Dal 'licenziamento' dalla Reprise, al trionfo presso la critica specializzata: parla Jeff Tweedy...

La reputazione dei Wilco è sempre stata piuttosto alta fra gli addetti ai lavori, ma il recente “Yankee hotel foxtrot” ha sollevato ovazioni inaspettate. Forse ha giocato a favore della band il fatto di avere tenuto duro - fino al licenziamento - con la Reprise, che pretendeva un album completamente diverso: far sapere ai discografici che non hanno saputo riconoscere un capolavoro può anche essere una tentazione irresistibile per la stampa specializzata... Ma, al di là di qualche superlativo di troppo, sarebbe ingeneroso ridurre la faccenda a questi termini. Il gruppo guidato dal chitarrista, cantante e autore Jeff Tweedy ha saputo abilmente reinventarsi in una veste più lo-fi e avventurosa rispetto al passato e la nuova formazione (con il batterista Glenn Kotche e il multistrumentista Leroy Bach al posto di Ken Coomer e Jay Bennett) sul palco mostra coesione e capacità di trascinare il pubblico. Lo stesso Tweedy ci ha confermato di essere molto soddisfatto della condizione attuale della band. A parte questo, non aspettatevi un dialogo con un’aspirante superstar nel mondo luccicante del rock ‘n’ roll: il leader dei Wilco rivendica piuttosto il suo diritto di essere un artista (senza, per fortuna, atteggiarsi a ispirato trombone).

I vostri contrasti con la Reprise e la perdita del contratto discografico hanno in qualche modo modificato le tue opinioni sul music-business?
Sono sempre stato ambivalente nei confronti dell’industria musicale: quando lavoravamo con un’etichetta indipendente non vedevamo un soldo e alla Reprise era difficile parlare con qualcuno a cui importasse quello che facevamo. A noi interessa farci ascoltare. E il modo migliore è sfruttare i diversi mezzi che ci sono a disposizione. La vicenda ci è servita per imparare a far conoscere la nostra musica e continuare a suonare anche senza un contratto. Abbiamo reso disponibile la nostra musica gratuitamente sul nostro sito, abbiamo fatto concerti in sale delle stesse dimensioni - o più grandi - di quelle in cui suonavamo quando eravamo sotto contratto. Sono stato molto paziente nel cercare una nuova casa per il nostro disco. Poi si è fatta avanti la Nonesuch che ci ha offerto un buon ingaggio e sono contento di lavorare con gente che ama quello che fa. I Wilco non sono il tipo di gruppo che si può promuovere con dei successi radiofonici per richiamare le ragazzine di 14 anni. I nostri dischi possono generare interesse, come è successo anche con questo, ma non siamo una “teen sensation”. Comunque, non mi preoccupo molto dell’industria musicale. Molta gente se ne lamenta, e spesso confonde la musica con l’industria: la musica va bene, ci sono sempre cose interessanti in circolazione.

Se dovessi cambiare una cosa nell’industria musicale, cosa sceglieresti?
Se fossi un discografico, cercherei di pensare alla gente come fruitori di arte e non come consumatori. E considererei la disponibilità di musica gratuita su Internet in modo analogo a quanto accade per i libri e le biblioteche pubbliche. Penso che cercherei di trattare la musica come una forma d’arte più che un bene di consumo. Però... tutto questo non accadrà (sorride). E’ più probabile che vi mettano un codice a barre nel culo e vi passino al controllo ogni volta che entrate in un negozio di dischi: bzzzzt, vi piace questo, abbiamo tre nuovi dischi in uscita (risata).

Jim O’ Rourke ha detto di avere tolto gran parte dei rumori che avevate inserito nelle canzoni di “Yankee hotel foxtrot”. E’ vero?
Sì. Abbiamo lavorato a lungo sulle nostre idee e continuavamo ad aggiungere suoni, ma non era quello il disco che volevo. Jim, che è un amico con cui ho lavorato a diverse cose e che rispetto molto come musicista e arrangiatore, ci ha aiutato molto nel rifinire quello che avevamo registrato. E’ stato molto importante avere anche le sue orecchie a disposizione.

