La vita dopo il successo di 'Iris' e il nuovo disco "Gutterflower"...

Non deve essere semplice per i Goo Goo Dolls, da sempre pronti a incarnare l’anima più sfacciata della musica, magari quella sporca e divertita dei Replacements e dei Ramones, essere catalogati come un gruppo di rock melodico. Ma chissà poi se è proprio così vero che i tre di Buffalo temono di potersi imbattere in un'altra ballata come “Iris” nella loro carriera, il successo incluso nella colonna sonora di “City of angels” che qualche anno fa li fece finire sulle pagine delle più importanti riviste musicali. John Rzeznik sbadiglia. Sarà forse il fatto che si è svegliato presto per adempire agli impegni promozionali? Può darsi. Ma il suo sguardo, annegato a metà strada tra la noia e il sonno, quando nominiamo la canzone di cui sopra si fa torvo. John è stufo. Stufo che la gente si ricordi di lui quasi esclusivamente come l’autore di “Iris”. Ti dice di non amare gli eccessi, di essersi trasferito a Los Angeles perché lì sei “invisibile”, ma i suoi piedi appoggiati sul bracciolo della poltrona dove è stravaccato, la canottiera sgualcita e i tatuaggi che gli ricoprono quasi tutte le braccia, fanno pensare il contrario. Ti portano a credere che a lui, il ruolo della rockstar, calza più che bene. Eppure insiste. E lo fanno anche i suoi compagni, Robby e Mike, seduti al suo fianco. Forse è vero. Forse sono ragazzi semplici che vogliono fare la loro musica. E basta. “Gutterflower”, il nuovo disco, è qui per questo. Bisogna solo ascoltare. E sentire.

Nel comunicato stampa presentate il disco parlando di onestà. In quale modo considerate onesto e sincero il vostro nuovo disco?
Robby: Onestà… nel senso che facciamo ciò che facciamo. Credo che questo possa comunque valere per ogni categoria… parlo del fare ciò che uno desidera, senza per forza dover seguire delle mode, senza curarsi delle sonorità che sono in voga e che potrebbero entrare in classifica. Alla fine della giornata questo metodo di lavoro ci fa sentire bene, in pace con noi stessi.
John: Quando scrivo canzoni, qualcosa comincia a portarmi da qualche parte, e non so mai quale sarà il risultato, fino a quando tutto non è terminato. Questo mi metteva a disagio, ma adesso mi ci sto abituando. Mi sto abituando a cominciare un lavoro e non sapere dove andrò a finire. Diventare pazzo sembra essere, almeno di recente, l’ingrediente principale di un buon lavoro, comunque… .

Il fatto di aver registrato questo album in uno studio storico come il Capitol Records di Hollywood ha apportato qualcosa in più al vostro lavoro?
John: E’ successo tutto molto velocemente. E’ stato bello stare lì. Stavamo cercando un posto dove registrare e abbiamo trovato quello. Certo, è stato fonte di ispirazione lavorare in quel luogo. E’ uno studio storico, ha quell’atmosfera particolare, mitica… . Oggigiorno gli studi cercano di essere come delle grosse località di soggiorno. Devi parcheggiare la tua macchina fuori, poi entri fino alla reception, devi firmare, poi entri in studio e lavori.
Robby: Quando abbiamo registrato questo album volevamo che suonasse più vero possibile, visto che con i metodi di registrazione digitale di oggi tutto suona uguale. Questo perché gli studi di solito hanno le stesse identiche attrezzature. C’è troppa tecnologia, in giro, e si rischia di perdere la vera essenza delle cose. E gli studi Capitol hanno una delle più strabilianti attrezzature, vecchie. Lì sono stati realizzati alcuni tra i migliori dischi degli anni ’50 e ‘60. Dischi che ancora suonano grandiosi oggi.

E’ anche vero però che il disco suona molto bene, è pulito, per nulla grezzo. Sarà anche merito della tecnologia dei giorni nostri…
John: No, ti sbagli, è merito della produzione. Ottima masterizzazione. E’ la persona che posiziona i microfoni e gli amplificatori nei posti migliori, esattamente nel punto giusto per far sì che suoni bene. Devo dire però che questi sono particolari tecnici molto noiosi. Recentemente si è trattato anche di trovare le persone qualificate che riuscissero a catturare lo spirito di ciò che scriviamo. Nella realizzazione di ogni album c’è qualcosa da imparare; la maggior parte delle volte impari ciò che non devi fare. Purtroppo a volte ti tocca anche commettere degli errori, e magari farli in pubblico… ma abbiamo un gruppo di ottime persone che ci sostengono durante la lavorazione di un disco; persone che ci capiscono. Devo dire che l’armonia era particolarmente azzeccata questa volta. Credo che il vero spirito del gruppo sia stato catturato, e questo perché si impara. Io mi sento come un artigiano che fabbrica sedie, o qualcosa del genere. O qualcuno che dipinge… ecco, mi sento un artigiano della musica.

