‘Le cose da difendere’ sono molte. Ecco tutte le confessioni della voce più famosa di Sassuolo…..

Dalla sperduta Sassuolo Filippo Neviani è riuscito a far conoscere all’Italia intera, ma non soltanto, ciò che per lui è importante. “Le cose da difendere” è il titolo del suo nuovo disco, pubblicato in tutto il mondo; rappresenta soltanto una piccola parte del modo di affrontare la vita del cantante di “Laura non c’è”, anche se per lui ogni disco “porta agli altri una parte di sé”. Abbronzato, pizzetto nuovo di zecca, occhi azzurri come ce li ricordavamo nell’anno del suo esordio al festival di Catrocaro, il 1991, Nek è deciso, quando parla. Ti fissa negli occhi, aggressivo, e ti dice ciò che pensa. Vuole dimostrarti che lui ci tiene, che le critiche gli scivolano addosso come pioggia estiva, anche se un tempo gli hanno fatto male. “Sotto il segno del mio vivere”, si legge nel libretto accluso al nuovo disco di Nek: un disco che parla “dell’amore e di tutte le sue diverse sfumature”. Un po’ come la vita.

Partiamo dal titolo dell’album, ‘Le cose da difendere’. E’ impegnativo…
Sì… a me è piaciuta subito come frase, anche perché la canzone “Le cose da difendere” è stata la prima del disco a nascere. Addirittura è datata 2001, ed è stata una delle prime bozze che ho creato. Credo sia una frase che esprime una giusta profondità e una certa consistenza, perché in fondo il lavoro è stato impegnativo ed è giusto che il titolo sia altrettanto impegnativo. I valori che evidenzio nel disco, l’amore e l’amicizia, si stanno perdendo; ma mi ci metto dentro anch’io, in questa crisi, perché alla fine sono un ragazzo di trent’anni come tanti altri.
Ho parlato d’amore, sostanzialmente, perché è la cosa che mi viene meglio; non volevo assolutamente fare un disco “sociale”. Passando per l’amore ho cercato di far affiorare quello che secondo me, nella vita di tutti i giorni e soprattutto dopo l’11 settembre, è stato completamente perso. Vuoi per la paura, vuoi per l’incoscienza della gente o per il fatto di continuare a fare ciò che si stava facendo, a lavorare per superare il periodo… insomma, nelle mie canzoni ho cercato di inserire dei messaggi, ossia il rispetto per gli altri, il coraggio di affrontare la vita anche quando non ti prepara belle cose, il fatto di prendere delle prese di posizione e di essere coscienti di portarle avanti, fino alla fine. Si parla anche di amicizia, perché io credo ancora negli amici. Nel fatto di confidare agli altri qualcosa, anche se a volte poi prendi delle fregature. Queste sono, in sostanza, le cose da difendere.

Una parola che è emersa in più di una tua canzone è “pudore”. Non si sente spesso nei dischi italiani. Come mai?
Forse perché questo album è il frutto di un cambiamento stilistico, soprattutto nel team di lavoro che mi affianca. Ho collaborato con un paroliere nuovo, Cheope, che è il figlio di Mogol, e lui usa questo vocabolario particolare, che ha portato all’interno del disco e che a me è andato molto bene. Utilizza parole inusuali che non sono probabilmente impiegate perché hanno un suono strano. Secondo me però certe parole riescono a rappresentare perfettamente, in un dato momento, una canzone o uno stato d’animo.

Come mai hai deciso di cambiare il team di lavoro e uno stile che era già consolidato?
Perché il lavoro musicale è fatto di stimoli. Quindi, come ogni stimolo, te lo senti addosso ma poi può finire. Io non sono mai stato legato da rapporti continuativi, a parte con il mio chitarrista con il quale ormai lavoro da undici anni e c’è un feeling caratteriale molto forte. Abbiamo più o meno la stessa età e siamo cresciuti con la stessa musica, il rock degli anni ’80. Sono arrivato a un punto dove ho sentito l’esigenza di cambiare qualcosa, perché mi stavo ripetendo. Questo è un lavoro fatto anche di rischi.
Inoltre la mia forte amicizia con Laura Pausini mi ha portato a incontrare il suo team di lavoro. E la cosa bella è che questa gente ti è amica. E’ gente che ama il suo lavoro e soprattutto ama lavorare con chi sta dall’altra parte, cioè il sottoscritto, e viceversa.

Non credi sia un problema esserti rivolto al team di una tua possibile avversaria, Laura Pausini?
No, guarda, assolutamente. Tra me e lei non c’è concorrenza. Io credo che Laura sia sincera con me e mi auguro che lei pensi lo stesso di me. Lei mi ha dato dei consigli e io, quando lei doveva pubblicare il suo “Best of”, le ho detto cosa pensavo, aiutandola in diverse situazioni, oltre ad essermi offerto di suonare il basso. Così Laura mi ha fatto suonare come turnista in un pezzo. La cosa importante per un grande produttore, artista o manager è quella di poter scindere le cose, utilizzare un pathos, un’atmosfera per un cantante e un altro mondo per un altro, utilizzando lo stesso team di lavoro. Io non credo che ascoltando il mio disco tu possa sentire le stesse sonorità che ha Laura. Dado Parigini è un produttore che ha vent’anni di lavoro alle spalle e sa quello che fa.

Quanto è rivolto al mercato straniero questo tuo lavoro?
Ogni mio lavoro è sempre stato pensato per il mercato straniero. Mi sembra doveroso e sarebbe poco intelligente pensare solo all’Italia. Io l’ho voluto. Non sono stato ad aspettare che qualcuno mi aprisse le porte in Germania o in Spagna. Poi, sono anche stato fortunato, per carità, la fortuna è alla base di tante cose. Ma me lo sono cercato. L’album sarà realizzato in due versioni, una cantata in italiano e l’altra in spagnolo.

