Ecco la seconda tappa del viaggio in barca con i Cousteau. Dopo la prima parte, pubblicata lunedì 3 giugno, Davey Ray Moor parla di “Sirena” il nuovo album (lo potete ascoltare sul nostro canale streaming all’inidirizzo http://streaming.rockol.it), delle radici musicali della band, dei temi ricorrenti delle canzoni del gruppo. Il viaggio si conclude sul Tamigi: Davey racconta la sua passione per l’acqua e la barca torna al suo ormeggio nei canali di Islington, lì da dove siamo partiti.
Torniamo al nuovo disco, “Sirena”. Conferma che i Cousteau son un gruppo che scrive canzoni come si deve. Eppure oggi spesso quella del songwriting è un’arte dimenticata…
Sai, credo che tutti noi nella band siamo buoni musicisti. Siamo tranquilli, non abbiamo problemi di ego. Così facciamo tutti un passo indietro e lasciamo che la canzone diventi protagonista. Ne abbiamo passate di tutti i colori, e così siamo meno ambiziosi come individui. Certo, poi c’è Liam che con la sua voce è davvero bravo ad interpretare le mie canzoni, a dar loro vita.
In effetti, per certi versi, le vostre canzoni ricordano quelle del canzoniere americano pre-rock ‘n’ roll. Quelle del periodo swing, in cui una netta separazione tra scrittore e interprete era all’ordine del giorno. Credi che la vostra formazione - tu che scrivi canzoni, Liam che le interpreta – sia uno dei motivi dei vostri risultati musicali, così vicini al songwriting tradizionale?
Certamente la nostra struttura come band è abbastanza particolare. Ma anch’io canto almeno un paio di canzoni su ogni disco: “You my lunar queen” su “Cousteau”, “Salome” su “Sirena”, per esempio. Ma sicuramente ciò che c’è di bello in questo processo è che la canzone deve essere scritta bene e molto forte se la concepisci per la voce e l’interpretazione di qualcun altro. Non puoi tralasciare nessun particolare, melodico, armonico o verbale che sia. Chi la canta deve poter entrare in ogni parte della canzone, e questo per fortuna succede con Liam.
Certamente questo processo è arrivato al suo apice negli anni ’40 e ’50. Ma non sono un grande fan di Sinatra e giù di lì, a dire la verità. Sono comunque un affamato di musica. Adoro Chet Baker, perché alla fine era un “soul singer”, uno che canta con l’anima, così come Tom Waits o Leonard Cohen. O come Marvin Gaye, per cui solitamente questa etichetta viene usata.
Hai citato Chet Baker. Uno dei tratti distintivi della vostra musica così come di parte della sua, è l’interazione tra voce e tromba. Dopo il successo di “Last good day of the year” non avete mai avuto paura che diventasse una gabbia, uno stereotipo?
La cosa più facile da fare, anche la più sensata ragionando cinicamente, sarebbe stata scrivere una fotocopia di “Last good day of the year”. Fare un facsimile sarebbe stato però disonesto. Per cui ci siamo fidati del nostro istinto per scrivere qualcosa di diverso. E, razionalmente, abbiamo scelto per rappresentare “Sirena” canzoni molto diverse da “Last good day of the year”. In Italia il singolo è “Talking to myself”, altrove sarà “Hungry times”: sono canzoni molto più energetiche.
Spesso la vostra musica è stata accostata a quella di Burt Bacharach, che negli ultimi tempi è tornato molto di moda. Ti piace questo accostamento?
Beh, è un grande autore di canzoni, ovviamente l’accostamento è lusinghiero, come qualunque paragone con nomi del genere. Nessuno è in grado di eguagliare la bellezza della struttura tipica delle sue canzoni: quelle sequenze di accordi, quelle armonie... Non potrei essere paragonato ad una personaggio migliore, ma non credo sia una delle mie principali fonti d’ispirazione. Spesso citano come termine di paragone anche Scott Walker, soprattutto per l’intonazione della voce di Liam. Certo, è un modo di cantare un po’ desueto nella musica odierna, ma anche in questo caso, non credo sia una delle nostre fonti principali.
A parte Bacharach, finora abbiamo citato tutti nomi la cui musica è abbastanza “scura”. Anche le vostre canzoni sembrano essere orientate verso il “lato oscuro”…
E’ difficile dirlo per me. Sicuramente scrivo anche cose dal testo solare e leggero, come “Have you seen her” o “Please don’t cry” sull’ultimo album. Però mi rendo conto che altre canzoni sono più cupe nelle parole, e che l’immagine complessiva che può venire fuori è questa. In realtà cerco soprattutto di adattare le parole alla musica, rispettando l’atmosfera. Non cerco necessariamente di scrivere testi narrativi e diretti, ma preferisco creare immagini, giocando sul livello subconscio più che su quello letterale e conscio.
Nelle vostre canzoni sembra esserci un tema ricorrente: l’acqua e il mare…
E’ strano, perché quando uno scrive non mette a fuoco il quadro completo. Però poi tutto torna a galla, se mi passi la metafora acquatica… Sicuramente il mare e le immagini acquatiche sono tra le mie preferite. Io e Liam siamo molto legati al mare: lui è cresciuto a Cork, io a Beirut e Sidney, tutte città di mare... Per questo motivo amiamo l’Italia, che è un paese di mare. E per questo motivo, per tornare da dove siamo partiti, viviamo su una barca che galleggia su un fiume…
(Gianni Sibilla)