La seconda parte dell'esclusiva chiaccherata di Rockol con il membro fondatore dei Grateful Dead...

Seconda parte della nostra intervista esclusiva con l’ex Grateful Dead Bob Weir, in attesa della sua prossima venuta in Italia per tre concerti estivi con i Ratdog, prevista per luglio. Dopo avere parlato del dopo-Garcia, della sua evoluzione come musicista e della sua nuova band, mr. Weir chiude il cerchio tra riflessioni sul passato e sul futuro della musica, considerazioni sulla scena rock odierna e ricordi affettuosi degli anni ruggenti…

Ho letto che non tutto è filato liscio, tra te e Phil Lesh, quando si è trattato di decidere dell’eredità di Garcia e in particolare della sorte delle sue chitarre…
C’è stato un conflitto intestino, è vero, ma oggi le tensioni si sono affievolite di molto. Non so neppure cosa sia stato a scatenarle. Credo che stia nella natura delle cose, quando ognuno desidera ribadire la sua indipendenza: è un po’ come quando i ragazzi se ne vanno di casa, e poi col passare del tempo tornano a far visita alla famiglia. Sta succedendo lo stesso anche a noi. Quanto alle chitarre di Jerry, onorare le sue ultime volontà è sempre stata la mia preoccupazione principale: e il maggiore desiderio di Garcia, ricordo, era quello di veder realizzato il progetto di Terrapin’ Station (un museo destinato a ricreare in tutto e per tutto l’esperienza di un concerto dei Grateful Dead). Se si voleva rispettare alla lettera le sue disposizioni, invece, bisognava restituire gli strumenti al loro legittimo proprietario, Doug Irwin: ma il problema è che Doug non ha un soldo, e che se qualcuno gli avesse offerto del denaro le chitarre si sarebbero volatilizzate in un batter di ciglia (un paio, infatti, sono già state acquistate all’asta da anonimi: che, secondo alcune indiscrezioni, potrebbero essere gli stessi ex membri dei Grateful Dead). Così abbiamo pensato ad una soluzione che onorasse davvero le volontà di Jerry garantendo ad Irwin una rendita annua, molti più soldi di quanti probabilmente ne vedrà per il resto della sua vita. Sono sicuro che se ne avessimo discusso mentre era in vita anche Jerry sarebbe stato d’accordo. Nel 1996, se non ricordo male, abbiamo dato corso al nostro progetto, garantendo un vitalizio al signor Irwin in cambio del possesso delle chitarre: ma poi Doug è finito in galera per qualche motivo e i suoi avvocati, gente senza scrupoli, ci hanno praticamente estorto gli strumenti per pagargli la cauzione. Sulla stampa hanno cominciato a circolare insinuazioni poco carine nei nostri confronti: ma devo ribadire ancora una volta che abbiamo deciso all’unanimità, con il resto della band, sul modo di procedere in questa vicenda. Tutti insieme: e non credo che Phil, a differenza di quanto è stato scritto, abbia mai cambiato idea al riguardo.

Il festival di New Orleans è diventato un terreno di conquista per le jamband, quest’anno. Sei d’accordo con chi sostiene che questi gruppi hanno raccolto lo spirito e l’eredità dei Dead?
Sicuramente: suonano in piena libertà, improvvisano, seguono l’ispirazione del momento. E si esercitano anche molto, il che è una condizione indispensabile per fare musica in questo modo. Mi pare che tutto questo sia salutare per la scena musicale perché i gruppi che hanno questo tipo atteggiamento sono destinati a divertirsi di più e a durare più a lungo. Era quello, in fondo, il segreto del successo dei Grateful Dead: riuscivamo a conservare interesse in ciò che facevamo. Se avessimo suonato gli stessi set nota per nota una sera dopo l’altra, come molte altre band facevano tra la fine degli anni ’70 e gli anni ’80, non saremmo mai durati così a lungo. Invece siamo sopravvissuti, continuando a divertirci, conservando freschezza alla nostra musica e interagendo sempre meglio sul piano musicale. Stando insieme così a lungo, succede per forza: impari a far “suonare” meglio il gruppo.

E’ forse questo il motivo per cui altre band vostre contemporanee, come i Jefferson Airplane e i Quicksilver, si sono disintegrate molto prima di voi?
Esattamente. Hanno perso presto l’interesse: non lo puoi mantenere, se lo show che metti in scena è sempre lo stesso. E’ dura restare on the road e suonare sera dopo sera. Ce la fai solo se la musica che fai merita di essere suonata, se riesce a farti squillar dentro le campane.

