Questione di stazza e di polmoni. Diecimila chilometri di distanza e il gracidare di una cornetta telefonica non bastano a mettere la sordina alla voce tonante di Solomon Burke. Il re del rock’n’soul, in linea diretta da Los Angeles, è ben calato nella parte dell’artista dedito ai suoi doveri promozionali: ma neppure in occasioni come queste viene meno alla sua indole di uomo di fede e di spettacolo. Per lui, l’intervista è come un pulpito da cui dispensare sermoni su pace, amore e fratellanza. Ma anche un ring verbale su cui anticipare le mosse e le domande dell’interlocutore, aspettando i tempi giusti per piazzare qualche battuta da KO. Insomma, uno show in piena regola. Burke recita le lodi del Signore e di Papa Giovanni Paolo II, ma resta un “fighter” con la veemenza e la parlantina del Mohammed Alì dei giorni migliori: si stenta un po’ a credergli, ricordando le guasconate del passato, quando fa professione di umiltà ringraziando sentitamente coloro che gli hanno dato una mano nella realizzazione di “Don’t give up on me”, il nuovo disco che lo rimette finalmente a confronto con un repertorio degno delle sue formidabili - e intatte - corde vocali (Bob Dylan, Van Morrison, Tom Waits, Elvis Costello, Brian Wilson, Dan Penn e Mann/Weil, coppia d’oro del glorioso Brill Building, hanno voluto essere della partita). Eppure King Solomon, il miglior cantante soul di tutti i tempi secondo eminenze grigie come Jerry Wexler e Peter Guralnick, mette a nudo gioia sincera e commozione nel parlare di questo album che segna una rinascita artistica in piena regola. Comunque verrà accolto dal pubblico questo suo album, concordiamo alla fine della chiacchierata, quello che conta è il risultato: “soul is still alive”.
Me lo lasci dire, signor Burke: è davvero un piacere riascoltare, dopo tanto tempo, un disco “deep soul” come questo. Una rarità assoluta, oggi come oggi: sarà che molte delle vecchie glorie non sono più in circolazione, ma sembra che la musica soul sia sempre più a rischio di estinzione. Come il jazz…
Perfettamente d’accordo. Ma il soul è una forma d’arte che deve sopravvivere e io sto cercando di dimostrare che è possibile tenerla in vita. Tutti abbiamo un’anima: tirarla fuori da noi stessi è il segreto. Gli autori delle canzoni del mio nuovo disco sono tutti bianchi? E’ vero, ma non sono necessari undici songwriter di pelle nera per fare un disco soul. La musica ha un unico colore, quello dell’amore. E quando la luce dell’amore risplende, prima o poi tocca il cuore di qualcuno, da qualche parte. Mentre incidevamo “Don’t give up on me” non sapevamo se l’album sarebbe stato un successo, se piacerà alla gente. Lo spero sinceramente perché ho molti altri dischi da incidere, molte altre canzoni da cantare e molti concerti da fare in giro per il mondo, se Dio vorrà. Sono un credente, vedo sempre il bicchiere mezzo pieno e penso che con il nuovo giorno arrivano anche nuove opportunità. Non si ottiene nulla di buono, nella vita, se non si lavora per ottenerlo. C’è un passaggio nella Bibbia che dice: “Se tu fai un passo, allora Dio ne farà due”. Dio aiuta chi si aiuta e continua a perseverare…E ad ogni tentativo, si raggiunge un livello superiore di soddisfazione: questo album nasce da queste motivazioni.
E’ così che vede “Don’t give up on me”? Come qualcosa di diverso dai suoi dischi del passato?
Dal punto di vista musicale, sicuramente sì. Se lo ascolti, ti accorgi che ci sono pochi brani mossi. Forse l’unica canzone veloce è “Fast train”: con quel titolo, del resto…Forse, in parte, “Soul searchin’ ”… Il mio pubblico ha ballato con “Everybody needs somebody” e con “Cry to me”, ma questa volta volevo che la gente potesse rilassarsi, mettersi comoda e ascoltare le canzoni a lume di candela. O magari anche sulla spiaggia, guidando l’auto o mentre a casa sua cucina la pasta. Volevo un album ascoltabile da tutti. Non c’è nulla di blasfemo nel volere un disco che anche i giovani possano apprezzare.
Dunque è stata intenzionale, la scelta di fare una raccolta di ballate…
Sì, e non abbiamo neppure voluto ombreggiare le canzoni con troppi fiati, riempirle di troppa musica.
