Adam Duritz, di persona, è ancora più sorprendente che sopra un palco. Si parla spesso di lui come del malinconico cantore delle storie d'amore "finite male". Rockol l’ha incontrato a Milano in occasione del giro promozionale per il nuovo album dei Counting Crows, "Hard candy": Duritz è in realtà un allegro e rilassato ragazzo americano, sempre pronto a travolgerti con la sua torrenziale quanto fluente loquela. Eppure, a parole, non fa altro che confermare - con un (beffardo?) sorriso sulle labbra - ciò che da sempre canta nei brani che scrive: "i miei temi preferiti? Amore, perdita, speranza, disastri...". In "Hard candy", è la melodia il balsamo che lenisce le ferite del cuore: attenzione, però, a non fare confusione. "Testi terribili e melodie accattivanti: penserete che stia scherzando": benvenuti nel mondo di Mr. Duritz....Partiamo dal nuovo disco, "Hard candy": avete lavorato con un nuovo team di produttori…
Abbiamo scelto Steve Lillywhite e Ethan Johns perché volevamo fare qualcosa di differente. Quando non fai un disco per tanto tempo hai voglia di cambiare le carte in tavola... E' stato comunque un lavoro molto interessante, specialmente per il fatto che ci siamo fermati e abbiamo ricominciato per così tante volte: entrare in studio per una settimana e poi prendere una pausa di qualche giorno ti permette di concentrarti meglio sul tuo lavoro. Penso che questo disco, per il tempo effettivo che abbiamo dedicato alla sua lavorazione, sia stato realizzato in un lasso di tempo piuttosto breve.
Qual'é il significato del titolo, "Hard candy"?
E' un qualcosa che ha a che fare coi tuoi primi ricordi d'infanzia, col passato. E' tutto ciò che ti fa piacere ricordare ma che, allo stesso tempo, ti dispiace avere perso definitivamente.
Musicalmente parlando, possiamo pensare a questo come al disco "più felice" che i Counting Crows abbiano mai realizzato?
Solitamente canto di amore, perdita, speranza, disastri: nei miei vecchi dischi i protagonisti delle mie canzoni erano spesso alla ricerca di qualcosa che avevano perso. Non saprei se definire questo disco "felice": penso che la gente molto spesso confonda il concetto di "melodia" con il concetto di "felicità". In effetti in questo disco c'è molta più melodia rispetto agli album precedenti. Dopotutto era quello che cercavo sin da quando ho iniziato a scrivere "Hard candy". E' anche vero, però, che in questo disco ci sono brani veramente cattivi, specialmente per quanto riguarda i testi: penso ad "American girls", per esempio, dove si parla di una persona che non dà valore alle proprie partner. Però il contenuto dei testi non influenza l'andamento musicale del pezzo: anzi, è divertente che certi cose vengano cantate su basi musicali che, potenzialmente, evocano tutt'altro. Mi auguro che i miei fan, ascoltando "Hard candy", si dicano: "No, cazzo... E' uno scherzo, vero?". Si, forse sono davvero uno scherzo.... (ride). Alcune canzoni sono divertenti, hanno uno spiccato senso dello humor: "New frontier", per esempio, parla di quanto sia finto il mondo che ci circonda, e di quanto sia mediato il rapporto tra chi scrive canzoni e chi le ascolta.
E' vero che la ricerca della melodia, in questo disco, è nata dopo una conversazione che tu hai avuto con Paul McCartney?
Si, anche se, in realtà, non abbiamo parlato esplicitamente di melodia, ma anche di altro: Paul è un personaggio che mi affascina, perché è nel mondo della musica da tantissimo tempo eppure, quando suona, ha ancora l'entusiasmo di un ragazzino. Lo ha ammesso anche lui, quando mi sono permesso di dirglielo. Poi, come musicista, per me è un grandissimo punto di riferimento: spesso mi sono ritrovato a scrivere delle canzoni pensando alle sue linee melodiche. E proprio riflettendo sull'influenza che i suoi lavori hanno avuto su di me mi sono chiesto: "Ma di quante canzoni dei Beatles mi ricordo la melodia?". Tantissime, è stata la mia risposta. Quella fu l'occasione che fece nascere il desiderio di realizzare un album dove la melodia fosse il principale aspetto compositivo: in "Hard candy" è infatti la stessa melodia a venire prima di tutto, ad essere la cosa più importante.