Torniamo alle jamband: ce n’è qualcuna che ti piace più delle altre?
Ce ne sono di buone, in giro, e con molte di loro ho anche suonato. Ma ad essere sincero nessuna mi ha impressionato particolarmente, finora. Ognuna ha un suo aroma particolare: gli String Cheese Incident prediligono il country, i Widespread Panic inclinano al blues. E’ un’evoluzione logica, probabilmente nascerà una scuola di jamband che si sviluppano nell’una o nell’altra vena: nuove Cheese band e nuove Panic band…

Eravate coscienti, quando eravate nei Grateful Dead, di dettare un nuovo modello di comportamento? Non solo nel far musica ma anche nel modo di trattare con il business musicale…
Sì. Ci rendevamo conto che erano in molti ad osservare le nostre mosse e a seguire le nostre orme. Noi non procedevamo secondo un piano intenzionale: ci sembrava semplicemente di fare la cosa giusta, la più naturale. Il music business è sempre stato un ambiente piuttosto losco, non tanto diverso dal mondo del wrestling professionale. I musicisti, soprattutto negli anni ’60 e ’70, erano trattati spesso come una merce qualsiasi e i discografici si comportavano per lo più molto cinicamente: certo, destinavano un certo ammontare di risorse allo sviluppo dei talenti, ma sapevano bene che c’era la possibilità di farci parecchi soldi. Allo stesso tempo, non erano altrettanto coinvolti umanamente con la musica. I Grateful Dead volevano gestirsi per loro conto perché non ritenevano affatto corretto il modo in cui venivano rappresentati da chi curava i loro affari. Non ci riconoscevamo nel loro comportamento, volevamo essere sicuri che le cose fossero fatte in accordo al nostro punto di vista. Non c’erano, da parte nostra, intenti particolarmente nobili: ma mi rendo conto che il nostro potesse essere considerato un comportamento rigorosamente etico se confrontato a quella che fino a quel momento era la norma nel music business.

A proposito di industria musicale: oggi una delle maggiori preoccupazioni di tutti coloro che lavorano nel settore sembra consistere nella protezione dei diritti d’autore. Tu, che con il resto dei Dead hai sempre incoraggiato la registrazione dei concerti e lo scambio di nastri tra i fan, come la pensi?
Mi invitano spesso ad unirmi ai panel che nelle varie università del paese si incontrano per discutere di questi argomenti ma onestamente non so ancora cosa pensarne. In realtà nessuno ne sa ancora abbastanza per farsi un’opinione circostanziata . Rendere disponibili gratuitamente le proprie performance, per me, è un principio democratico ma non chiude il cerchio del problema perché non consente a molti di coloro che producono musica di guadagnarsi da vivere. Il che significa che se questi diritti non verranno riconosciuti molti musicisti si troveranno costretti a fare l’elemosina, a iscriversi a una scuola di meccanica o a fare qualcos’altro. Non penso che sia giusto, neppure per il bene della cultura. Chi vuole dedicarsi alla ricerca artistica dovrebbe essere incoraggiato a farlo, e questo non può succedere se non si viene pagati per il proprio lavoro. Niente, in teoria, mi parrebbe meglio che rendere tutto disponibile a titolo gratuito sul Web: ma nessuno dei sostenitori della musica libera su Internet sa spiegarmi come sia possibile assicurare la sopravvivenza degli artisti. D’altra parte anche l’industria discografica fa la voce grossa perché, ricavando tutti i suoi guadagni dalla proprietà intellettuale, è quella che ha più da perdere da questa situazione. Ci vorranno anni per risolvere la questione: come al solito ci saranno persone che ne approfitteranno per commettere degli abusi, in un senso o nell’altro. Siamo ancora sul bordo di una frontiera. Naturalmente a me non spiace affatto che la gente continui a registrare i miei concerti: ma certo se pubblico un disco mi fa piacere venderlo. Fare un disco costa un sacco di soldi, e io ho la responsabilità di assicurare la sopravvivenza delle persone che lavorano per me e insieme a me.

Sei sempre sotto contratto con una major?
No, non più. Ho pubblicato il mio ultimo disco su Grateful Dead Records, ma non avevamo le risorse di marketing per promuoverlo adeguatamente. Credo che finiremo per firmare con un’altra major, come Phil Lesh & Friends hanno appena fatto con la Sony.

Avete tracciato una strada anche con il vostro modo di gestire il materiale d’archivio: penso alla collana live dei “Dick’s Picks”, per esempio. Ne sei coinvolto in qualche modo?
No, abbiamo un eccellente archivista che è anche un fan e che sa molto meglio di noi cosa abbiamo fatto in passato. Se ascolto i vecchi nastri? No, non ne ho il tempo: se lo facessi sarebbero tutte energie sottratte alla musica che faccio oggi. Se stessi a pensare al passato oggi non potrei più scrivere, né suonare e cantare. E io sono ancora pienamente concentrato sulla mia musica. Ma mi fa piacere, quando qualcuno riporta alla mia attenzione qualcosa che ho fatto in passato e mi fa ascoltare delle vecchie registrazioni: lo trovo sempre interessante, spesso ne traggo nuova ispirazione. C’è un sacco di roba di cui mi ero completamente dimenticato e che, riascoltata oggi, mi pare istruttiva. Ma preferisco che siano altri a fare questo tipo di ricerca al mio posto.

Qualcuno, credo Robin Williams, ha detto che se ti ricordi degli anni ’60 vuol dire che non li hai vissuti per davvero. E tu ne hai molti, di ricordi di quel periodo?
Oh certo, tanti bei ricordi. Mi viene in mente il Festival Express, il tour in treno attraverso il Canada che facemmo nel ’70 con Janis Joplin, la Band e altri gruppi: quello fu uno dei momenti migliori, ci divertimmo un sacco. E poi naturalmente ci furono i nostri tour europei e i concerti in Egitto davanti alla grande piramide, un’esperienza davvero illuminante. Ricordo che ogni sera, quando cominciavamo a suonare, c’era ancora un po’ di luce. