A colloquio con una delle più belle voci della musica americana...

Natalie Merchant è una figura rara nel panorama musicale: contemporaneamente voce stupenda, grande interprete e ottima autrice, ha esordito come cantante pop-rock con i 10.000 Maniacs. Nel ’95 debutta come solista con lo stupendo “Tigerlily”, puntando più alla dimensione cantautorale. Lo scorso novembre è uscito “Motherland”, terzo disco solista di studio. Un lavoro che, come lascia intendere il titolo, è radicato nei suoni della terra americana, pescando a piene mani nel folk.
Nei giorni scorsi, la Merchant è passata da Milano per un unico concerto italiano; una performance acustica che ha svelato in modo ancora più deciso le radici folk della sua musica. Rockol ha colto l’occasione per incontrarla e farsi raccontare passato, presente e futuro della sua carriera.


Il tuo ultimo disco, “Motherland”, si apre con “This house is on fire”: una canzone dai suoni arabeggianti che parla di come il mondo che conosciamo ci possa esplodere in mano quando meno ce lo aspettiamo. Sembra scritta a proposito dei fatti dell’11 settembre.
In realtà ho scritto quel brano pensando alle proteste contro il WTO e al movimento no-global. Avevo in mente le manifestazioni di Seattle, Madrid, Montreal, e anche quelle di Genova, che conoscete bene. L’intenzione era di parlare di chi si oppone alla concentrazione del potere economico e monetario, raccontare chi pensa che tutto si ritorcerà contro a chi crede di poter dominare il mondo. All’ultimo momento ho deciso di aggiungere quei suoni arabi all’inizio della canzone, ma semplicemente perché mi piace molto il pop nordafricano. Non volevo cercare nella musica associazioni sonore con i fatti successi dopo l’11 settembre, anche perché ho scritto prima il brano. Ma quando tutto quello che conosciamo è accaduto, quella canzone sembrava una colonna sonora tragica e perfetta.

Forse proprio per questo motivo hai scritto in bella mostra sul libretto che hai finito di registrare il CD il 9 settembre 2001…
Certo, passa sempre del tempo tra quando finisci un disco e il momento in cui questo arriva nei negozi e sugli stereo degli ascoltatori; non si può mai sapere cosa capita nel mondo in quel lasso di tempo. In questo caso sono successe cose talmente importanti che non si poteva far finta di nulla, e ho preferito chiarirlo, proprio per la presenza di canzoni come quella di cui parlavamo prima.

Rispetto ai tuoi dischi solisti precedenti, “Motherland” è più orientato verso il folk e i suoni della tradizione americana…
L’ho intitolatato “Terra madre” proprio per questo motivo, per sottolineare che era il mio modo di vedere l’America e l’essere americani. Per la prima volta ho usato progressioni blues e strumenti come il banjo, per esempio. Sul disco ci sono molte allusioni coscienti e volute a quel genere che va sotto il nome di “americana”.

Hai lavorato con uno dei maggiori produttori in questo campo, T-Bone Burnett. Come sei arrivato a sceglierlo?
Mi ero sempre prodotta i dischi da sola, ma poi ho pensato agli album a cui T-Bone aveva lavorato: da Elvis Costello ai Wallflowers, dai Counting Crows a sua moglie Sam Phillips. I dischi che produce suonano sempre così secchi eppure complessi. Mi stima molto, per questo ha accettato di lavorare con me pur essendo molto impegnato.

In effetti è diventato quasi una star, dopo il successo della colonna sonora di “Fratello dove sei”, che proprio lui ha prodotto…
Quel disco è uno dei motivi per cui ho cercato T-Bone. Mi ha dato una nuova prospettiva sul folk americano, rivitalizzandolo. Ho scoperto “Fratello dove sei” mentre ero in Spagna, e mi ha fatto venire una gran nostalgia di casa. Non ero mai stata così consapevole di quanto il cuore di una persona possa essere legato alla musica della propria terra quanto in quel momento. Non è un caso che una delle cose più preziose che gli emigrati si portano con sé nelle nuove terre è la musica del proprio paese d’origine.