Lo avete registrato alla vecchia maniera: in pochi giorni, quasi in presa diretta…
Già. E’ un disco molto semplice, registrato praticamente dal vivo. Abbiamo inciso poche tracce, non ci sono voluti dei mesi e nemmeno settimane per completarlo. Al mio fianco c’è Rudy Copeland: un organista cieco di 29 anni, una persona di grande spiritualità che mi accompagna in chiesa da molti anni. Gli altri musicisti non li conoscevo neppure e li ho incontrati in studio per la prima volta. Sono grandi professionisti: non abbiamo fatto nessuna prova, siamo entrati direttamente in sala di incisione, abbiamo ascoltato le canzoni e le abbiamo eseguite un paio di volte. Tutto qui, come si faceva quando ho cominciato ad incidere dischi, negli anni ’50: dal vivo, sul momento, cogliendo l’attimo. Nessuna delle canzoni ha richiesto più di due ‘takes’. Così non potrà succedere che tra dieci anni salti fuori qualche versione inedita che qualcuno considererà migliore di quelle ufficiali!
Come ha incontrato Joe Henry, il produttore del disco?
Ci ha presentati Andy Kaulkin, il presidente dell’etichetta Fat Possum. Secondo lui Henry aveva le qualità e lo spirito giusto per affrontare un lavoro come questo senza farsi intimidire dalla mia persona. Molti altri produttori avevano declinato l’invito ma Joe Henry rispose che sarebbe stato felice di provarci. Ci siamo incontrati un giorno a colazione e ricordo di avere pensato subito che l’uomo che avevo davanti di anima ne aveva, eccome: poche persone hanno il coraggio di mangiarsi braciole di maiale intinte nel sugo di prima mattina! Abbiamo cominciato a parlare di cibo e di salse e mi ha spiegato che nel suo stato di origine il “gravy”, il sugo di carne, è un alimento molto popolare. A quel punto gli ho detto subito, “Hey, facciamo un disco insieme!”. Il nostro incontro successivo è avvenuto in studio: Joe era molto rilassato e mi ha lasciato tutta la libertà di fare ciò che desideravo. Si è rivolto a me dicendomi: “Dottor Burke, per favore, canti ciò che vuole. Io non le dirò nulla: lei pensi solo a cantare, e noi registriamo”. Quando usciva dalla sala di controllo mi esprimeva la sua soddisfazione per quello che avevamo appena fatto: “Bene così, non c’è bisogno di rifarla un’altra volta”. Tutto facile e veloce. Ho cantato dal vivo sulle basi strumentali, in contemporanea con i musicisti.
Le erano già familiari, gli autori coinvolti nel disco?
Gli autori sì, ma non le canzoni. E’ stato eccitante vedere arrivare Andy che mi proponeva una nuova canzone e sapere che era firmata, che so, da Bob Dylan. Pensavo che scherzasse. E’ stato Kaulkin ad avere questa fantastica visione e a volerla realizzare. Non ero a conoscenza dei pezzi, prima che mi venissero presentati in studio. Ma non si trattava neppure di “impararli”: le canzoni sono come dei doni, e quel che dovevo fare io era di confezionarli mettendoci i miei addobbi preferiti, infiocchettarli a mio gusto in modo da lasciare un’impronta personale. Volevo che questi splendidi regali fossero restituiti al pubblico.
Alcune canzoni, come quella firmata da Elvis Costello, sembrano distanziarsi dal suo classico stile. E’ stato difficile calarsi nel ruolo?
Ah, quella è una canzone stupenda! Per me “The judgment” è come un’opera: me la sono immaginata nell’esecuzione di qualche grande orchestra italiana, con i violoncelli, i timpani, i flicorni, gli archi e tutto il resto! Sapere che Costello l’ha scritta apposta per me mi ha commosso. Lui, a parte Henry, è stato l’unico autore a venire in studio e a cantare la canzone davanti a me. Mi ha raccontato che tanti anni fa si era innamorato di un mio successo, “The price”, e che facendosi ispirare dal mio stile e dal mio nome, Solomon, lui e sua moglie hanno concepito l’idea di una canzone che avesse a che fare con il “giudizio”, con una decisione importante che riguarda una storia d’amore. Lo ascoltavo cantare standomene seduto su una panca e non potevo credere alle mie orecchie. E’ andata a finire che Elvis è rimasto con noi in studio per otto ore, quel giorno, ad ascoltarmi cantare anche altre canzoni. E’ stata una gran bella serata, e abbiamo avuto una bellissima conversazione.
E degli altri autori, che ne pensa?
Oh, mi piacerebbe salire sul palco con Van Morrison, un giorno. Allora sì che il nostro “Fast train” prenderebbe velocità!
Lei ha anche scritto il testo di un brano, quello firmato da Bob Dylan…
Veramente ho solo aggiunto qualche parola citando Bob nel testo, e forse l’ho fatto anche arrabbiare! Mi piace molto Dylan, in passato avevo già inciso qualche suo pezzo come “Maggie’s farm”. E mi piacciono molto anche suo figlio e il suo gruppo, i Wallflowers: molto dinamici, espressivi, pieni d’anima. Bob mi ha fatto avere “Stepchild”, una canzone che non ha mai inciso ma che suona da molto tempo in concerto. Un’altra benedizione in una settimana di grazia.
