Gianmaria, Eva ed Elisa, le colonne portanti dei Prozac+, assomigliano fedelmente alle loro canzoni: semplici, dirette e senza fronzoli. I tre non hanno paura di raccontarsi senza mezzi termini; senza pretattiche spiegano come la pensano sul loro lavoro, sulla musica e sul mondo in cui vivono. Per farvi un’idea diretta, andate sul nostro canale streaming, all’indirizzo http://streaming.rockol.it, e potrete vedere il trio di Pordenone suonare due brani in studio per Rockol. Oppure continuate a leggere…I Prozac+ si sono formati 7 anni fa nel 1995. Qual è la vostra ricetta per sopravvivere al music business?
Gianmaria Accusani: In realtà eravamo già attivi prima di quella data. Facendo qualche conto a mente sono ormai otto anni. In questo periodo il nucleo del gruppo è sempre stato formato da noi tre, con alcune variazioni riguardanti chi ci accompagnava alla batteria o alla chitarra. Come si fa a durare così a lungo? Ma funziona come in una qualsiasi relazione umana: con gli alti, i bassi e gli scazzi vari. C’è qualcosa che ci lega e che ci accomuna: è il fare musica assieme.
Quando avete iniziato a scrivere il vostro ultimo album “Miodio” avevate qualche obbiettivo prefissato da raggiungere?
G.A.: Per quanto ci riguarda, non abbiamo mai avuto un obbiettivo specifico all’inizio delle registrazioni di un disco. L’unico traguardo è quello di far arrivare alla gente quello che hai dentro. Non abbiamo mai voluto fare un album o una canzone per una motivazione particolare, non amiamo tutti questi fronzoli.
E’ impossibile però non notare che album dopo album limate e perfezionate sempre più il vostro modo fare musica. State cercando la perfetta Prozac-song?
Mi fa piacere che ci si accorga di questa evoluzione. Credo che sia normale che l’esperienza accumulata in questi anni si faccia sentire, ma non parlerei di ricerca. Semplicemente, brano dopo brano capiamo dove ritoccare, dove togliere e dove aggiungere riuscendo a raggiungere risultati sempre migliori.
In un’intervista hai dichiarato che la tua maggiore paura è la ripetitività…
G.A.: Sul serio?
Certo, carta canta!
G.A.: Mah, è strano, ti posso assicurare che non è certamente una delle mie paure. Siamo comunque consci che la ripetitività, in qualche modo, è uno degli ingredienti della nostra ricetta musicale. Io non vedo questo come una cosa necessariamente negativa, credo che crei lo stile di una band.
Il ripetersi, quando non è più uno stile, diventa, scusa la parola, una rottura di coglioni. Ma credo che questo non sia il nostro caso. Forse questo giornalista ha capito male, magari si era preso una pastiglia…
Eva, tu canti i testi scritti al femminile da Gianmaria. Ti riconosci in quello che lui compone?
Eva: Beh, penso che facendo parte dello stesso gruppo da così tanto tempo, quello che lui scrive in un testo fa parte anche della mia esperienza.
G.A.: Comunque, quando si scrive un testo non si parla unicamente di se stessi. Spesso i brani dei Prozac + raccontano situazioni in cui diverse persone si possono rispecchiare.
Eva: Noi non giudichiamo mai i personaggi delle nostre storie e ciò lascia libero chiunque di interpretarne il significato.
In “Lola”, uno dei brani più lenti scritti dai Prozac+, cantate: “Lola è ingenua ancora non sa il potere che lei ha”. Oltre al titolo, sembra che ci siano riferimenti alla “Lolita” di Nabokov…
G.A.: In effetti ha diverse similitudini con il celebre personaggio, ma non volevamo mirare a quello. Il brano, in realtà, non parla di qualcuno di specifico, ma di una situazione in cui ognuno può leggere quello che vuole e in cui noi magari riconosciamo alcune persone che ci sono state vicine. Raccontiamo storie vicine al nostro immaginario, difficilmente ci troviamo in imbarazzo a scriverle o a cantarle.
I protagonisti delle vostre storie sono quasi sempre dei personaggi che sono oppressi dalla loro situazione e dallo stile di vita della periferia. Credete di poter rappresentare una speranza per questi ragazzi?
G.A.: Non so se possiamo essere considerati realmente una speranza. So che raccontiamo certe vicende perché ci colpiscono maggiormente rispetto ad altre. Sono personaggi esistenti nella realtà, ma sono anche una parte della nostra personalità: tutti noi abbiamo una dimensione sfigata.
