In linea con gli umori rock del suo nuovo album “Frantic”, Bryan Ferry
sembra avere attenuato gli eccessi glamour per adottare uno stile più
rilassato. Sempre stiloso e impeccabile, il cantante dei Roxy Music evita
accuratamente il divismo snob e sfoggia sorrisi cordiali e senso
dell’umorismo britannico. In breve, Ferry dà l’impressione di trovarsi in un
periodo positivo, sia artisticamente - “Frantic” è un album gradevole - che
dal punto di vista personale. E non tutti i colleghi suoi coetanei si
trovano nella stessa situazione nell’anno 2002 C’è un legame fra l’ultimo tour con i Roxy Music e la registrazione di “Frantic”?
No, abbiamo cominciato a registrare dopo il tour di “As time goes by”, negli studi RAK di Londra. Sono ottimi, hanno sale molto grandi e sono stati prodotti lì diversi dischi interessanti. Volevo fare un album più rock, con un suono da band e con molte chitarre elettriche. Ci siamo interrotti proprio perché dovevo andare in tour con i Roxy; è stata un’interruzione positiva, che mi ha permesso di giudicare il lavoro con maggiore distacco e valutarlo, capire quali cambiamenti fare e quali canzoni aggiungere. Avevo molto materiale da parte, registrato in session precedenti e ho deciso di utilizzarlo, per avere una maggiore varietà. A volte si registrano canzoni che non sono adatte per l’album che stai facendo in quel momento, ma dopo anni riescono a trovare una casa. “Goodnight Irene” è una di queste, visto che l’avevo registrata otto anni fa. Ha un arrangiamento molto essenziale che mi è sembrato adatto a questo album. Leadbelly è stato il primo cantante che mi abbia spinto ad avvicinarmi alla musica, soprattutto a quella americana, da quando mi è capitato di ascoltarlo a 10 anni.
Il successo della colonna sonora di “Fratello, dove sei?” e il conseguente interesse per la musica tradizionale americana ti ha in qualche modo incoraggiato a ripescare “Goodnight Irene”?
No, l’ho inserita solo perché mi sembrava che fosse adatta a quest’album. L’avevo registrata per “Taxi”, ma non andava bene per quel disco. Comunque ho la colonna sonora, la ascolto in auto e penso che sia un grande album.
Come hai scelto i chitarristi? Ci sono Dave Stewart, Jonny Greenwood, Robin Trower…
C’è anche David Williams… Dopo i suoni orchestrali di “As time goes by” ne avevo voglia. E’ curioso come una cosa porti a un’altra: nel tour per quell’album ho cominciato a inserire man mano sempre più pezzi rock, come “Virginia Plain”, anche se adattati a quel contesto. Mi è tornata la voglia di suonare con una band convenzionale, dopo avere trascorso anni in studio usando le macchine. Sono tutti musicisti completamente differenti e ho lavorato con loro in tempi diversi. Penso che il fatto di avere molti chitarristi arricchisca il suono e la varietà è uno dei pregi maggiori di “Frantic”. Li ho scelti semplicemente perché sono musicisti che ammiro. Probabilmente sono un chitarrista frustrato e quindi vivo il rapporto con la chitarra attraverso altre persone. Phil Manzanera era molto bravo in questo durante la prima fase dei Roxy: gli chiedevo di suonare in un certo modo e lui era contento di provare. Con gli anni naturalmente ha definito un suo stile personale. In effetti, ho avuto modo di lavorare con molti chitarristi di talento: Mark Knopfler, Nile Rodgers, che è davvero incredibile, Johnny Marr, anche lui un grande. Poi in questo album c’è anche Marcus Miller che suona il basso in due pezzi, “One way love” e “Hiroshima…”; E’ interessante perché si tratta di canzoni molto semplici, completamente diverse dal jazz da cui lui proviene. Ma è un vero artista e capisce il valore della semplicità.
In “Frantic” ci sono due cover di Bob Dylan e anche in passato hai attinto dal suo repertorio. Cosa ti attira nelle sue canzoni?
