Cambiare nome per intraprendere una nuova strada, per lasciarsi alle spalle un passato glorioso ma oneroso. I PGR, i cui membri hanno già fatto parte dei CCCP prima e dei CSI poi, non sono Giovanni Lindo Ferretti, Gianni Maroccolo, Giorgio Canali, Francesco Magnelli e Ginevra Di Marco senza Massimo Zamboni e sotto una diversa etichetta. Sono una nuova entità, radicalmente differente, che ha trovato una propria strada e una propria identità anche grazie alla collaborazione con il produttore francese Hector Zazou.Rockol ha chiacherato con Ferretti e con Maroccolo: ci hanno raccontato il travaglio che ha dato vita alla nuova formazione, riflettendo anche sulla loro posizione nell'attuale situazione musicale italiana, dall'amara fine del Consorzio Produttori Indipendenti ai non facili rapporti con la Universal.
Al di là delle vicende umane e musicali che vi hanno coinvolto negli ultimi anni, come introdurreste ai potenziali ascoltatori il progetto PGR?
Giovanni Lindo Ferretti: Per comprendere questa cesura, è richiesta un minimo di intelligenza individuale e personale alla quale noi non possiamo supplire. E' una storia, la nostra, che cambia, ma che ha continuità con le nostre esperienze precedenti: finché non moriremo fisicamente continueremo ad avere questa liason col nostro passato, e con le cose che facciamo e che abbiamo fatto. Non possiamo però avere la pretesa di accompagnare per mano i nostri ascoltatori lungo il nostro percorso artistico: sono persone libere, ed avranno modo di farsi un'opinione di questo cambiamento, che - di fatto - è irrevocabile.
Un cambiamento irrevocabile che vi ha portato, per la prima volta nella vostra carriera, a lavorare con un produttore, Hector Zazou. Cosa vi ha fatto lasciare e verso dove vi sta portando questa 'virata'?
GLF: Innanzitutto questa virata è stata un dato di fatto che ci ha permesso di esistere. La prima cosa che abbiamo pensato è che il cambiamento più radicale, nella nostra storia musicale, sarebbe stato quello di cercarci un produttore. Non ne abbiamo mai avuto uno nella nostra esistenza: questa novità avrebbe comunque decretato un cambiamento. Ma non sapevamo se questo cambiamento fosse stato di nostro gusto, perché quando ti affidi nella mani di un estraneo si è certi del risultato finale solo alla fine. Avremmo potuto rimanere insoddisfatti del lavoro fatto da Hector: quando si desidera fortemente un cambiamento ci si mette tutta l'intelligenza e la volontà che si possiede, tuttavia qualcosa che sfugge al tuo controllo rimane sempre. Molto è stato quindi affidato alla casualità di un incontro con una persona con la quale non avevamo mai lavorato. In sostanza Zazou lo conoscevamo per sommi capi: ci piaceva quello che era e quello che aveva fatto, ma non sapevamo se la collaborazione potesse dare i frutti sperati. L'incontro, invece, è stato molto più soprendente di quanto potessimo immaginare: è stato bello sia da un punto di vista umano, sia da un punto di vista tecnico-musicale. Siamo stati fortunati.
Si può dire quindi che abbiate cercato di correre un rischio di vostra spontanea volontà?
GLF: Certo, era inevitabile. L'abbiamo corso perché la soluzione alternativa sarebbe stata quella di continuare a produrci da soli, cioè continuare a farci produrre da Gianni (Maroccolo) senza permettergli di fare il produttore a tutti gli effetti.
Parlando di rischi e cambiamenti, c'è grande attesa per la trasposizione dal vivo del progetto PGR...
GLF: Al momento non abbiamo un'idea ben definita nei dettagli... Piuttosto, è molto più chiara a livello concettuale. La produzione del nostro live starà all'interno del mondo del teatro, e non della musica. Avrà a che fare col mondo drammatico, abusando, tuttavia, della musica, ma in un contesto che non sia quello del concerto. Potrà essere definito come "musica colta", ma sempre in ambito teatrale. E' un mondo, quello del teatro, che ci interessa e che vogliamo scandagliare a fondo: non escludo che, al termine di questa esperienza, ci accorgeremo che il teatro non fa per noi, ma al momento la nostra idea è questa.
Ma una persona che andrà a vedere un vostro spettacolo dirà: "Vado a vedere una pièce teatrale" o "Vado a vedere un concerto"?
Gianni Maroccolo: "Vado a vedere una pièce teatrale".... speriamo. GLF: Ci sarà tutta la musica di questo disco, presentata in una dimensione teatrale, all'interno di un contesto drammatico-letterario. Anche questa è una scommessa: se alla fine ci scopriremo contenti del rischio che abbiamo corso per organizzare il live come ci siamo ritrovati contenti del "pericolo" corso nel ritrovarsi nelle mani di un produttore, allora ci riterremo fortunati.
Ascoltando il disco, si ha l'impressione che i testi e la musica, pur essendo molto organici tra di loro, siano più "autonomi" e autosufficienti l'un l'altro rispetto ai vostri lavori precedenti....
