Come mai i produttori televisivi americani hanno aspettato così tanto ad affidare a Chris Isaak la conduzione di uno show? Il cantante e autore, al di là delle doti vocali, ha tutte le caratteristiche del divo da piccolo schermo: fascino da bel tenebroso, battuta pronta, esperienze di recitazione. Forse il ritardo si deve allo stesso Isaak, che non perde occasione di sottolineare che il suo maggiore interesse restano le canzoni. Non a caso, prima di cominciare la sua conferenza stampa milanese per presentare il nuovo album “Always got tonight” ha preso in mano uno dei registratori piazzati davanti a lui e ha improvvisato una mini auto-intervista: “Se dovessi scegliere tra fare l’attore o il musicista, cosa preferiresti?”. “Musicista!” si è risposto, con piglio deciso. Poi, ha cantato “Let me down easy”, accompagnato dalla sua chitarra acustica e dal tamburello del suo batterista Kennedy Dale Johnson. Niente da dire: qualunque sia il giudizio sulla sua musica, quest’uomo ha i geni della star. Come ti senti nei panni della stella televisiva? Era una possibilità che avevi previsto?
No. E’ bello, mi diverte. Se sei un musicista che fa dischi, quando cammini per la strada a San Francisco, c’è qualche giovane che sa chi sei. Se sei una star della televisione, anche quelli della lavanderia cinese sanno chi sei.
Questo ti ha distratto dal tuo lavoro di compositore?
No, non penso. Ho registrato altre quindici canzoni, oltre a quelle che sono finite su “Always got tonight”. Mentre stavamo facendo le riprese per lo show televisivo, registravamo brani nuovi durante i week-end. Inoltre, il mio gruppo suona ogni giorno della settimana e nello show facciamo tutto dal vivo, niente playback. Suoniamo molto e con gente diversa: Kiss, Third Eye Blind, Green Day, Stephen Jenkins, Goo Goo Dolls, Shelby Lynne, Trisha Yearwood, Junior Brown…
Come è stato suonare con i Kiss?
In trasmissione è venuto Paul Stanley e non era truccato. Non sapevo bene cosa aspettarmi, e ho scoperto che lui conosce un milione di canzoni. Quindi, durante le pause dello show, noi ci sedevamo a suonare. Conosce davvero un sacco di musica ed è divertente. Nello spettacolo c’è un palco su cui ci esibiamo, davanti a un pubblico. Quella volta c’era una ragazza molto carina in prima fila, quindi io ho cantato rivolgendomi a lei. Quando sono finite le riprese, l’ho ringraziata e me ne sono andato. Paul Stanley invece l’ha portata sul palco e l’ha baciata: non un bacio amichevole, proprio uno vero. Ecco una vera rockstar, ho pensato.
Come mai hai scelto di comporre i pezzi del nuovo album alle Hawaii?
La storia ha un’apparenza più bella rispetto a quello che è successo in realtà. Detta così, sembra che me ne sono semplicemente andato alle Hawaiii e ho scritto il materiale, mentre invece ho composto in stanze d’albergo, sugli aerei. In effetti, tendo sempre a scrivere piccole parti ogni giorno. In verità è andata così: abbiamo finito la serie televisiva e la produzione ha organizzato un concorso, dove venivano messi in palio cento viaggi alle Hawaii, dove noi avremmo suonato sulla spiaggia. Ho pensato che fosse l’occasione buona per farmi una vacanza e ho deciso di restare alle Hawaii per due settimane dopo che tutti se ne fossero andati. Quindi ho prenotato una stanza molto economica in un’isola dove non c’è quasi nulla. Non sono abituato a prenotare, di solito c’è gente che lo fa per me, ma ero sicuro che sarebbe andato tutto liscio, perché avevo il mio numero di conferma della prenotazione. Bene, il numero di conferma è una merda, non ci puoi mangiare né dormire. Dunque, sono andato all’hotel e l’ho trovato chiuso, c’era un campo da golf abbandonato e le luci erano tutte spente. Ho chiamato il numero dell’agenzia di prenotazioni e solo in quel momento mi hanno detto che l’albergo era chiuso. Così sono stato per due settimane come in un puntata di “Ai confini della realtà”: niente televisione, niente piscina, niente di niente. Solo io, questo hotel e la mia chitarra. Ho finito un sacco di lavoro. Quindi, voglio che si sappia che non era una sistemazione del tipo Michael Jackson e la sua scimmia Bubbles in un albergo della Hawaii.
Ma come hai fatto a vivere per due settimane se non c’era nulla?
Lì si conoscono tutti. Ho chiamato il numero dell’hotel e nel giro di un’ora è arrivato qualcuno. Mi hanno aperto la stanza, mi hanno dato le coperte, sono andato in città e per due settimane mi sono arrangiato mangiando sardine e roba del genere. Mi hanno anche fatto uno sconto.
Ho letto che tu e tuo fratello suonavate vecchie canzoni country a tua madre fino a quando non si metteva a piangere. E’ vero?
Sì, lo facevamo per divertirci, suonavamo canzoni tristissime. A sera tardi, io e mio fratello ci mettevamo in corridoio e attaccavamo questi pezzi molto tristi (comincia a cantarne una, accompagnandosi con la chitarra). Questo parla di un uomo che va al funerale di sua madre indossando il suo vestito nero nuovo. Poi passavamo a un’altro su un bambino cieco in un’orfanotrofio (canta l’inizio). Il ragazzino si avvicina al cancello e chiede a chi passa: “Perché nessuno viene ad adottarmi?”. Ne avevamo tutta una serie.
