Ammiratori sparsi in tutto il mondo e probabilmente anche schiere di
creativi pubblicitari attendevano con impazienza il nuovo album di Moby,
atteso a una conferma dopo l’inaspettato exploit di vendite di “Play”. Se in
passato Richard Melville Hall - è questo il suo vero nome - non ha esitato a
imporre sterzate anche brusche alla propria musica, questa volta ha optato
per un’evoluzione non troppo traumatica, ritoccando la formula del fortunato
album precedente senza fotocopiarlo. Se “Play” campionava i canti folk e
blues raccolti “sul campo” da Alan Lomax, il nuovo “18” sposta invece
l’attenzione verso soul e R&B e si concede il lusso di un paio di ospiti
vocali di riguardo come Angie Stone e Sinead O’ Connor. La mano del
protagonista/tuttofare è sempre largamente riconoscibile e l’unico problema
sembra solo quello di riuscire a ripetere il successo passato. Una pressione
a cui Moby risponde intitolando “I’m not worried at all” l’ultimo pezzo di
“18”. E in effetti non è apparso affatto preoccupato neanche durante la sua
visita lampo a Milano per incontrare la stampa italiana. La prima impressione che dà “18” è che ci sia molta musica, forse anche troppa. Non temi che un disco troppo lungo rischi di stancare chi ascolta?
Per questo album ho scritto 150 canzoni ed è stato molto difficile scegliere fra queste le 18 che sono finite sul disco. In un certo senso, il disco è una scialuppa di salvataggio per le canzoni e io volevo inserirne il numero maggiore possibile. Un paio di mesi fa ho fatto una seduta di ascolto con David Bowie: lui mi ha fatto sentire il suo nuovo album e io il mio. Mi ha detto che gli piaceva ma che l’avrebbe preferito un po’ più breve. Così ho pensato che potessi tagliare un paio di brani, ma non riuscivo a decidere quali. C’è molta gente che apprezza il fatto di avere un album molto lungo: per un giornalista a cui viene mandato il disco gratis, l’approccio è diverso rispetto a quello di una persona che lo compra. Chi lo acquista, vuole ricevere il massimo possibile. Inoltre, questo era il disco che avevo voglia di fare. Mi immagino qualcuno che lo inserisca nel lettore e faccia un lungo viaggio in automobile, usando il mio album come colonna sonora.
Come hai scelto il singolo?
Da giovane sono cresciuto ascoltando molta new wave e “We are all made of stars” mi sembra una bella canzone felice. La ragione per cui l’ho scelta è che ogni volta che ascolto il ritornello mi fa sorridere, anche adesso che l’ho sentita centinaia di volte.
Molti dei tuoi pezzi sembrano fatti apposta per accompagnare delle immagini. Come vedi il rapporto fra la tua musica e il cinema?
Ho collaborato a diverse colonne sonore: “Heat”, “The Insider”, “Ogni maledetta domenica”, “The Beach”, un film di James Bond e molte altre cose. Da giovane desideravo veramente comporre colonne sonore, ma quando mi sono trovato a farlo, mi sono divertito sempre meno. Quando registro i miei dischi ci sono io da solo nel mio studio e posso fare musica per me stesso. Se scrivi per un film invece ci sono il regista, il responsabile delle musiche e così via. Per questo non mi diverto molto con le colonne sonore.
Hai intenzione di concedere ancora molti brani per spot pubblicitari?
Sì, se la cosa ha un senso. Nel caso di “Play”, si trattava dell’unico modo che avevo a disposizione per far conoscere le canzoni al pubblico. In Italia le cose erano un po’ diverse, ho avuto più aiuto dalle radio e da MTV. In alcuni paesi però nessuno dava spazio alla promozione di “Play”, almeno all’inizio, a parte la pubblicità. Non penso che con “18” concederò molte canzoni per gli spot, ma potrebbe accadere.
In “Play” hai campionato voci folk e blues e adesso c’è un grande interesse per la musica tradizionale. Pensi che sia in qualche modo una reazione a certi standard della musica pop di oggi?
