Poco più di due anni fa veniva pubblicato “A lo cubano”, esordio discografico degli Orishas: un originale miscuglio delle radici musicali locali, tornate di moda grazie alla mania “Buena vista social club”, con i più moderni e sintetici suoni dell’hip-hop.Il collettivo ha recentemente pubblicato il secondo capitolo della sua discografia: un album sempre contaminato, ma più “suonato”, e interamente dedicato ai sentimenti contrastanti che i musicisti provano nei confronti della propria patria. Una terra sempre amata, ma che li ha parzialmente rinnegati dopo la loro “emigrazione” in Francia. Rodan, una delle menti del gruppo, racconta “Emigrante”: cronaca di un amore e di una delusione.
Sono passati due anni da “A lo cubano”. Cos’è successo in questo lasso di tempo?
Abbiamo suonato tanto, girando per il mondo. Ma ormai siamo emigrati definitivamente in Europa: ora viviamo in Francia. Il disco racconta proprio questa storia, quella di emigranti cubani ora residenti in Europa. Nasce dalla riflessione sul proprio passato, dalle critiche sociali, dalle esperienze personali, dall’allegria, ma anche da molta tristezza.
Hai parlato di critica sociale. Ora che gli Orishas sono Europa, avete una visione diversa della situazione della vostra nazione?
Il nostro sogno era quello di uscire e di andare in un altro paese, dove immaginavamo di trovare il paradiso. Dopo anni vissuti in Europa ci siamo resi conto direttamente della ricchezza dei paesi occidentali rispetto a quella di Cuba. L’esperienza di questo contrasto, a livello mentale, umano e musicale, è la base su cui poggia “Emigrante”.
Da quando ho lasciato il mio paese, lo amo ancora di più. Nonostante la povertà, Cuba ha il sistema scolastico e l’assistenza sanitaria gratuita, e certamente non si incontrano persone che si iniettano eroina per strada alle due del pomeriggio. Non continuo, ma ci sarebbero tanti esempi da fare. Chiaramente, trasferirci in Europa ci ha permesso di evolverci come musicisti e parallelamente ci ha permesso di aiutare le nostre famiglie.
Quindi “Emigrante” parla del legame che gli Orishas hanno con la loro patria.
Nel primo disco l’emigrazione era intesa dal punto di visto storico, dei nostri antenati che dall’Africa erano stati portati a Cuba. Ora siamo noi i protagonisti di un nuovo esodo verso l’Europa. E’ la cronaca della realtà che abbiamo vissuto e che tutt’ora viviamo.
Qual è il tuo rapporto attuale con Cuba?
Recentemente sono tornato a Cuba, ma mi hanno creato non poche difficoltà. Mi hanno tenuto in carcere all’Havana per sei giorni, giusto il tempo che sarebbe dovuta durare la mia visita. Un cubano ora deve chiedere il permesso per entrare nel suo paese. Ciò dipende sicuramente dal fatto che sono un cittadino residente all’estero: avevo avuto il permesso di tornare a casa dal consolato cubano in Francia, ma quando sono arrivato non era più valido. Mi hanno persino detto di tornare in Francia per farmene dare un altro.
Da allora sei ancora tornato?
Sì, ci sono stato altre tre volte, ma ho continuato ad avere paura. Hanno tentato di spiegarmi che c’era stato un errore, ma non mi hanno detto quale. Ora quando ho il permesso di entrare a Cuba devo chiedere anche quello per uscire.
Hai vissuto questo trattamento come una esilio?
La parola è un po’ troppo forte. L’esilio riguarda i cubani di Miami, la nostra è una scelta professionale e di vita. A Cuba sanno che noi ce ne siamo andati per uno scambio culturale, ma la mentalità delle autorità è ancora un po’ chiusa. C’è persino un blocco sui passaggi televisivi e radiofonici delle nostre canzoni e delle nostre esibizioni dal vivo.