Sono un grande fan di Dylan, la prima cover che ho fatto è stata “A hard rain’s gonna fall”, parecchi anni fa. Penso che sia un maestro nell’uso del linguaggio, soprattutto nel suo primo periodo. Scrive testi molto poetici ed emozionanti. I suoi primi album erano realizzati in modo molto semplice, usando solo voce e chitarra, e questo lasciava molte strade aperte per interpretare i suoi pezzi. “It’s all over now, baby blue” è stata la prima canzone che abbiamo registrato e ha creato l’atmosfera giusta per il resto delle session. L’abbiamo completata velocemente, in modo molto spontaneo, e così è stato anche per “Don’t think twice, it’s alright”. Di solito, quando riprendo brani di altri, tendo a rimodellarle, ma “Don’t think twice” è fantastica e ci siamo limitati a sostituire la chitarra con il piano, che dà un’atmosfera diversa alla canzone. E’ semplice e diretta, inusuale per me, probabilmente è la mia preferita del disco. In tutto l’album ho usato arrangiamenti più scarni rispetto al passato. E’ come se mi fossi sempre nascosto dietro a dei veli che ora sono caduti.
E’ stato divertente tornare a suonare in pubblico con i Roxy Music? Verrà pubblicato qualcosa per documentare il tour?
A maggio, penso, uscirà un DVD dei Roxy Music, e potrebbe esserci un album dal vivo l’anno prossimo. Abbiamo registrato quaranta concerti ma non abbiamo ancora cominciato ad ascoltare niente. Non ci sono piani per un nuovo album in studio, anche perché tutti sapevano che dopo i concerti dovevo riprendere a lavorare al mio disco. Il tour comunque è stato una gioia, mi è piaciuto tornare a suonare in grandi arene.
Le diverse svolte stilistiche della tua carriera sono state determinate da scelte precise o dall’umore del momento?
Probabilmente le decisioni casuali e gli imprevisti hanno avuto un ruolo importante. Il piano generale, ammesso che lo avessi, era che dal punto di vista creativo mi piacevano i contrasti. Le mie canzoni di solito sono piuttosto oscure e spaventose, anche tristi. Mi piace la musica triste, che scava nel profondo. Ma mi piace anche cantare brani più leggeri, e nei miei album posso spingermi anche in questa direzione. Ad esempio in “Frantic” c’è “One way love”, un brano pop degli anni ‘60 che crea un bel contrasto con altri pezzi più oscuri. Comunque, molto dipende da come mi sento in un particolare momento. Per anni ho desiderato registrare un album come “As time goes by”, ma ci ho messo parecchio tempo prima di riuscire a farlo. E comunque, il percorso che ha portato a quel disco ha determinato altre situazioni interessanti.
L’interesse per forme più semplici significa che potresti registrare un album per voce e piano?
Mi piacerebbe, è molto economico. Inoltre, sarebbe un bel cambiamento e, come dicevo, mi è piaciuto cantare Dylan in quel modo.
E con Brian Eno ci saranno altre collaborazioni?
Lo spero, perché i brani in cui abbiamo lavorato insieme sono fra i momenti più importanti del disco. Brian è molto intelligente e ha una grande energia. La canzone scritta con lui è nata circa tre anni fa a San Pietroburgo, dove lui abitava, e poi è stata registrata in Inghilterra, nel mio studio. In effetti, non ci siamo sentiti molto da allora, perché siamo entrambi molto impegnati, ma lavorare con lui è interessante.
Nel tour con i Roxy hai ripreso molto materiale di parecchi anni fa. C’è qualcosa che ti sembra aver guadagnato col tempo o altro che invece ha perso?
E’ stato emozionante riprendere quei brani in un concerto dei Roxy, anche se ne avevo cantati alcuni nei miei spettacoli da solista. E’ stato bello perché al pubblico è piaciuto tutto e ogni pezzo riportava alla mente dei ricordi, sia per me che per la gente. C’erano vecchi fan ma anche molti giovani, e molti gruppi di oggi citano i Roxy fra le loro influenze. Inoltre, per la prima volta avevamo un parte visuale di grande effetto.
E’ vero che alcuni versi di “San Simeon” vengono dalla prima stesura di “In every dream home a heartache”, da cui sono rimasti esclusi?
Sì, ho ritrovato gli scritti originali e c’erano alcuni versi che non avevo usato. Per fortuna li avevo conservati, perché c’erano alcune frasi che mi piacevano e che si adattavano molto bene a “San Simeon”. Il pezzo è ispirato alla memoria in generale, alla capacità di ricordare le cose che ci colpiscono, si avvicina alle sensazioni che mi hanno dato film come “Rebecca”, “Quarto potere” o “Shining”.