Hai in programma altri lavori come attore? In che modo scegli le sceneggiature?
Non sono come Tom Cruise, non mi arrivano buone sceneggiature, me ne mandano solo di brutte. Le leggo pieno di speranza ma quando arrivo alla fine devo rassegnarmi. A volte ce n’è qualcuna buona, adesso ne ho qui con me una, ma per il momento non ho niente in vista.
Quali sono le ultime cose che hai fatto in questo ambito?
Lo show televisivo è come fare un piccolo film: sono puntate settimanali di un’ora. Ho passato più tempo a truccarmi di quanto faccia un transessuale. Qualche giorno fa ho detto alla mia nipote di 14 anni: “Vieni che ti spiego come devi fare per truccarti”.
Hai qualche ricordo particolare di film importanti ai quali hai partecipato, come “Il silenzio degli innocenti” e “Il piccolo Budda”?
“Il silenzio degli innocenti” era un film emotivamente molto forte e anche il posto in cui giravamo era spaventoso: un museo della guerra civile americana. Per quanto riguarda “Il piccolo Budda”, ricordo di avere imparato un sacco di cose sugli italiani, perché ce n’erano molti nella troupe. E’ una storia strana: gli americani erano pronti a mangiare in qualsiasi posto, a qualunque ora. Gli italiani invece - forse solo quella troupe, non so - dovevano aspettare comunque la pasta: se non era pronta, non cominciavano a mangiare altro, si sedevano ad aspettare, e io non capivo bene come funzionasse. Alcuni erano di Roma, altri di Genova, altri ancora di Napoli e ogni gruppo diceva: “Stasera facciamo noi la pasta, la nostra è migliore”. Noi americani li guardavamo e non capivamo queste differenze: per noi erano tutti italiani.
Che impressione hai avuto di Bernardo Bertolucci?
E’ un personaggio complesso. C’è una scena in cui mi pulisco le mani mentre lavoro sul motore rotto di un’auto. Bertolucci era eccitato dalla sequenza: spiegava che doveva esserci uno stacco e venivano inserite immagini che raccontavano un episodio passato; poi l’inquadratura tornava sulle mie mani e ci si rendeva conto che erano trascorsi solo pochi secondi. Era affascinato dall’immagine quando a un tratto si è bloccato, con un’aria quasi sconfitta e ha detto: “Chi avrà voglia di vedere il mio film? Tutti voglio vedere “Guerre stellari’”. E’ stato un modo per vedere da vicino cosa significa essere un’artista vero, non soltanto un intrattenitore o un artista commerciale.
Tu ti consideri un artista?
John Lennon era un artista. Io sono un intrattenitore.
Preferiresti vincere un oscar o vendere dieci milioni di copie?
Dieci milioni di copie. Se vinco un oscar, posso mettermelo sul comodino e guardarlo. Se vendo dieci milioni di dischi, posso comprarmi un oscar, metterlo sul comodino e guardarlo.
E fra una grande consacrazione artistica e un successo commerciale cosa sceglieresti?
Nel mondo reale, vuoi soprattutto vendere dischi, comunque spesso le due cose vanno insieme. Ci sono molti artisti che vendono molto più di me, ma non li invidio affatto. Provo invidia invece per il lavoro di alcuni personaggi come John Lennon o Elvis Presley. Non invidio i soldi dei Beatles, ma i dischi che hanno fatto. Non per questo ambisco a essere un jazzista, voglio essere una star (risata).
Stanley Kubrick ha usato la tua musica in “Eyes wide shut”. Come è avvenuto il contatto con lui?
A quanto pare, la mia musica metteva a suo agio Nicole Kidman quando doveva spogliarsi. Per amore dell’arte, mi sono offerto di suonare dal vivo mentre giravano le scene in cui lei si spogliava.
Come è andata?
Non ne avevano bisogno.
Quali sono i pezzi che preferisci nel nuovo album?
“Worked it out wrong”, perché mi piace la storia. Il protagonista è un uomo molto macho che dice alla sua donna che lui resterà a guardare la televisione, sicuro che lei tornerà, e a metà della canzone crolla e si mette a implorarla. E’ divertente da cantare perché ci sono note molto alte.
A parte i tuoi artisti preferiti del passato, ci sono musicisti di oggi che ti piacciono?
I Radiohead, poi direi i Coldplay, che hanno fatto un ottimo disco.
Qual è il massimo riconoscimento a cui aspiri come artista?
Avere la mia immagine sulle sportine che i bambini usano per tenere la merenda. Mi piace l’idea che i ragazzini mi immaginino più in gamba di quello che sono in realtà.
Per questo dovresti suonare nu-metal
Nu-metal? Perché è quello che vogliono i ragazzi? Ah, ah. Comunque, abbiamo partecipato a uno show televisivo in Spagna, cantando un pezzo in playback davanti a un pubblico di ragazzini di 13 - 14 anni. In quel momento ho desiderato di suonare nu-metal.
Nel booklet dell’album c’è una cartina del golfo di Venezia. Come mai?
Un piccolo tributo all’Italia. Sono mezzo italiano. La prossima estate voglio regalare un viaggio in Italia a mia madre e alla mia nipotina di 13 anni, per farle imparare l’italiano.
Conosci qualche canzone italiana?
No, solo quelle vecchie canzoni che cantava mia mamma, come (canta) “Quel mazzolin di fiori”...
(Paolo Giovanazzi)