Nel disco, comunque, ci sono almeno un paio di canzoni che conservano i legami con il pop dei 10.000 Maniacs.
Di tanto in tanto, mi piace ancora scrivere canzoni come “Just can’t last” o “Not in this life”, perché no?

Parlando della tua carriera passata e presente: sei in pista da vent’anni, ormai hai passato tanto tempo in un gruppo quanto da solista. Quale dimensione preferisci?
Preferisco decisamente lavorare da solista. Stare nei 10.000 Maniacs è stata una grande esperienza di formazione, mi ha insegnato a scrivere canzoni, ho provato la vita in tournée. Ma preferisco fare dischi e stare su un palco da sola o con una mia band: preferisco sbagliare per conto mio…

A proposito dello stare da sola su un palco: a Milano ha suonato con una formazione ridotta, due chitarre e/o da sola al piano. Questo è avvenuto nel bel mezzo di un tour con la band. Come mai?
Solitamente, negli show con la band faccio qualche canzone da sola al piano, ma è una delle prime volte che propongo uno show intero di questo tipo. L’avrò fatto cinque o sei volte, quasi sempre per showcase o concerti di beneficenza. Abbiamo avuto anche ben poco tempo per provare, solo qualche giorno dopo l’ultima data con la band… La verità è che suonando in un piccolo teatro, di fronte a sei, settecento persone non riesco a ripagare il costo dello show con una band intera. Per cui, pur di suonare in Italia, abbiamo optato per questa dimensione. In America, pur non vendendo cifre stratosferiche, ho un mio pubblico fedele e potrei rimanere in tour degli anni. In Italia ho suonato qualche volta con i 10.000 Maniacs, ho un pubblico altrettanto fedele, ma molto più ristretto.

Tu sei una cantautrice, ma nei tuoi concerti e nei dischi dal vivo hai sempre proposto molte cover, molto di più di quanto faccia normalmente un autore. Hai riletto Springsteen, Neil Young, David Bowie... Ti piace questa dimensione da interprete?
Sai, ci sono talmente tante canzoni che vorrei avere scritto… E poi è bello cantare qualcosa con la quale non hai un’associazione diretta e autobiografica, perché non l’hai scritta tu. Mi piacerebbe farlo ancora di più. Ecco perché ho fatto un disco ispirato al folk: mi ha dato l’opportunità di ascoltare vecchi brani, di cantarli e dare loro nuova vita. La nostra generazione è cresciuta così in fretta che si è dimenticata o si è persa un sacco di cose. Quando ho cantato “Because the night” con i Maniacs, c’era gente che pensava che fosse una mia canzone, e quel brano non aveva neanche 20 anni, al tempo…

I dischi di cover vanno di moda, negli ultimi anni. Hai mai pensato di inciderne uno?
Oh, si… Mi piacerebbe, anche perché risparmierei molto tempo. Solitamente ci metto un anno a scrivere le mie canzoni, così dovrei solo sceglierle.

Ti sei mai chiesta quali canzoni sceglieresti?
C’è quella canzone dei Roxy Music, “Just like you”... Mi piacerebbe molto fare una cover di Lucio Battisti, magari “I giardini di marzo” (ne canta un frammento). Magari qualcosa di Sandy Denny, di Tom Waits o di Leonard Cohen. Con i Maniacs ho fatto una cover di “Everyday is like sunday” di Morrissey. Dovrei pensarci un po’, ma la scelta non manca.

Il tour andrà avanti fino all’estate. Poi, che progetti hai? Un nuovo disco?
Si, credo che in autunno entrerò di nuovo in studio. Per “Motherland” ho scritto così tanti brani che potrei incidere un nuovo album senza comporre nulla di nuovo. Ma anche l’idea del disco di cover mi ronza nella testa da un po’ di tempo…

(Gianni Sibilla)

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