Sembra un buon momento, questo, per la roots music e per gli artisti che guardano alle tradizioni musicali: mi viene in mente il successo della colonna sonora di “O brother, where art thou?”, la riscoperta dei Blind Boys of Alabama…
Ah, i Blind Boys sono venuti in studio l’ultimo giorno delle session, subito dopo aver preso il Grammy. Sono arrivati portandosi dietro uno sformato di patate dolci, pollo fritto, focacce di granturco e galloni di limonata fatta in casa. In un’ora abbiamo completato la canzone, “None of us are free”, cantando in mezzo agli avanzi di pollo! Poi abbiamo pensato a divertirci per il resto della giornata: ed è stato un grande onore averli in studio con me.
Canterà queste canzoni anche dal vivo?
Certo, siamo già tutti pronti: io, la band, l’orchestra. Stiamo solo aspettando che i nostri agenti ci telefonino: ehi ragazzi, dove siete? Mi sarebbe piaciuto venire in Italia, magari al festival di Porretta, ma quest’anno non è stato possibile. Speriamo l’anno prossimo.
La band è la stessa che l’accompagna in studio?
No, quelli erano turnisti che lavorano solo in sala di incisione. Ma il mio gruppo ha imparato le canzoni dalla A alla Z e le suona alla perfezione, persino con più garbo. Sul palco saremo in 14 persone: cominciamo il tour negli Stati Uniti, il 1° luglio, passando per tutte le città più grandi, New York, Washington, Baltimora e poi alla House of Blues di Los Angeles. E faremo anche diversi programmi TV.
Torniamo a Porretta: a scorrere anno dopo anno l’elenco dei partecipanti sembra di capire che non ci siano molti nuovi cantanti soul in circolazione, purtroppo…
Non credo che le cose siano messe così male. Proprio in questi giorni siamo impegnati in studio a registrare un giovane soul singer che si chiama Little David. Io lo vedo come un mix di Sam Cooke e Johnnie Taylor con un pizzico di Otis Redding e sono molto contento di averlo sulla mia etichetta. Speriamo di far uscire il disco prima della fine dell’anno e di portarlo con noi nel “package tour” che faremo in Europa. Anche le mie figlie Elizabeth e Candy hanno un album in uscita e così pure mio nipote Mario.In famiglia stiamo cercando di tenere in vita il soul!
Dove sopravvive lo spirito di quella musica, oggi?
Mi sembra che i giovani artisti stiano facendo un buon lavoro, ma sottolineo di nuovo che soul può essere qualunque tipo di musica, composta da qualsiasi songwriter. E’ soul ogni volta che da una canzone si tira fuori anima e cuore. Certo, viene spesso da chiedersi dove siano finiti i Junior Walker di una volta: ne abbiamo bisogno! Oggi, comunque, c’è gente come Usher che si avvicina alla soul music con le proprie idee. Anche R. Kelly ed Erykah Badu hanno un loro stile, ma naturalmente le leggende restano leggende: non ci sarà mai nessuno come Aretha Franklin, come Etta James o Patti LaBelle. Il mio sogno è di essere un giorno sul palco con loro…
Non è mai successo, in tutti questi anni?
Ho cantato un paio di volte con Etta James, negli anni ’60 e ’70, ed è stata un’esperienza incredibile. L’ultima volta è successo nel ‘98 alla House of Blues di Los Angeles: che momenti! Ma ti immagini io, Aretha, Etta e Patti sullo stesso palco? Certamente dovrebbero dargli una rinforzata….
Registrerà altre cover del genere di quelle contenute in “Don’t give up on me” nel prossimo futuro? Ci sarà un seguito?
Mi piacerebbe molto, ma per il momento il mio contratto copre un disco soltanto. Intanto ho un nuovo album gospel in uscita a settembre, e stiamo lavorando su alcune pubblicazioni di catalogo che saranno in commercio l’anno prossimo. “Don’t give up on me” però resta il progetto più importante, sapere che tutti questi artisti hanno trovato il tempo di scegliere una canzone da donarmi… non immaginavo neanche che tutti mi conoscessero o si ricordassero di me. Gli sono veramente grato.