Però che avete tenuto un concerto davanti alle vostre famiglie…
Fare un concerto a Cuba è stata la realizzazione di un grande sogno. Il governo, comunque, non si è comportato in maniera molto chiara. Non abbiamo potuto apparire in televisione e non abbiamo potuto parlare. Non c’era un veto esplicito, ma semplicemente non c’è stato un riscontro dell’evento sui media. Il concerto è stato un successo, abbiamo raccolto 25.000 persone, ma nessun mezzo di comunicazione ne ha parlato.
In particolare, noi avevamo un sogno, quello di suonare nel teatro storico di Cuba, il Karl Marx, ma ci è stato proibito con una serie di scuse e limitazioni. Paradossalmente, un trattamento diverso è stato usato con i Manic Street Preachers che hanno potuto suonare dove volevano.
Si teme che voi siate dei cattivi maestri?
Per quanto riguarda la programmazione radiofonica della nostra musica, siamo stati in cima alle classifiche per molto tempo, ma c’era paura di quello che avremmo potuto dire in un’intervista in diretta. Una volta siamo stati invitati in una trasmissione radiofonica e quando avevamo già le cuffie ci hanno suggerito di leggere un foglio in cui si ringraziava l’amministrazione e il ministero della cultura. Ci siamo rifiutati, ma questo ha compromesso la nostra presenza nel programma.
Noi siamo orgogliosi di essere cresciuti sotto Castro, crediamo nella rivoluzione cubana e siamo procastristi, in particolar modo dopo aver vissuto sei anni in Europa. Con Fidel Castro Cuba è tornata finalmente in mano ai cubani, i precedenti presidenti non facevano altro che rispondere agli interessi degli Stati Uniti e la maggioranza era composta da dirigenti universitari di sinistra. Dopo tre mesi di potere arrivava la corruzione e loro consegnavano il paese agli statunitensi. Però, il grande errore della rivoluzione è stata la totale dipendenza dall’Unione Sovietica. Così, quando è crollata l’URSS, siamo entrati in uno dei periodi più difficili per il nostro paese e abbiamo dovuto rinunciare tutto da capo.
Com’è la diffusione della musica straniera a Cuba?
A Cuba non c’è un reale mercato di vendita di dischi; è sempre arrivata molto musica, ma ad un livello molto basso. Ci sono due milioni di cubani negli Stati Uniti che svolgono il ruolo di fonte di approvvigionamento di musica. Un ragazzo non ha la possibilità di comprarsi il disco dell’artista che ha sentito alla radio: il salario minimo è di sei dollari al mese e un disco costa tra i quindici e i sedici. Solitamente ci si compra un disco tra più amici e poi si fanno le copie. Non ci sono radio specializzate. E si ascolta un po’ di tutto: dai Kool & The Gang ai Metallica passando per Ricky Martin, Shakira e, per fortuna, gli Orishas.
E voi come avete iniziato a fare musica?
Fin dagli anni ’80, anche grazie alla vicinanza con gi Stati Uniti, certi generi musicali si sono diffusi a Cuba. All’inizio la gente si costruiva delle antenne paraboliche rudimentali per captare le emittenti straniere: si vedeva molto male, ma grazie a quegli strumenti fatti in casa è arrivata molta musica.
Ci sono circa duecento gruppi hip hop nel nostro paese, ma non hanno le condizioni per lavorare e svilupparsi. Noi abbiamo avuto la fortuna di venire in Europa per coltivare la nostra musica, e siamo il primo gruppo cubano a fare una cosa del genere. Rappresentiamo una porta aperta, una speranza per il futuro dei gruppi che esistono a Cuba. Probabilmente questo è il cattivo esempio che vuole evitare l’amministrazione del nostro paese.
I “vecchi” musicisti del vostro paese cosa ne pensano della vostra musica?
Abbiamo avuto la possibilità di dividere la scena con molti di questi musicisti, che hanno dimostrato di apprezzare il nostro lavoro. Conosciamo l’opinione dei puristi, che sostengono che sia una pazzia mescolare il rap con la musica popolare cubana. Per noi, però, contano i risultati. “A lo cubano” è stato pubblicato in ventitré paesi e la reazione del pubblico e della critica è stata al cento per cento positiva. Siamo il gruppo con secondo disco più venduto della storia cubana e ciò dimostra che il nostro esperimento si poteva fare.
(Giuseppe Fabris)