Lo spettacolo, quasi trentenne, torna in Italia: con Paul Pecorino, alias Frank ‘n’ Furter, ne ricostruiamo la storia…

A volte ritornano, diceva un noto scrittore horror. Se poi parliamo del Rocky Horror Show… Domani, 7 maggio, è il giorno del ritorno del musical più “di culto” di sempre. L’allestimento curato da London Theatre per la regia di Christopher Malcolm “debutta” domani sera a Milano, all’LG Palace, dove rimarrà fino al 12; poi sarà a Torino (Teatro Colosseo, 13-15 maggio) e Genova (Politeama, 16-18 maggio). “Debutto” va messo tra virgolette, perché lo spettacolo approda nel nostro paese per la settima stagione consecutiva.
Il musical di Richard O’ Brien racconta la storia di due innocenti e casti fidanzatini – Brad e Janet- che vengono iniziati al sesso da strane creature extraterrestri che dimorano in un castello isolato, in cui finiscono dopo aver bucato una gomma della loro auto. Il padrone è Frank ‘n’ Furter “dolce travestito dal pianeta Transexual nella galassia di Transylvania”, reso immortale da Tim Curry, che ne vestì i panni nel film di Jim Sharman del 1975. Il pubblico italiano ha conosciuto il personaggio nell’interpretazione di Bob Wilson. Da un paio d’anni è Paul Pecorino a calarsi nei (succinti) panni di questo disinibito alieno.
Rockol ha incontrato Pecorino al teatro Ronacher di Vienna, dove lo spettacolo è rimasto per tre settimane filate. Con il trentaduenne newyorchese di origini italiane abbiamo provato a ricostruire i motivi dello strano successo di questo spettacolo, famoso tanto nella versione teatrale quanto in quella cinematografica, che viene proiettata ancora oggi con regolarità e seguita da una schiera di fan devoti al culto…


Interpreti uno dei personaggi più noti, più adorati ma anche più difficili della storia del musical. E’ stato difficile calarsi in questi panni?
Sono il Frank n’ furter più sexy che sia mai esistito sulla terra e in Transexual Transylvania! Molta gente si aspetta da me qualcosa di molto simile a quello che ha offerto Tim Curry nella versione originale dello show, per cui certamente non è stato facile. Però cerco di fare del mio meglio. Recito la parte di Frank ‘N’ Furter da più di due anni, ormai, anche se mi sono preso una pausa nel mezzo, forse per non identificarmi troppo nel personaggio… Prima di arrivare alla parte di Frank ‘n’ Furter ho studiato negli Stati Uniti, a New York, ho lavorato in vari teatri Off Broadway; poi ho fatto un’audizione, ed eccomi qua… Sono sempre stato un fan del Rocky, l’ho visto dal vivo molte volte anche se, in realtà, non è molto programmato negli Stati Uniti.

Una delle cose più strane del fenomeno Rocky Horror Show è proprio che in America è molto meno noto…
Si, è strano... Ma se il Rocky Horror Show è diventato il fenomeno che è oggi, è perché qualcuno lo notò in Inghilterra nel 1973 e lo portò in America nel 1974 per farne un film, che uscì un anno dopo. La gente forse non ne ha colto il significato… In America è più difficile far nascere questi fenomeni. L’anno prossimo saranno 30 anni dal debutto: magari faranno un po’ di marketing e la gente si ricorderà del Rocky Horror pure da quelle parti.

Il film di Jim Sharman, pur con la presenza di Meat Loaf e Susan Sarandon, fu inizialmente un grande flop.
E' vero. Rimase un insuccesso finché non nacque la cosiddetta “audience partecipation”: la gente andava in sala a vedere la pellicola, mimando alcune delle scene e partecipando attivamente alla proiezione. Fu questa cosa che fece la differenza.

Da fan e da interprete, quali differenze ci sono tra la versione teatrale e quella cinematografica?
Sul palco bisogna essere più grandi, bisogna fare più scena. Chi ti guarda in teatro può non capire tutto quello che dici o che fai, per cui devi essere più enfatico. Il film, invece, ha imposto una serie di particolari che nella versione teatrale si perdevano. Il film ha contribuito a far nascere il feticismo, ma lo spettacolo permette più partecipazione diretta del pubblico. Sono complementari.

Ti sei mai chiesto qual è la ragione del successo del Rocky Horror Show?
Credo che sia riassunto dalla frase “Don’t dream it, be it!”: esprimersi ed essere tutto ciò che si sogna di essere, magari anche solo per un paio d’ore. E poi c’è la musica…

Già, la musica…
Questo è un altro dei motivi del successo del Rocky Horror Show, sicuramente. Le canzoni si adattano bene ai personaggi, ma hanno avuto una loro vita fuori dallo spettacolo. Quando venne scritto, il suo autore Richard O’Brien volle esplicitamente citare alcuni generi come il rock ‘n’ roll o la canzone americana degli anni ’50. E poi la partecipazione di Meat Loaf nel film fece la sua parte...

O’ Brien mischiò il rock con l’Horror, il cinema fantascientifico di serie b e con il travestitismo, dando vita ad un vero e proprio musical-“Frankestein”...
Al tempo, parliamo di trent’anni fa, fu un tale shock vedere tutte queste cose messe assieme. Ora parlare di travestiti o mimare atti sessuali su un palco può non scandalizzare più nessuno, e forse con il tempo le rappresentazioni del Rocky si sono adeguate calcando un po’ la mano su alcuni aspetti. Ma bisogna pensare al tempo in cui venne presentato per la prima volta.

Ha mai conosciuto Richard O’Brien?
No, non l’ho mai conosciuto, ci siamo sempre incrociati. Veniva alle rappresentazioni quando io non ero nel cast, e viceversa. Comunque la sua figura è un altro dei motivi successo del Rocky Horror Show. Ha curato la sua creatura, un po’ come Frank ‘n’ Furter fa con Rocky, almeno all’inizio della storia. A differenza di quest’ultimo non se l’è fatta sfuggire di mano... Ha partecipato alle prime rappresentazioni e al film, recitando la parte di Riff Raff e ha tutelato i diritti, imponendo che nessuna rappresentazione amatoriale venisse fatta con il marchio originale; quest’ultimo doveva indicare solo rappresentazioni conformi ad un certo standard.

Si dice che stia scrivendo una seconda puntata del musical. Puoi darci qualche indiscrezione?
Pare che Janet rimanga in cinta, ma non si sa se di Rocky, Brad o Frank, E poi chissà che altro…

(Gianni Sibilla)

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