Come mai avete scelto di reinterpretare “Tainted love” di Edward Cobb?
E.: E’ sicuramente uno dei brani che fa parte del nostro background musicale, una canzone che ci piace ascoltare e suonare da sempre. Era uno dei pezzi che sentivamo più vicini in quel periodo, abbiamo provato a rifarla basandoci sul modello originale e credo che sia uscita una cosa molto originale.
Vi è piaciuta la versione che ne ha fatto Marilyn Manson?
G.A.: A me piace Marilyn Manson (risate). Davvero, mi piace.
E.: Sinceramente quella canzone l’ho ascoltata talmente tante volte che ancora non riesco a inquadrare bene questa nuova versione.
G.A.: C’è da dire anche che Manson paga il confronto con la sua cover di “Sweet dreams”, che era letteralmente una bomba.
Dopo l’uscita del disco precedente, “Prozac+ 3”, avete provato a proporre la vostra musica all’estero; com’è andata quest’esperienza?
G.A.: Mah! (rivolgendosi a Eva) Com’é andata?
E.: Il disco è uscito in alcuni paesi: era una raccolta dei pezzi che pensavamo potessero avere un maggiore appeal all’estero. Sappiamo che abbiamo avuto abbastanza successo in Spagna, dove abbiamo fatto anche un piccolo tour.
G.A.: La Spagna è l’unico paese dove abbiamo avuto un qualche riscontro. Siamo persino andati in radio e questo ha agevolato la cosa.
Solitamente, gli artisti stranieri che vogliono sfondare in Italia vengono appoggiati finanziariamente dalla casa discografia. La nostra etichetta, purtroppo, non ci ha mai dato una mano.
“Miodio” è stato pubblicato con il celebre e fastidioso sistema anticopia, una difesa che si è rivelata abbastanza inutile, almeno nel vostro caso…
G.A.: Vorrei precisare che ci siamo accorti che sul nostro disco c’era il meccanismo anticopia solo dopo la pubblicazione, nessuno ci aveva avvisato prima. Credo che questo comportamento sia stato molto scorretto. Inoltre, come difesa, non vale un cazzo.
La prima cosa che abbiamo fatto appena abbiamo avuto il disco in mano è stato copiarlo. Magari ci abbiamo messo un po’ di tempo in più, ma non è stato certo impossibile.
La cosa ci dà molto fastidio, sembra quasi che noi come artisti abbiamo voluto evitare la masterizzazione. Capisco che una casa discografica cerchi di proteggere il proprio lavoro, ma...Non possiamo fare a meno di dire che un disco non può costare venti euro, avevamo provato anche a fare qualcosa, ma non ci è stato possibile. Se i produttori, i discografici e gli artisti avessero pensato seriamente a questo problema molto tempo fa, ora non ci troveremmo con un mercato discografico tendente allo zero.
Noi non abbiamo potere decisionale finale, ma cerchiamo di combattere questa situazione per quello che possiamo. In questo disco abbiamo cercato di togliere al prezzo finale il “TV Ticket”, quella parte del prezzo finale che serve per finanziare la promozione in televisione degli artisti. Teoricamente, se i negozianti non sono disonesti “Miodio” dovrebbe costare tra i 16 e i 17 €, ma il prezzo giusto sarebbe 10 €.
A questo proposito, non credete che per una band come i Prozac+ sia difficile lavorare con una major?
G.A.: Credo che ormai le major non si possano adattare a nessun tipo di artista. Per come si stanno evolvendo le cose, credo che le grandi case discografiche siano sempre meno necessarie. Se non ci sarà qualche cambiamento pesante le cose potranno andare solo male.
Vorrei però ricordare che siamo passati alla EMI, di cui peraltro non ci siamo mai lamentati più di tanto, non per nostra scelta. Eravamo con un’etichetta indipendente, la Vox Pop, anche se avevamo delle proposte da alcune major. Questa etichetta aveva venduto il marchio alla Flying Records che è fallita e parte del catalogo è stato acquisito dalla EMI. Siamo stati assorbiti e non ci lamentiamo, anche se questo passaggio ci ha fatto perdere del pubblico.
Siete attualmente in tour; avete preparato qualche sorpresa per il vostro pubblico?
E.: Abbiamo preparato i concerti, più che altro…Ci sono tre musicisti che sono subentrati da poco e quindi c’è sempre molto da fare per non fare casini sul palco. Comunque, anche dopo tutti questi anni, per proporre un disco nuovo dal vivo c’è bisogno di molto lavoro per rendere i nuovi brani in modo convincente.
(Giuseppe Fabris)