Penso che uno dei motivi del successo di “Play” sia stato il fatto che molti dei dischi da classifica del periodo, e anche di adesso, sono molto artefatti. Molta della musica con cui sono cresciuto era organica, veniva scritta e suonata da un gruppo o da un solista. Compravi un disco dei Led Zeppelin ed era un album scritto e suonato da gruppo, con un carattere e una personalità evidente. Se compri il disco di una boy-band, ci sono cinque persone che scrivono i pezzi, cinque che producono, altri che suonano. Non lo considero come qualcosa che debba essere criticabile in assoluto, ma personalmente lo trovo insoddisfacente. La musica pop di oggi è molto generica e proprio per questo “Play” ha avuto successo: era un album organico, l’ho scritto nella mia stanza. Penso che la gente desiderasse musica meno costruita.
Però le tue origini sono nella techno, che in un certo senso è l’esatto opposto della musica tradizionale.
Forse in termini di strumentazione, ma non come atteggiamento. Un bluesman che nel 1930 si sedeva con una chitarra aveva lo stesso approccio alla musica. Non era orientata verso il mercato e aveva personalità. Un ragazzo di Roma che registra un pezzo dance con un computer e un campionatore per me ha molte cose in comune con un bluesman del 1930. Non ha intorno trenta persone che gli dicono cosa debba indossare, come debba ballare o cosa cantare. E’ una cosa domestica.
Usare elettronica e campionamenti non rischia di limitare il tuo lavoro come compositore?
Gran parte dei suoni sul mio album non sono campionati. Ci sono molti dischi interessanti registrati completamente con i campionatori, come quelli di Fatboy Slim. Però se lavorassi in questo modo, mi sentirei frustrato. Una delle cose che mi piacciono di più e prendere un campionamento e costruirci attorno una canzone convenzionale, come accadeva in “Natural blues” ad esempio: un piccolo sample vocale da cui sono partito per scrivere un brano.
Hai dichiarato in passato di avere una scarsa autostima. E’ ancora così?
Sì, il fatto di vendere 10 milioni di copie non può cambiare le abitudini di una vita intera. Gran parte della mia bassa autostima deriva dal fatto di essere cresciuto povero in una città ricca. Mi sentivo un cittadino di seconda classe, e ho ancora questa sensazione. La mia situazione è cambiata, ma se da quando sei nato fino ai 25 anni ti senti un cittadino di seconda classe, non puoi schioccare le dita e smettere di sentirti così.
Il fatto di essere cresciuto all’interno di scene radicali come il punk e la techno non ha creato qualche contraddizione con il fatto di essere diventato oggi una popstar?
No, il mio obiettivo da musicista è sempre stato quello di portare alla gente la mia musica. Mi è sempre piaciuta la cultura underground, ma ho sempre cercato di condividerla con altra gente. Quando suonavo punk hardcore negli anni ‘80, ho sempre voluto che i miei familiari e gli amici ascoltassero punk con me e si divertissero. Non ho mai voluto tenere private queste cose. Ora mi trovo nella stessa posizione: voglio fare musica e voglio farla ascoltare alla gente. Non ho mai pensato molto in termini di musica underground come qualcosa di opposto alla musica commerciale, semmai ho sempre distinto fra quello che mi emoziona in modo potente e ciò che invece non mi tocca.
Come consideri “18” rispetto al suo predecessore?
E’ più melodico, emozionale e più caldo. Dal punto di vista stilistico, “Play” era più eclettico, c’erano canzoni di molti tipi diversi, in “18” c’è una maggiore coesione fra i brani.
Ti aspetti di ripetere gli stessi risultati di vendite?
No, ma non credo che sia più possibile vendere qualsiasi disco in quantità così alte. In tempi di tecnologia digitale e di brani scaricabili, i giorni dei 10 milioni di copie sono ormai alle spalle. Le vendite dei CD sono probabilmente destinate a scendere, forse si arriverà a una stabilizzazione, a un modo di vendere musica che non preveda l’uso del CD. Comunque, non mi aspetto che “18” venda quanto “Play”. Spero che più gente lo ascolti. Quasi nessuno dei ragazzi che scrivono al mio sito web ha una copia del mio singolo: è stato trasmesso alla radio, qualcuno l’ha reso disponibile su Audiogalaxy, e tutti lo hanno scaricato da lì.
