranquillo.

Adesso che hai raggiunto il successo, e magari hai anche fatto un po’ di soldi, ti mancano in qualche modo i giorni in cui suonavi la musica solo per svago?
Bene... credo di sì. Anche se abbiamo sempre desiderato far sì che la musica diventasse il nostro principale hobby. Quindi posso dirti sì e no.

Non hai mai paura che la naturalezza della tua musica venga corrotta da tutte queste attenzioni?
No, la musica non è rovinata da queste cose, perché noi cerchiamo prima di tutto la soddisfazione personale, artistica. Noi suoniamo quando vogliamo davanti a chi vuole ascoltarci.

Non ti infastidisce però il fatto che la musica sia diventata un vero e proprio lavoro, che ti impegna l’intera giornata anche per cose noiose come la promozione?
Sì, sì, ma se fosse ancora un hobby non avrei soldi.

Prima di diventare un musicista dicevi che uno come te non avrebbe avuto un futuro in questa società.
Sì. Di certo non un futuro roseo. Credo che dovrei ringraziare la musica.

Hai lavorato anche in un McDonald’s.
Sì, l’ho fatto. Giravo gli hamburger per i Big Mac. Non è certo il miglior lavoro sulla terra.

C’è una canzone nel vostro album intitolata “Homesick“. Senti mai la mancanza di casa?
A volte, sì. Ma non molto. Perché faccio delle cose belle. Siamo sempre in giro, in Europa, poi siamo stati in Gran Bretagna un po’ di volte… ma poi, fortunatamente, torneremo in Australia a registrare le nuove canzoni. Avrò più tempo da trascorrere laggiù.

Abiti ancora a Sydney?
Sì, sì. Sono stato lì per una settimana, ma non so ancora dove mi stabilirò. Andiamo sempre avanti e indietro.

Leggendo i testi delle tue canzoni, emerge un concetto ricorrente, il fatto di non sentirti a tuo agio in questo posto, di essere una sorta di reietto. Ti senti davvero così diverso dai tuoi coetanei?
Forse, sì, ma non so dirlo con precisione perché non conosco molta gente che abbia la mia stessa età. E’ che a volte mi sento troppo serio per loro, altre troppo stupido. Non sto cercando una risposta. Sto solo focalizzando tutte le mie energie su questa parte della mia vita, oggi, e cioè la musica. Poi vorrò dedicarmi alla pittura. Voglio fare cose che tengano occupata la mia mente, come dipingere una tela con le mie mani o comporre una canzone, un testo. Voglio fare cose che siano giuste per la mia personalità. Non sono molto bravo in altri affari, sottrazioni, addizioni, roba del genere…

Quando sei sul palco ti agiti molto, urli, ti contorci. C’è qualcuno che ti ha ispirato o è qualcosa che ti viene spontaneo?
Mi piacciono i Verve, i Supergrass, gli Suede… ma quando sono sul palco il punto è che non sento alcuna restrizione. Non cerco di progettare alcun tipo di immagine, solo di far parlare la musica. A volte faccio delle brutte facce, ma non è un modo per nascondermi o essere al centro dell’attenzione. Suono solo delle canzoni. La cosa che mi fa andare avanti sono le canzoni. Le canzoni trasformano una performance, un momento, un’emozione. Urlare serve a rilasciare energia. Essere sul palco è come stare su uno strano, affascinante pianeta. Senti una forza immensa, ma non la puoi vedere, la senti tutt’intorno a te, e anche dentro. E’ una sensazione fisica e mentale al tempo stesso.

C’è qualche gruppo australiano che si è già congratulato con voi per la vostra popolarità?
Sì, gli You Am I, sono molto bravi. Anche altri, una band chiamata Youth Group. Abbiamo anche suonato con loro. Sono delle belle persone con sui stare in giro.

Credi che il vostro successo abbia instaurato qualche rivalità o aumentato il livello di competizione all’interno della scena musicale australiana?
Forse, non so. Non è impossibile. Ho sentito persone dire certe cose… ma mi piace il fatto che ora l’attenzione si sia spostata di più sull’Australia, quando tutti i gruppi più famosi vengono dalla Gran Bretagna o dagli Stati Uniti. Penso solo che l’ispirazione possa nascere ovunque. L’unica cosa diversa è la lingua, l’accento. Io di certo non associo la buona musica a un particolare luogo, a un genere o ad altro.

Parli spesso di produzione. Come è stato lavorare con Rob Schnapf, uno che ha già lavorato con Foo Fighters e Beck?
E’ stato grande. Ci ha davvero capiti. Ci ha dato giusti consigli. Quando avevamo le canzoni pronte eravamo impazienti di entrare in studio, per realizzare un vero e proprio CD. E’ stato molto divertente.

Dove avete registrato il disco?
A Los Angeles, in un posto chiamato Sunset Sound Factory, un piccolo studio. Lì hanno registrato gruppi come i Doors e i Rolling Stones.

Hai sentito qualche leggenda particolare in proposito?
No, no davvero. Penso che per molto tempo non ci abbia più lavorato nessuno in quel posto. Ma l’atmosfera era sicuramente bellissima. Tutto era decorato e arredato in modo superbo. C’erano vecchie foto appese e tende di velluto e candele accese ovunque…

Avete cambiato batterista, recentemente. Come sta andando con il vostro attuale, Hamish Rosser?
Bene. E’ bravo. Da quando abbiamo cominciato a suonare, all’inizio di quest’anno, è sempre stato all’altezza. Suonava in un altro gruppo prima. Gli piace davvero suonare la batteria, stavamo cercando proprio una persona come lui. Volevamo qualcuno che si sapesse guadagnare lo stipendio. Abbiamo subito sentito che lui era quello giusto.

Continuate a sentire il vostro primo batterista, David Olliffe?
No, volevo chiamarlo, ma il lavoro mi ha impedito di parlargli. Ci spostiamo spesso. La vita oggi è molto veloce, per noi.
Avete già pronto materiale nuovo?
Sì, abbiamo tante nuove canzoni, alcune sono vecchie, che non hanno trovato posto nel nostro disco di debutto. Ci sono circa venti ottime canzoni pronte per essere registrate.


(Valeria Rusconi)

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