In "If i could give all my love (Richard Manuel is dead)" citi il musicista della Band scomparso anni fa: cosa ti ha spinto a scriverlo?
Questo disco è decisamente incentrato sui ricordi, e parecchi canzoni parlano di cose successe molto tempo fa. Questo brano in particolare è nato dal ricordo del giorno in cui Manuel morì: avevo passato la notte a fare bagordi, ed ero tornato a casa con una ragazza verso le 6 del mattino. Sulla porta della mia abitazione trovai il giornale, e, giusto prima di crollare a letto, seppi della dipartita di Richard. Rimasi molto colpito, sul serio: imparai a dare meno per scontata l'esistenza, sia mia che di altre persone. Perché di solito siamo abituati a pensare a noi stessi come se fossimo eterni, e lasciamo che le persone che ci circondano riescano a diventare parte della nostra vita, e invece la gente muore, sparisce, o più semplicemente si trasferisce: è questo che causa il dolore della perdita...
Cosa ne pensi della polemica nata in seguito alla decisione di concedere “American girls” per uno spot televisivo della Coca Cola?
C'é molta gente ai cui piace dirti cosa fare... Davvero non capisco chi si è lamentato: innanzitutto questa è un'ottima occasione per promuovere la nostra musica, visto che lo spot verrà messo in onda da tutti i maggiori network americani raggiungendo così milioni di persone. E poi la Coca Cola mi piace, cosa c'é di male? Sempre meglio che pubblicizzare birra o sigarette: noi, in quanto band di successo, abbiamo una grande responsabilità nei confronti del nostro pubblico. Sappiamo di essere "sorvegliati speciali" da parte di milioni di teenager in America e nel mondo. Certo, abbiamo preso dei soldi. E allora? Anche voi lavorate per un'azienda, che immagino vi corrisponda uno stipendio. Noi abbiamo fatto la stessa cosa: abbiamo lavorato per la Coca Cola, che ci ha pagato. Davvero non comprendo questa isteria attorno agli artisti che concedono i loro brani ai pubblicitari: l'hanno fatto in tanti, Sting compreso. Per non parlare degli artisti e delle band hip-hop, praticamente onnipresenti in tv: nessuna persona di colore, giustamente, si vergogna di aver guadagnato onestamente dei soldi lavorando. E perché noi bianchi si? Sono solo affari, che non disdegno affatto: il business è una parte integrante della musica, ed io, in quanto musicista, voglio farne parte. Sapete che occasione rappresenta un'offerta pubblicitaria della Coca Cola? Significa sentire la tua canzone trasmessa da tutte le radio e tutte le televisioni del mondo....
"Butterfly in reverse" è stata scritta in combutta con Ryan Adams: com'é nata?
La cosa curiosa, nella realizzazione di quel brano, è come si sia instaurato un vero e proprio scambio creativo tra me e Ryan mentre stavamo provando in studio: lui, in un verso, cantava "then", ed io gli suggerii di cambiarlo in "them". Dopo quella piccola, insignificante modifica, il pezzo praticamente si scrisse automaticamente da solo, in non più di un quarto d'ora. Penso sia una canzone fantastica: scriverla è stato molto divertente...
Hai scritto dei brani che parlavano di piccole città, come “Omaha” (in "August and everything after", 1993, album di debutto della band). Ora parli di grandi centri come Los Angeles e New York: i tuoi orizzonti si sono allargati, quindi?
Ho parlato di Omaha perché, per me come per molti statunitensi, rappresenta il centro dell'America, la provincia più profonda, la classica cittadina in mezzo al niente. Però sono nato a Baltimora, ho vissuto in grandi città come San Francisco: con il fatto di essere in una rockband i miei orizzonti si sono sicuramente allargati.... Si, la mia vita è cambiata, inutile negarlo: mi piace visitari posti diversi....
(Davide Poliani)