Ma è vero che ti ha aiutato a venire a capo di chilometri di nastri?
In parte, è vero. Ma quando siamo andati a mixare con Jim, abbiamo lavorato sui pezzi nella stessa sequenza usata per l’album. Avevamo le idee chiare su quello che volevamo ottenere.

I cambi nella formazione sono in qualche modo legati alle vostre vicissitudini contrattuali e al cambiamento di suono?
No, credo che siano avvenuti in gran parte per motivi che non hanno a che fare col suono. Per quanto riguarda Ken, si può anche dire che il nuovo album non sarebbe stato così se avesse suonato lui. Non perché sia un cattivo batterista o perché ci fossero contrasti personali con lui, solo che era difficile comunicare certe idee musicali, mentre con Glenn questo scambio era molto più facile. Nel caso di Jay, si trattava di una questione personale, che non ha a che fare con la musica. Per lui era semplicemente arrivato il momento di lasciare la band. I suoi rapporti con gli altri membri del gruppo erano diventati difficili e a me e agli attuali membri del gruppo piace l’idea di una band come collettivo. Ovviamente io sono in maggiore evidenza perché canto e scrivo le canzoni, ma quando suoniamo insieme, conta solo il fatto che siamo noi quattro, non ci sono problemi di conflitti di potere, come a volte accadeva prima. Adesso pensiamo tutti a suonare insieme, a condividere quello che facciamo.

Nelle vostre canzoni ci sono passaggi che possono sfuggire al pubblico di lingua non inglese, magari un aspetto ironico che resta sottinteso?
Forse c’è un aspetto ironico che sfugge anche a me! Non c’è nessuno sforzo cosciente di mettere sottintesi ironici nelle nostre canzoni. Cerchiamo solo di comunicare in modo sincero.

Quindi sei totalmente serio anche quando canti frasi come “I am trying to break your heart”?
Uhm... Sono completamente serio rispetto alla musica, il che non significa che non ci sia una certa leggerezza in quello che faccio. Spero che ci sia e penso che a molta gente questo aspetto sfugga. Non è un distacco ironico, ma il personaggio che parla in una canzone non sono necessariamente io. Questo può essere un problema: il fatto di caratterizzare un pezzo in un certo modo finisce col riflettersi su di me, perché sono il cantante. Quando canto “sto cercando di spezzarti il cuore”, lo intendo come “se potessi farlo”. Quella frase mi fa sentire... come se preferissi avere il cuore spezzato piuttosto che non averne uno, è l’idea di rompere qualcosa per essere sicuro che c’è. In realtà, scrivendo la canzone pensavo al modo in cui dipingeva Van Gogh e al fatto che nelle sue opere diceva di cercare qualcosa che avesse il cuore completamente a pezzi. Avevo tutte queste frasi confuse, mi sembrava che non avessero senso, che non avessero senso tutte le canzoni che avevo scritto fino ad allora e che non ne abbiano tutte le canzoni che si scrivono oggi. C’è una specie di paura di dire qualcosa di significativo, c’è la paura di essere presi sul serio e non riuscivo a pensare a qualcosa di diverso da dire. Era un modo per dire che sto cercando una via per uscirne e che la musica è un mezzo per ricordare agli esseri umani di contribuire a rendere il mondo qualcosa di bello.

Non ti ha mai scoraggiato, da artista, il fatto di dover fare i conti con un mercato in cui non c’è molto spazio per una prospettiva come la tua?
Ho avuto diversi momenti di scoraggiamento, come tutti. Ma quello che mi ha sempre spinto a continuare a scrivere canzoni è che c’è sempre qualcuno che ascolta. E se non c’è, ci sono io ad ascoltarmi. Nel momento in cui creo qualcosa, sto cambiando la mia percezione del mondo. Se riesco a continuare a farlo, se metto qualcosa di mio in quello che faccio, è possibile che altri siano stimolati a partecipare, a creare qualcosa a loro volta. Il rock ‘n’ roll dipende molto dall’immaginazione e dal talento di chi ascolta, oltre che da quello che viene inciso su un pezzo di plastica. Mi piace pensare che vale la pena di fare un disco anche per trenta persone... Non so come fare canzoni alla J.Lo, sono ispirato dalla possibilità di migliorare in quello che so fare. Ed è una cosa che mi gratifica molto. Quindi, per tornare alla domanda, in effetti non mi capita spesso di essere scoraggiato, mi sento un privilegiato.