Hai parlato di errori… quale credi sia stato il più grande che hai commesso in passato?
John: (ride) Con il mio gruppo?

Certo, non vorremmo mai entrare nella tua vita privata…
John: Già, anche perché se fosse, potrei andare avanti per mesi e mesi prima di averti raccontato tutti i miei errori… . Per esempio quando pensai di poter giocare a calcio o quando comprai un paio di rollerblade… . Quelle sono state delle cattive idee… (ride). Dunque, i più grossi errori che abbiamo commesso… (ci pensa per un po’). Penso che la mancanza più evidente all’interno del gruppo sia stata l’esitazione. Abbiamo esitato troppo in alcuni momenti in cui sarebbe stato meglio cambiare. Abbiamo aspettato troppo a cambiare delle cose… e anche firmare un contratto discografico prima di capire che cosa volevamo davvero fare.
Robby: Quello, quello assolutamente! Nel 1996 avevamo una pila di carte da firmare, fogli che dovevano essere riconsegnati il mattino successivo per ottenere il contratto. Abbiamo consegnato tutto ad un avvocato, un amico dei nostri padri. Lui ci ha ridato tutto e ci disse: “State ascoltando? Non firmate!”. Non abbiamo detto, “al diavolo”, e abbiamo firmato. Questo è stato il nostro peggior sbaglio. Ci ha quasi distrutti, quel contratto. Abbiamo venduto qualche milione di dischi negli Stati Uniti e abbiamo guadagnato solo una manciata di dollari. Ci viene ancora in mente, oggi, tra una cosa e l’altra. Sono cose dalle quali si impara, comunque. E’ stata una lezione. Per guadagnare denaro capimmo che dovevamo suonare dal vivo. E l’abbiamo fatto. E credo che questo ci abbia resi una band migliore.

Lavorate a Los Angeles. Pensate che il vostro album rifletta lo spirito della città?
John: No, assolutamente. Los Angeles è una città ottima in cui nascondersi. E’ molto facile essere anonimi, lì. Puoi vivere la tua vita senza avere scocciature. E questa è sempre un’ottima cosa.

Ed è anche un buon posto dove lavorare?
John: Sì… beh, diciamo che è okay. C’è tutto. E’ piuttosto pratico per fare ciò che facciamo. Anche perché a Los Angeles vivono un sacco di persone creative.
Robby: E’ stato piuttosto difficile per noi trasferirci lì, visto che siamo cresciuti a Buffalo. A Buffalo c’è davvero poco da fare. E’ un paese che dista circa otto ore di macchina da New York, quindi siamo cresciuti un po’ come quei ragazzini che vivono in periferia, o in città prive di attrattiva, come Cleveland. Mentre invece Los Angeles… ricordo ancora la prima volta che sono arrivato… non potevo credere al modo in cui la gente si comportava. Non credevo ai miei occhi.
John: Gli stereotipi che girano attorno alla figura di Hollywood invece… sono veri, ma rappresentano una parte piuttosto esile dell’atmosfera generale che la città trasuda. I media rendono tutto più grande, gonfiano le cose, trasformando microcosmi in macrocosmi. In verità ci sono cose piuttosto interessanti da fare, laggiù.

Suonate puro rock ‘n’ roll. Credete che oggi ci sia ancora spazio per un gruppo tradizionale come il vostro, quando tutti cercano di mescolare stili per creare nuovi ibridi musicali? Per esempio mi viene in mente il nu-metal…
Robby: Credo ci siano cose che arrivano e cose che se ne vanno… noi faremo sempre ciò che facciamo… .

