I Red Hot Chili Peppers tornano in pista a distanza di
tre anni da “Californication”. Dopo una esibizione live alla prima tappa del Festivalbar e un concerto al Jammin’ Festival di Imola (prima europea del tour), esce in questi giorni l’atteso “By the way”. Anthony Kiedis, Michael Balzary (ovvero Flea), John Frusciante e Chad Smith sono passati dall’Italia a fine maggio, poco prima del passaggio al Festivalbar. Ad aspettarli un esercito di giornalisti, ai quali i quattro hanno provato a spiegare questo nuovo album che ricorda Beatles, Beach Boys, sonorità messicane e caraibiche ed ha fatto quasi sparire quel travolgente crossover di suoni funky, hardcore e punk, da tempo marchio di fabbrica del gruppo. Insomma, se volevano sorprendere ci sono riusciti. Ecco il resoconto della chiacchierata con i quattro.Dopo aver ascoltato queste nuove canzoni, si ha la sensazione che abbiate quasi voluto rendere un omaggio ai Beatles...
John Frusciante: Non proprio. Di sicuro c’è che noi tutti li amiamo e in questo disco sicuramente ci sono molti riferimenti melodici al loro lavoro.
Io ho provato a suonare la chitarra ispirandomi a George Harrison e a Charlie Mingus. Per quanto riguarda George durante le registrazioni sono accadute cose davvero strane. Ho iniziato a suonare la Rickenbaker a dodici corde, proprio come a volte faceva lui, ma non riuscivo ad essere soddisfatto del risultato e un giorno ho pensato di lasciar perdere. Bene, quel giorno lui è morto. L’ho ripresa a suonare dopo un po’ e solo molto tempo dopo sono riuscito ad ottenere il suono che cercavo. Quel giorno sarebbe stato il suo compleanno.
Si ha la sensazione che stavolta abbiate realizzato un vero e proprio disco pop con tanti lenti dal sapore romantico. Dove sono finite quelle atmosfere funk che vi hanno reso tanto celebri?
Anthony Kiedis: A Firenze, in vacanza. Scherzo, ma le vie del funk sono misteriose.
Quanti brani avete scritto e quanti non sono rientrati in nella versione finale di “By the Way”?
A.K.: Parecchi. A dir la verità siamo arrivati ad avere trenta pezzi buoni, molti dei quali avevano il nostro classico sound, però alla fine abbiamo preferito escluderli. Noi siamo così: facciamo ciò che vogliamo. D’altra parte anche Sly and the Family Stone, da sempre una delle nostre fonti d’ispirazione, in passato hanno fatto la stessa cosa.
In più occasioni, soprattutto in “Cabron”, si avvertono influenze messicane, più che in altri lavori passati...
A.K.: Non c’è un motivo particolare. Noi viviamo in California, amiamo molto il Messico e come tutti le persone che vivono lì siamo stati influenzati dalla cultura di quel paese così vicino a noi. A me, per esempio, piacciono molto i cantanti messicani degli anni Quaranta. E per il video del singolo ci siamo ispirati al film “Amores Perros” di Alejandro Gonzalez Iniarritu.
Avete fatto un grande lavoro sui cori, che spesso ricordano i Beach Boys. Avete pensato a loro realizzando gli impasti vocali?
A.K.:Sì e no. Forse dal punto di vista tecnico i nostri cori possono ricordare i Beach Boys Brian Wilson e compagni, ma da quello emotivo sicuramente no. Io personalmente ho pensato soprattutto al presente e non al passato.
J.F.: Io amo molto i Beach Boys, molto di più di tutti gli altri componenti la band. Se avete notato somiglianze con le vecchie cose di Brian Wilson e soci dipende soprattutto dal fatto che io nella mia vita, e anche di recente, ho ascoltato molto gli artisti degli anni Cinquanta che li hanno influenzati.
Si avverte anche un’attenzione particolare a quelle sonorità elettroniche tipiche degli anni Ottanta, in maniera così evidente da ricordare il disco da solista di Frusciante. E’ voluto?
J:F.;. A me. Comunque, la musica di quel periodo piace molto, quindi essendo parte della band è inevitabilmente finita anche in questo nostro nuovo album. Cose simile fanno parte del background di ognuno di noi.
Sentite il peso di dover essere sempre e comunque fedeli al nome che portate e a tutto ciò che questo comporta, lifestyle compreso?
Chad Smith: No, anche se per essere come siamo abbiamo frequentato una scuola speciale di cui non faremo mai il nome. Scherzo, la verità è che noi siamo veri. Siamo belli e simpatici e per noi non è un mestiere essere i Red Hot Chili Peppers.
Quando avete iniziato a lavorare per “By the Way”?
J.F.: Siamo partiti nel febbraio dello scorso anno, in aprile abbiamo iniziato a registrare la musica per poi fermarci a settembre. In ottobre siamo ritornati e dopo un mese mancavano soltanto le voci. Anthony però si è ammalato e per un po’ ci siamo riposati. Siamo tornato in studio a gennaio ed ora eccoci qui. A produrlo è stato ancora una volta Rick Rubin.
A.K.: Le parti cantate le abbiamo realizzate allo Chateau Marmont di Hollywood, uno splendido albergo degli anni Trenta dove John vive da un anno e dove io ho vissuto per tre anni. Con la tecnologia tutto è più facile e se cantando avevo bisogno di John lo chiamavo e in un attimo lui era lì.
Flea: Voglio sottolineare quanto sia importante per noi un produttore come Rick Rubin, una persona splendida di cui sono molto amico. Lui si è innamorato di queste nuove canzoni e ci ha letteralmente travolti con il suo entusiasmo. Le ha amate più di ogni altra cosa e anche grazie a lui noi siamo molto fieri del lavoro fatto. Questo disco è onesto. Ed è venuto esattamente come lo volevamo.
Negli ultimi tempi le polemiche sull’album di Eminem ha dominato la scena. Cosa pensate di lui?
F.; Niente. Non capisco perché ci fate sempre questa domanda. Perché non ci chiedete di Celine Dion?
(Andrea Scarpa)