In questo senso, pensi che il rock ‘n’ roll sia una forma d’arte giovane?
Penso che il rock ‘n’ roll cerchi disperatamente di restare giovane, mentre è un signore di mezza età. Mi piacerebbe che riuscisse a invecchiare più dignitosamente. Il che non significa che debba per forza prendersi sul serio. Una volta il rock ‘n’ roll era fatto da diciottenni che facevano finta di avere 45 anni, adesso è fatto da gente di 45 anni che fa finta di averne 18. Il rock non deve necessariamente suonare sempre allo stesso modo per essere rock. In generale, non ha senso restare attaccati a qualcosa solo per la paura che quello che c’è dopo può essere peggio, che è il motivo per cui molta gente finisce col morire insoddisfatta per il lavoro che fa o per il suo matrimonio. Il rock ‘n’ roll ha lo stesso problema... Scusa, sto divagando.

Pensi che l’arte possa cambiare la vita della gente?
Be’, è il motivo per cui i dittatori e i potenti cercano di controllare l’arte. E’ l’unico mezzo con cui un uomo può cambiare la percezione del mondo di un altro uomo. E non si tratta necessariamente di qualcosa che ha a che fare con la volontà umana. L’arte è parte della natura, è l’unica cosa che può cambiare il modo in cui la gente pensa.

E tu pensi di poterlo fare?
Mi interessa più essere una specie di catalizzatore. Non voglio che la gente pensi ciò che penso io perché questo implica che io abbia un sistema di valori da imporre che non ho affatto. Voglio solo essere parte di un dialogo, uno che solleva delle domande.

Da ascoltatore ti capita di “aggiungere” qualcosa a un disco, di metterlo in relazione a cose che sono più nella tua testa che nella musica che ascolti?
Oh, sì. Sono rimasto deluso molte volte andando a vedere dei gruppi che mi ero immaginato in modo completamente diverso. Ovviamente, non è colpa loro. Quello che è incomprensibile è quello che è accaduto a personaggi come Elvis: ha inciso delle canzoni su un pezzo di plastica e il mondo ne ha fatto una specie di religione. Questo è il lato brutto della questione. Quello bello è che la gente può continuare a pensare con la propria testa e prendere quello che ha fatto un altro per creare qualcosa di bello.

Come vedi adesso il periodo degli Uncle Tupelo?
Come un album di fotografie della high school, qualcosa che non sarò più. Non ho più alcuna relazione con le canzoni di quel periodo, anche se ce ne sono alcune di cui sono orgoglioso e che forse non mi dispiacerebbe riprendere. Penso che la gente che ha ascoltato quei dischi ne ha fatto qualcosa di più grande e profondo di quanto pensassimo noi stessi. Chi ascolta adesso i dischi degli Uncle Tupelo, è più interessato al processo di creazione di quelle canzoni di quanto non sia io. In passato, tendevo a demitizzare tutto quello che riguardava il gruppo, ma il risultato era che nascevano ancora più domande sull’argomento. Adesso sono più tranquillo e sono grato che quella musica significhi ancora qualcosa per qualcuno.

Pensi che sia giusto considerare gli Uncle Tupelo come il punto d’inizio dell’alt-country?
Penso che sia impreciso, ma probabilmente qualcuno ci ha visti come l’inizio di qualcosa di diverso. Io non penso di avere inventato nulla, ho solo scritto delle canzoni.

(Paolo Giovanazzi)

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