Non vi è mai venuta la voglia di contaminare il vostro stile?
Mike: No, non ci è mai venuto in mente. E’ proprio una di quelle cose che cerchiamo di evitare, il fatto di farci prendere dalla frenesia per i cambiamenti, sai, il fatto di rimanere “aggiornati”… . Nel momento in cui cedi una volta, poi sei pronto a farlo ripetutamente, e così via, scivolando dallo ska al rap-metal, e così via…. Un nostro riferimento è Tom Petty. Lui ha fatto quello che fa ora per venticinque anni, e continua a fare grandi dischi. Non ha mai pensato di pubblicare un disco dance quando andava di moda, né un disco heavy metal quando era il momento dell’heavy metal.
John: Sono un compositore. Questa è la cosa più importante alla quale pensare. Se sento la necessità di cambiare, lo faccio. Lo sento dentro di me e solo io posso sapere quando è il momento giusto. Una buona canzone è una buona canzone. Non mi importa altro. E’ incredibile pensare che se prendi una mia canzone e la fai suonare ad un altro artista il brano riesce ad essere comunque attuale, in tono con quello che stanno suonando alla radio… è un po’ come avere il taglio di capelli giusto al momento giusto. Ci sono gruppi che ci hanno sorpassato, in termini di popolarità, dopo quindici anni che suoniamo. Va bene. Va bene il fatto di continuare ad andare avanti e trovare delle sfide da intraprendere in ciò che si fa.
Robby: Di solito ci chiedono quali artisti ci hanno influenzato, e io gli dico che ciò che ci ha influenzato è stato il nostro disco precedente. Costruiamo la nostra musica su quella che abbiamo fatto ieri. Potrebbe sembrarti ridicolo, ma credo che questo sia il metodo migliore per far evolvere la storia di un gruppo. O almeno così ha funzionato, per noi.
John: Musicalmente cerco di ignorare tutto ciò che sta la fuori.

Avete già in programma qualche concerto per promuovere il vostro nuovo disco?
Mike: Partiremo dagli Stati Uniti il 23 di maggio, poi dovremmo intraprendere un tour mondiale della durata di almeno un anno e mezzo.
Robby: Dovremmo tornare in Europa in giugno per fare un po’ di promozione televisiva.

Suonerete qualche cover durante gli spettacoli?
Robby: Penso suoneremo “American girl” di Tom Petty: è una canzone alla quale siamo affezionati.

Una volta avete detto che uno dei vostri timori più grandi era quello di scrivere musica che suonasse datata con il tempo. E’ ancora così?
John: Sì, è ancora così. Perché non sai mai come reggerà una canzone contro il tempo. E questo è proprio il fulcro della realizzazione del nuovo disco. Ho lavorato molto duramente per cercare di lasciarmi alle spalle qualcosa che credevo potesse avere poco valore. Ho cercato di non pensare a cose tipo “quanto venderà” o “quanto deve essere cool”.

Credi che il fatto di aver scritto una canzone come “Iris” vi abbia dato, o vi darà, dei problemi?
John: No. Quello è passato. Quello è stato quattro anni fa. Oggi sto pensando ad altro. Sono in un posto diverso. A volte… a volte è difficile aprirsi alla gente. E’ difficile spiegare le proprie emozioni alle persone. Perché io ho scritto quel brano in buona fede. Era sincero. Poi lo mostri al mondo e molte persone lo amano, ma allo stesso modo ce ne sono moltissime che lo odiano. Ti fa indurire. Ti fa chiudere in te stesso.

Pensi quindi che “Iris” ti abbia danneggiato, in qualche modo?
John: No. Quella canzone è stato un dono di Dio. Quella canzone è stata la risposta ad una preghiera che io ho fatto. Non ti sto parlando per cliché. Perché io mi sono seduto, e ho pregato. Ho pregato Dio e gli ho chiesto che cosa mai avrei dovuto fare nella mia vita, se il cantautore o chissà cos’altro… . “In qualsiasi modo tu lo faccia, fammi sapere che cosa devo fare. Devo abbandonare tutto?”, gli ho detto. E poi è arrivata “Iris”. Questa canzone mi ha dato il coraggio e mi ha motivato a terminare il disco, a continuare a fare ciò che faccio ora.

Adesso che siete famosi e avete successo vi sentite meglio?
John: No… non era una questione di successo. Era il fatto di trovare un perché. Essere famosi significa essere relegati al ruolo di una persona che è un prodotto, una macchina che sa fare bene ciò che fa. E, onestamente, questa cosa ci sta un po’ stretta. Non sono attaccato al fatto di essere popolare. Essere popolari a volte fa male. Ecco perché vivo a Los Angeles. Perché lì sono completamente invisibile. Hai un potere immenso quando puoi essere invisibile… ma in ogni caso voglio comunque esser pagato per quello che faccio! (risate).


(Valeria Rusconi)

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