Come è stata la collaborazione con Laura Pausini e Dante Thomas? Con chi ti piacerebbe lavorare in futuro?
Sting, Madonna… io ti faccio grandi nomi, perché ognuno deve cercare di non accontentarsi mai… . Con Laura c’è una grande amicizia e una grande stima reciproca. Eravamo alle Maldive quando già pensavamo di fare qualcosa insieme. Con Dante Thomas non c’è l’affinità caratteriale che c’è invece con Laura, però comunque è una cosa che ho voluto, perché l’ho conosciuto lo scorso anno negli Stati Uniti. Mi piaceva la sua voce, e lui nel disco ha portato una ventata di America che trovo molto bella. Credo sia sinonimo di globalizzazione, visto che se ne parla tanto, adesso. Penso che nel pezzo “Cielo e terra” tutte queste caratteristiche si sentano e diano alla canzone qualcosa di diverso.

Porterai questo disco in tour?
Si, partirà in ottobre: questa volta ho prediletto i teatri, perché nei palasport ci sono già stato per quattro anni e sinceramente mi hanno rotto le scatole. Anche perché questo disco è stato volutamente registrato molto bene, abbiamo utilizzato il pro-tools, tutta roba computerizzata, passando per l’analogico, uscendo per il digitale… . Portando questi suoni in un teatro, dove l’acustica è buona, potrò godere anch’io, finalmente, della situazione. Il tour arriverà anche all’estero, ma non so ancora cosa succederà durante il mio spettacolo. Il mio primo concerto si svolgerà nell’ambito di un festival tedesco in agosto, dove sarò l’headliner. Suoneremo sei pezzi davanti a 25.000 persone.

Qual è stato il pubblico che più ti ha sorpreso?
I tedeschi. Sono famosi per essere composti anche dentro a un palasport, però sentirli cantare “Se io non avessi te” o “Lara non c’è”, perché la “u” non riescono a dirla, mi ha affascinato molto. Ho visto tantissime culture diverse, da Santo Domingo ai paesi europei, ma la Germania è quella che mi ha entusiasmato di più. Ho fatto un bellissimo concerto anche in Svizzera, allo storico Hallenstadion, dove ci sono stati tutti, ed è stato molto bello lì… .

Quante volte ti è capitato, se mai ti è successo, di voler uscire da questa dimensione che ti si è un po’ appiccicata addosso, quella di “artista pop internazionale”?
Bada bene che pop non è dispregiativo, perché “pop” significa “popolare”. Larga massa. Io mi ci trovo appieno, dentro, e quello che dovrò fare, perché mi sento di farlo e perché ho voglia di farlo, sarà di evolvermi insieme al mio pubblico. Non è semplice, perché l’evoluzione costa fatica, impegno e non sempre è compresa dagli altri. Bisogna essere credibili, anche quando si rischia. Io voglio evolvermi acquisendo sempre più credibilità per poter fare quello che ancora non so.

Non hai mai sentito pressioni, su di te?
No. Forse il disco che ha indirettamente ricevuto pressioni è il mio album precedente, “La vita è”, perché è stato pubblicato molto velocemente a causa della forte domanda. La vita di un cantante è come un diagramma, oscilla su e giù. Chiaramente bisogna sempre cercare di andare in salita, però anche nelle migliori famiglie succede che qualche cosa, ogni tanto, non venga bene.

C’è qualcosa che rinnegheresti in dieci anni di carriera?
Assolutamente, no. Ci ho pensato varie volte, ma alla fine credo mi sia andata bene. Io ho avuto tre dischi in Italia completamente sconosciuti, i primi tre. Ma alla fine, tutta la pazienza che ho avuto, i fischi che mi sono arrivati, il fatto di non essere considerato davvero un artista valido nel panorama italiano, mi è servito, perché adesso ho le mie soddisfazioni. Ma non è finita, affatto; in musica non si è mai smesso di imparare.

Hai qualche progetto cinematografico in cantiere, dopo l’esperienza di “Laura non c’è”?
Sì, appunto, lasciamo perdere… . Mi sono visto come attore e non mi faccio impazzire. Ma mi è servito anche quello, così ora posso dire “lasciamo perdere”. Nell’ambito del cinema mi piacerebbe lavorare nella composizione di colonne sonore, ma se devo dirti in quale tipo di film mi piacerebbe recitare, allora ti direi un film di spionaggio, tipo 007. Io, nel ruolo di 007! Non sarebbe male… però quelli con l’Aston Martin, mica quelli con la BMW che piloti a distanza… .

Quanto c’è di Sassuolo in te?
Ho delle S “così”, quando parlo! Di Sassuolo in me credo ci sia la passione per la musica, perché da noi eccezionalmente ci sono un sacco di gruppi, e anche bravi. E’ molto importante, anche perché io stesso sono uscito da lì, facendo le prove nel garage di mia nonna, ascoltando e riascoltando dischi, cercando di avvicinarmi ai suoni che sentivo. Era un hobby, ma allo stesso tempo il lavoro aveva già una connotazione professionale: salivi sul palco, magari nella sagra di paese, e suonavi la chitarra facendo credere alla gente, anche per due soli secondi, che lì c’era Andy Summers. Io vivo tra Sassuolo e Milano, poi però torno a Sassuolo! Sono abituato a poco traffico… alla pace, alla tranquillità. E quei luoghi conciliano molto alla realizzazione di un disco.


(Valeria Rusconi)

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