Un altro riferimento cinematografico nell’album è “Goddess of love”, ispirata a Marilyn Monroe. Quanto è importante il cinema per la tua musica?
I film sono stati molto importanti per me da giovane: a quei tempi non avevamo i videogames. L’unico cinema della nostra città era vicino a casa mia, e mia madre preparava il tè al proiezionista, quindi io e mia sorella avevamo sempre dei biglietti in omaggio. Ho avuto modo di vedere un sacco di film. Il cinema e la musica erano due grandi sfoghi per la mia immaginazione. Marilyn Monroe era al tempo stesso una figura molto glamorous ma anche tragica, penso che meriti di essere una grande icona. Inoltre, ha ispirato diversi intellettuali e artisti come Andy Warhol. In passato ho fatto diversi riferimenti al cinema, fin dal primo album dei Roxy, nel nuovo disco c’è “Hiroshima”, ispirata a “Hiroshima mon amour”.
Che repertorio porterai in tour?
Canterò brani presi dai dischi dei Roxy e dai miei album da solista. Alla batteria di sarà Paul Thompson, alle chitarre Chris Spedding e Mick Green, e ci sarà anche la violinista Lucy Wilkins. Spero che i concerti siano buoni quanto quelli dei Roxy: molti dei musicisti avevano partecipato anche al tour della band e così pure alcuni dei ballerini. L’aspetto visivo è altrettanto curato. Penso che le luci siano molto importanti nel creare l’atmosfera giusta per ogni canzone. Ora abbiamo un repertorio molto vasto a cui attingere e possiamo offrire uno spettacolo molto vario. Ci saranno momenti più intimi e altri più rock. C’è già una data fissata in Italia, a Roma il 30 luglio.
La canzone per cui vorresti essere ricordato?
Non saprei citarne solo una, ogni canzone è legata a un ricordo particolare Ci sono “Mother of pearl”, “In every dream home a heartache, “Do the strand”. Ma in ogni disco ce ne sono, anche in quelli più recenti come “The only face”, da “Mamouna”.
La prima formazione embrionale dei Sex Pistols si chiamava Strand, ispirandosi a “Do the strand”, e il loro batterista, Paul Cook, ha imparato a suonare ascoltando i Roxy Music. Sapevi di questo legame e pensi di essere stato in qualche modo un maestro per i punk?
No, non ne sapevo niente. So che Siouxsie & The Banshees erano grandi fan. E’ ironico comunque, visto che la mia immagine pubblica è completamente opposta a quella del punk. Preferisco essere un ribelle interiormente. Quando è esploso il punk stavo a Los Angeles, e c’era un ragazzo che lavorava per me che seguiva la scena. Mi faceva ascoltare cassette di gruppi come i Buzzcocks e io ascoltavo un po’ sospettoso. “Sign of the times”, su “The bride stripped bare”, era un po’ il mio modo di recepire lo stile punk. Potrei riprenderla nel prossimo tour, visto che nel gruppo ci sono due chitarristi rock potenti come Chris Spedding e Mick Green.
In “Velvet goldmine” i Roxy Music venivano esplicitamente omaggiati. Come ti è sembrato il film?
Oh, l’ho visto a Cannes insieme a Brian Eno. Mi è sembrato interessante.
Andy Mackay mi ha detto di esserne rimasto un po’ deluso. Secondo lui non catturava molto del divertimento del periodo. Sei d’accordo?
Forse è vero. Penso che ci fossero alcune sequenze molto belle, soprattutto quelle musicali. Altre parti potevano essere migliori. Secondo me, mancavano le punte più estreme di quel periodo. Nei primi anni ‘70 c’era un atteggiamento molto più aggressivo dal punto di vista sessuale rispetto agli anni ‘60.
Come mai hai inserito “Ja nun hons pris” nell’album? E’ un pezzo medievale che musicalmente segue una linea diversa dal resto del disco.
Sì, è qualcosa di diverso. C’è un soprano, ed è un modo per introdurre il pezzo successivo “A fool for love”. Il pezzo medievale aiuta a entrare in un mondo di menestrelli, trovatori, draghi, creature mitologiche. Mi piace l’idea di avere una canzone che ha origini diverse dal blues, che è il punto di partenza di gran parte della mia musica.
(Paolo Giovanazzi)