GLF: E' vero. In realtà, sia la musica che i testi potrebbero esistere autonomamente. Nel nostro concreto, però, non credo che fosse stato possibile separare questi due aspetti. Io non avrei mai scritto testi del genere se non suggestionato dalla musica, ed il gruppo non avrebbe mai registrato musiche strumentali "ambient" se non spronato dalla mie parole. Nella dimensione musicale che noi frequentiamo sebbene in senso lato, quella della canzone, credo che il momento definito si abbia quando alla musica si sposano le parole. Perché la musica è molto libera di espandersi in qualsiasi direzione, anzi, le è richiesto. Poi, quando arrivano le parole, il gioco inizia ed essere duplice, di rimando. Non c'è un lato predominante: c'è un accordo tra le parti che, quando si crea, da l'equilibrio che a noi interessa.
Come hanno preso forma, quindi, i brani inclusi nell’album?
GM: Abbiamo iniziato a lavorare su delle visioni di Giovanni, per la verità neanche eccessivamente nitide. All'inizio queste immagini parlavano di qualcosa che avesse vagamente a che fare con il sacro. Quando abbiamo iniziato a comporre musica, logicamente, siamo stati condizionati da queste suggestioni: abbiamo cercato di indirizzarci verso delle atmosfere affini, quindi. Tutto è iniziato in questo modo. Poi Zazou ha iniziato a lavorare sulla musica (cosa insolita per lui, grande e appassionato manipolatore di voci): quindi noi abbiamo fornito musica a Zazou, che lui ci ha restituito modificandola. Poi sono arrivate le voci ed i testi - i migliori che Giovanni abbia mai scritto, a mio parere - , ed il processo è ricominciato da capo, ad un livello logicamente più alto.
Anche l'abbandonare il modus operandi del "buona alla prima" ha segnato un grande cambiamento all'interno del gruppo: una scelta che non sembra essere solo estetica...
GM: E' la prima volta che facciamo un disco lavorandoci per un anno, noi, abituati a registrare album in un mese al massimo. Ma la differenza è che dovevamo decidere se avesse ancora senso fare qualcosa tutti insieme, come band. Tuttavia non credo che esista un metodo di lavoro a noi congeniale: nei CSI era bellissimo lavorare in maniera più veloce, con tutti i pregi e i difetti annessi. I difetti, beninteso, si traducevano in limiti, e non in brutture. Il lavorare con la filosofia "buona alla prima" non rappresentava un limite, perché permetteva di catturare un'energia spaventosa, nonostante la sporcizia del suono e le eventuali imperfezioni. Oggi non ci manca quel genere di emotività: oltre a quel tipo di energia, in più, adesso abbiamo una grande qualità dei suoni ed una grande componente di ricerca.
GLF: Sono quello che più ha risentito di questo cambiamento. L'ho vissuto però come un grande piacere, non come una condanna. Non ha mai disprezzato il fatto di essere un "proto-cantante", ma questa volta ho avuto un maestro, Zazou, che ha una capacità mostruosa di lavorare sulle voci. Capacità, questa, che io in precedenza non avevo mai cercato di sfruttare. E' stato quindi molto interessante imparare ad utilizzare tutte le sfumature della mia voce, adeguandomi all'andamento del pezzo. Trovo inoltre che questo tipo di interpretazione sia più funzionale a questo genere di progetto: io, che - come cantante - non ho molta varietà espressiva (se fossi un attore sarei come Clint Eastwood: la mia espressione sarebbe con o senza cappello…), ho imparato a scandagliare le mie potenzialità. Oggi non ne posso più fare a meno, perché non voglio e non posso tornare a fare quello che facevo coi CCCP: mi sono aperto, artisticamente, degli spazi nuovi ai quali non posso più rinunciare.
Nel corso della vostra carriera avete saputo dare vita ad un progetto, quello del Consorzio Produttori Indipendenti, che si può dire abbia tenuto a battesimo il meglio della scena underground italiana contemporanea. Come PGR avete in programma di ripetere un'iniziativa del genere?
GLF: Siamo un'accozzaglia di persone di mezza età molto diverse tra loro, con interessi altrettanto diversi. Un qualcosa che ci contempli tutti e che vada oltre il progetto musicale non ha la possibilità di esistere... E' una dimensione che nella nostra vita è finita. Quella del Consorzio Produttori è stata una scommessa, e non tutte le scommesse erano simili: ognuno di noi aspirava a qualcosa di diverso. E' un capitolo della nostra vita finito, che non ha la possibilità di ricominciare da qualche altra parte.
GM: E' stata una battaglia contro i mulini a vento, persa, e non solo per qualche piccolo errore nostro... Ancora oggi riceviamo quotidianamente tantissime e-mail di fan che ci chiedono dove poter trovare i dischi del CPI; per noi è una delusione rispondere: "Non ne abbiamo idea, il catalogo è stato acquistato anni fa dalla Virgin che lo tiene in cantina ad ammuffire senza un perché". Il progetto artistico, creativo ed umano è stato senza dubbio indimenticabile....
