“London is drowning and I live by the river”. Vengono in mente le parole dei Clash (“London calling”), mentre ci accingiamo ad intervistare Davey Ray Moor, tastierista, compositore e leader dei Cousteau. Davey ha dovuto ritardare di mezz’ora l’appuntamento telefonico con Rockol perché il telefono sulla sua barca non funzionava. “Barca?”, ci siamo chiesti. Si, barca: Davey vive su una “house boat”, un barcone “parcheggiato” (meglio, ancorato) lungo il Tamigi. Per rispondere alla nostra chiamata, si è spostato a casa del manager. Che vive sulla barca accanto…Da qua parte la lunga conversazione con Rockol, che verrà pubblicata in due puntate. Nella seconda parte, che andrà on-line il 6 giugno, Davey racconta la sua musica, la gestazione del nuovo album “Sirena”, in uscita in questi giorni.
Il viaggio sulla barca dei Cousteau parte oggi dall’Italia, dal successo di “Last of good day of the year”, per arrivare al rapporto con l’Inghilterra… Onde permettendo.
Vivi lungo il fiume, come nella canzone dei Clash… Ma Londra sta affogando?
Spero di no. Comunque non vivo proprio sul Tamigi, ma in un canale nella zona di Islington. Ci sto da diversi anni e non è male. Certo, è un po’ bohemienne, ma qua ho tutte le mie cose, compreso uno studio di registrazione.
“Sirena”, il vostro nuovo disco, è stato registrato sulla barca?
No, anche se avevamo usato questo studio per l’altro, “Cousteau”. “Sirena” è stato inciso a Londra, negli stessi studi della zona di Highbury dove i Clash hanno lavorato a “London calling”, guarda caso… Però i provini e i demo li abbiamo fatti qua sopra.
Parliamo del titolo del disco. “Sirena” è un chiaro omaggio all’Italia, vero?
Vero, ma non solo. E’ una bella parola, e noi siamo molto attenti al suono delle parole. Poi, certamente, è un tributo ai due paesi che ci hanno adottato musicalmente, l’Italia e la Spagna: “Sirena” è appunto la traduzione di “mermaid” in italiano e spagnolo.
Infine, l’idea della sirena si adattava bene alle atmosfere un po’ decadenti di questo disco: un amore pericoloso, non corrisposto. Le cose che ti attraggono ma che ti possono anche ferire.
Intendi dire che la vostra musica è attraente ma pericolosa?
No, no… Non vogliamo che i nostri fans non siano corrisposti…
A proposito di fans: vi ha sorpreso il successo che avete ottenuto in Italia?
Certo, come potrebbe essere altrimenti? “Cousteau”, il nostro esordio, è diventato disco d’oro… E una cosa simile è successa in Spagna. Ma che sia avvenuto in Italia è una specie di sogno che si avvera. Sai, il vostro paese è considerata un posto “cool” in Inghilterra: per la vostra moda, per il vostro calcio, per la vostra musica dance… Questo successo ottenuto in Italia ci ha fatto diventare delle figure di culto da queste parti…
Vi siete mai chiesti il perché di questa situazione, perché in Inghilterra siete solo “di culto” ?
Beh, adesso le cose stanno cambiando: gli echi dei riscontri dalle vostre parti ora si fanno sentire anche qua e la gente ci presta più attenzione. Comunque il motivo c’è, ed è le radio: o fai musica pop, o fai “unz-unz” o le stazioni non ti passano. La stampa, invece, ci ha sempre trattato bene, compresi Mojo, Uncut, l’NME e il Melody Maker, quando esisteva. Comunque tutto questo non deve sembrare così strano, in fin dei conti; siamo una band multiculturale: io sono mezzo australiano e ho vissuto in libano; Liam, il nostro cantante, è irlandese. Viviamo in Inghilterra, ma abbiamo successo in Europa.
In Italia vi siete fatti conoscere grazie anche ad uno spot, in cui era inserito il singolo “Last good day of the year”. Ad alcuni artisti, associare la propria musica alla pubblicità dà alquanto fastidio. A voi no?
Penso che qualsiasi mezzo per diffondere la musica sia buono, almeno per me. Certo, bisogna stare attenti a cosa viene pubblicizzato: non concederemmo mai una nostra canzone alla reclame di un’arma, per esempio. Ma, alla fine, viviamo in una società in cui bisogna vendere, per vivere. E poi, alcune delle più belle forme d’espressione degli ultimi tempi arrivano dalla pubblicità. Lo spot che ha usato la nostra musica era ok, per cui non ci ha danneggiato, anzi.
Basta vedere quello che è successo a Moby: l’hanno ignorato, finché che non si sono accorti della sua musica grazie ad un brano di “Play” inserito in uno spot. Poi, tutte le canzoni del suo disco sono finite in pubblicità, ma noi abbiamo scoperto un artista.
Però, nel vostro caso, si trattava dello spot di una bevanda alcolica. Ci sono gruppi che si sono rifiutati di suonare in eventi sponsorizzati da alcolici…
Per noi non è un problema. Io bevo birra, mi piace, fa parte della mia vita. Non sono alcolista, e credo che non si debba esagerare. Ma non è un problema: è solo un altro canale per diffondere e far conoscere la nostra musica.
In Inghilterra siete sotto contratto con la Palm Pictures di Chris Blackwell. Ovvero l’uomo che, alla Island, ha scoperto Bob Marley e gli U2. Com’è stato lavorare con lui?
In realtà inizialmente siamo stati contattati dal general manager della sua casa di edizioni musicali, la Blue Mountain. Il nostro disco era già stato pubblicato da qualche tempo e andava già abbastanza bene, prima che firmassimo per la Palm.
Blackwell l’abbiamo incontrato durante la lavorazione di “Sirena”: è una persona simpatica, ovviamente molto carismatica. E’ innanzitutto un amante della musica, prima che un discografico. Si circonda delle stesse persone da anni, con le quali ha rapporti molto stretti e già questo non è facile nel music business. E’ molto rilassato: credo che sia riuscito ad estrarre il meglio dalle sue esperienze in Giamaica, dove ha scoperto Marley…
Che tipo di aspettative avete ora, soprattutto in Italia? Vi aspettate un successo simile a quello di “Last good day of the year”?
Uno ovviamente spera sempre di avere successo. Ma “Last good day of the year” è stato un hit single e obbiettivamente non ci si può fare troppe aspettative di ripetere qualcosa del genere. Ciò che comunque ci conforta è che finalmente le radio inglesi si stanno accorgendo di noi.
Comunque, se ripetessimo un successo del genere, potremmo anche rimanerne uccisi. Finiremmo per diventare la “Burt Bacharach band”, mentre siamo molto di più e molto diversi. Spero che questo disco, e il tempo, ci facciano emergere per quello che siamo davvero.
(Gianni Sibilla)
La seconda parte dell’intervista ai Cousteau verrà pubblicata Giovedì 6 giugno in questo stesso spazio .