Cosa ne pensi della crisi dell’industria discografica?
Mi piace l’idea che la musica sia accessibile a più gente, ma mi piacciono anche le case discografiche e i negozi di dischi, io stesso ho lavorato in un negozio in passato. Un aspetto positivo del fatto che il music-business procuri meno guadagni è che se ne allontaneranno quelli che ci sono entrati solo per soldi. La mia previsione è che nel giro di cinque anni vedremo la fine della musica pop costruita, perché non porterà più guadagni. Se nessuno diventa ricco inventando una boy-band, allora non c’è motivo per formarne una: non potete dirmi che esistono per amore della musica. Non voglio dire che ci sia qualcosa di sbagliato in questo, comunque sono ansioso di vedere un futuro fatto di gente che suona per amore della musica, non per soldi. Anche ora comunque esistono anche musicisti che amano ciò che fanno e guadagnano un sacco di soldi, come la Dave Matthews Band. Non sono un loro grande fan, ma in America hanno un grande successo e hanno cominciato nei bar. Oppure ci sono i Radiohead, che guadagnano parecchio, ma è evidente che non è quello il loro obiettivo principale, o i Massive Attack.
Qualche anno fa hai remixato una canzone di Linda Polley, una medium che sostiene di essere in contatto con John Lennon che le detta canzoni nuove dall’aldilà. Come è accaduto?
La stazione radiofonica californiana KROQ l’ha intervistata e ha trasmesso alcune delle sue canzoni. Per quanto ne so, è una persona molto semplice, forse ritardata o con qualche disturbo mentale, e qualcuno della radio mi ha dato un registrazione di “Listen to the angels” da remixare per l’album natalizio della stazione. E’ una canzone molto semplice e toccante a suo modo. Mi è piaciuto remixarla, è un bell’esempio di arte folk americana.
Per molto tempo sei stato un personaggio underground. Ora sei una superstar. Cosa ti ha portato questo nuovo status?
L’anno scorso ho realizzato tutte le mie fantasie new wave. Da ragazzo ero un grande fan dei Joy Division e a Los Angeles ho cantato con i New Order un pezzo dei Joy Division. L’ultima volta che avevano suonato quella canzone, Ian Curtis era ancora vivo. Ho suonato la chitarra con David Bowie e i Mission of Burma, sono stato in giro con Joe Strummer a Los Angeles e con John Lydon a New York. Se mi avessero detto questo a 16 anni, non ci avrei mai creduto.
In passato eri noto per l’intransigenza di alcune tue scelte, in tema di regime alimentare strettamente vegetariano e di religione. Adesso sembri meno estremista. Cosa è successo?
Per molto tempo ho sostenuto le mie posizioni in modo molto militante. Ora sono diventato più tollerante e aperto. Sono ancora vegan, amo ancora gli insegnamenti di Cristo, ma non polemizzo più su questi argomenti. Dieci o quindici anni fa avevo una visione del mondo molto semplice: pensavo che io avessi ragione e gli altri avessero torto. Col tempo ho scoperto di avere spesso torto e non c’è niente di meglio per limitare la propria arroganza. Adesso sono molto più rilassato.
Questo si riflette anche negli scritti che rendi pubblici attraverso il tuo sito?
In passato scrivevo molte più cose di argomento politico. Ora sul mio sito ci sono solo un paio di scritti, uno sul lavoro per questo album e uno sui pericoli del fondamentalismo. Ne avevo già scritto ai tempi di “Play” e adesso ho opinioni ancora più marcate a riguardo. La gente che crede in qualcosa a livello militante causa soprattutto dolore e problemi, che sia fondamentalismo cristiano, islamico o musicale.
La famosa storia della tua discendenza dall’autore di “Moby Dick” è vera?
In verità,non lo so con certezza. Per tutta la vita, i miei genitori mi hanno detto che ero discendente di Herman Melville. Non ho mai visto documenti che lo attestassero, ho solo assunto che mi avessero raccontato la verità.
Dopo l’album ci sarà un tour?
Sì, durerà da giugno 2002 a novembre del 2003. Arriverò in Italia il prossimo autunno e probabilmente tornerò ad estate del 2003.
(Paolo Giovanazzi)