Lei non è solo un cantante ma anche un ministro del culto, e gestisce da tanti anni un’impresa di pompe funebri…
…Di questo oggi si occupano i miei figli…
Mi chiedevo quanto il suo contatto quotidiano con la morte e la spiritualità influisca sul suo modo di vivere la musica…
L’elemento spirituale è sempre presente, ma sai qual è la cosa buffa per un imprenditore di pompe funebri? Essere sotto contratto con un’etichetta che si chiama Epitaph! Andy Kaulkin è un ragazzo molto alto e robusto, con i capelli ricci. Sembra più l’allenatore di una squadra di football o di basket che altro. Mi viene incontro, e con il suo vocione mi dice: “Ciao, mi chiamo Andy e sto alla Fat Possum. Ci diamo un appuntamento? Oh mio Dio, ho pensato subito dopo parlandone con mio figlio: c’è un allenatore di basket che mi vuole usare come mascotte per il suo team Fat Possum! Non avevo idea che si trattasse di una casa discografica!
Oggi molti artisti sono in conflitto con le case discografiche perché si sentono maltrattati. Come artista nero che ha lavorato a partire da fine anni ’50 lei si deve essere sentito spesso sfruttato da qualche etichetta o da qualche impresario…
Certo, abbiamo subìto la nostra dose di abusi e di raggiri, e questo è il motivo per cui oggi appoggio la Recording Artists Coalition. Ma fa parte di quelle esperienze che ti aiutano a crescere interiormente. Non racconto balle: quando scrissi ‘Everybody needs somebody” dovetti cedere una parte dei diritti al presidente della casa discografica e al mio produttore, Bert Berns, che non avevano messo giù neanche una nota. Sono stato costretto perché altrimenti non l’avrebbe suonata nessuno: ma è stata una cosa profondamente ingiusta, e ancora oggi loro e i loro eredi incassano una quota delle royalty editoriali su quella canzone. Per riscattare quel pezzo, come tanti altri, dovrei affrontare un mucchio di spese. Ma oggi non voglio più combattere per queste cose e ho deciso di rimettere tutto nelle mani di Dio: sarà lui ad emettere il giudizio finale. A tempo debito, tutto verrà restituito a me o ai miei eredi. Bisogna imparare dai propri errori ed evitare di commetterli un’altra volta: io ci sono passato, e oggi cerco di trasmettere la mia esperienza ai cantanti, agli autori e ai produttori delle giovani generazioni. Gli raccomando: siate cauti. Non cadete nella trappola. Perseverate e affidatevi a Dio, non agli uomini. Oggi persino uno come Michael Jackson è impegnato in questa battaglia: vogliamo proteggere chiunque abbia dei diritti da difendere in questo business, ammesso che nell’industria discografica si possa parlare di diritti.
Lei sembra confermare di non avere avuto un rapporto facile con gente come Bert Berns…
Lui mi spingeva a scrivere più di quanto io volessi e all’epoca questo mi creò molti problemi anche con Jerry Wexler, il presidente della Atlantic. Oggi io e lui siamo amici intimi, ci parliamo almeno una volta al mese e sai una cosa? Oggi il signor Wexler si è ritirato dagli affari, ed è diventato uno dei ministri della mia chiesa… ma questo non vuol dire che mi abbia mai restituito i diritti sulle mie canzoni!
Perché lasciò la Atlantic, alla fine degli anni ’60?
Perché avevo bisogno di un cambiamento. Ero diventato molto aggressivo verso la mia casa discografica, soprattutto dopo avergli chiesto quattro milioni di dollari per il Soul Clan (il supergruppo estemporaneo che vide Burke collaborare con Joe Tex, Don Covay, Arthur Conley e Ben E. King). A guardarsi indietro devo ammettere che era una cifra troppo grossa perché la prendessero in considerazione. Ma era arrivato il momento di andare altrove. Passai alla Bell, e per loro feci “Proud Mary”: ma a loro non piacque, tanto che fu l’unico album che registrai per l’etichetta.
E’ d’accordo con chi sostiene che proprio quel disco, insieme a quelli per la Atlantic, rappresenta il vertice della sua produzione?
Quei dischi fanno certamente parte della mia storia e della mia eredità artistica. Io dò sempre credito alle opinioni del pubblico, è lui il giudice migliore di ciò che è buono e meno buono.
Nel ’74 ha celebrato Martin Luther King con un album…
Già, e venne totalmente boicottato dalla casa discografica che non gli fece alcuna promozione. Venne bandito perché pensavano che fosse troppo politicizzato e non abbastanza “black”…
E c’è un altro personaggio che le piacerebbe omaggiare con un disco, oggi?
Mi piacerebbe incidere una canzone per Sua Santità Giovanni Paolo II. E’ una cosa su cui sto lavorando: sento di condividere molte cose del suo messaggio di pace e amore. Come leader spirituale, lo adoro. Ha fatto grandi cose e prego Dio che gli dia la forza di perseverare nel suo lavoro. Tutti stiamo attraversando un periodo molto difficile. Ma io sono ottimista e lo vedo come una prova da superare. Per farcela abbiamo bisogno delle preghiere di tutti.
(Alfredo Marziano)