GLF: Ha segnato una svolta nelle nostre vite.....
GM: Sotto il profilo delle gratificazione, però, è stato un autentico massacro. Abbiamo perso tempo ed energia, che ci sono stati ripagati con niente, e non per colpa del pubblico...
Avete parlato del vostro disco come un manufatto artistico....
GM: Preferiamo considerarlo un manufatto industriale. Zazou lo considera un manufatto artistico. Tuttavia entrambi concordiamo sul fatto che possa essere ambedue le cose.....
In ogni caso avete optato per una scelta molto radicale, decidendo di non inserire il booklet....
GLF: Tutto è nato da un'incazzatura, da un cambiamento che non ci riguarda. Quando abbiamo iniziato a lavorare al disco ci siamo subito preoccupati di studiare un progetto grafico che bene esprimesse il nostro cambiamento. Un cambiamento avvenuto in ogni nostro aspetto, e che quindi doveva per forza riguardare tutti i particolari del nuovo progetto, copertina del cd inclusa. Avremmo desiderato un booklet che avesse molto a che fare con l'arte e la letteratura, un con libretto pieno di testi e disegni. Poi, per problemi interni alla multinazionale alla quale siamo contrattualmente legati, la Universal Vivendi - che ha fatto un nuovo regolamento interno atto a decapitare ogni velleità artistico-culturale-, abbiamo optato per questa soluzione. Se avessimo tenuto il nostro progetto grafico originale, infatti, in cd sarebbe costato 5 € in più. La cosa ci sembrava assurda, per cui abbiamo deciso di prendere una strada opposta a quella che avremmo voluto percorrere: da un libretto ricco abbiamo deciso di togliere tutto, e di limitarci a stampare sulla plastica il minimo indispensabile. A posteriori, questa scelta ci è piaciuta moltissimo: oggi non immaginerei il disco dei PGR con un booklet. Piuttosto che avere 7 o 8 foglietti spiegazzati non ne avremmo voluto neanche uno....
GM: Alla fine, neanche grazie a questa soluzione la Universal è riuscita a contenere i prezzi....
Casualmente proprio nei giorni scorsi la Universal ha annunciato di mettere in vendita buona parte del proprio vecchio catalogo a prezzo scontato: sapete che alcuni artisti hanno accusato i vertici dell'etichetta di 'svilire' le proprie opere? Cosa ne pensate?
GM: La Universal non è peggio di altre etichette. Forse l'errore l'abbiamo commesso noi, all'inizio, quando abbiamo deciso di lavorare con una multinazionale. Trovo comunque sbagliato limitare lo sconto solo ai vecchi dischi in catalogo...
GLF: Come la maggior parte delle cose a questo mondo, varrebbe la pena di riguardare la situazione dell'industria discografica con occhi nuovi e di ripensarla radicalmente... Questo rimane un problema complesso, non voglio generalizzare: bisogna decidere se le tasse sui dischi sono tasse su beni di lusso o beni di consumo, se i dischi sono "cultura" e pertanto meritino una detassazione... D'altra parte è inutile che gli addetti ai lavori (artisti ed etichette) considerino il disco un prodotto culturale ed il governo continui a considerarlo come un bene di super lusso: gli interessi in ballo sono enormi.
Cosa pensate, quindi, del progressivo allontanamento da parte di diversi nuovi artisti dal 'major system' musicale, che sta portando tante band indipendenti - specie nel Regno Unito e oltreoceano - a fare concorrenza ai gruppi provenienti da realtà ben più ricche ed importanti?
GM: Era ora. Quando ci hai chiesto se avessimo intenzione di ripetere l'esperienza CPI, abbiamo risposto negativamente anche per questa ragione: trovo che il modo di lavorare di un'etichetta tradizionale (major o indipendente che sia) sia assolutamente obsoleto, ai giorni nostri. E' invece spaventosamente bello (oltre che possibile) l'idea di mettere in circolazione la musica a partire da realtà assolutamente casalinghe: grazie alle tecnologie presenti oggi sul mercato è possibile registrare dischi che solo dieci anni fa sarebbero costati decine di milioni di lire. Passare da un'etichetta vuole dire scontrarsi con modalità e tempistiche molto dilatate, che contemplino il trovare uno studio, un produttore....
GLF: Un distributore....
GM: Adesso, grazie a Internet ed alla tecnologia di home recording (fino a quattro anni fa usavo il mio computer come fosse una macchina da scrivere, oggi ci faccio i dischi) questi problemi possono essere 'bypassati'. Non credo molto negli MP3 e nella morte dei dischi, sinceramente, ma sono convinto che la possibilità di far circolare la musica attraverso canali distribuitivi molto diversi tra loro sia solo un bene: penso che queste realtà stiano iniziando ad attecchire anche in Italia... Il consiglio che diamo alla nuova scena indipendente potenziale fruitrice di un fantomatico "CPI 2" è quello non solo di stare alla larga dalle multinazionali, ma di evitare le etichette in genere, indipendenti comprese.
(Davide Poliani)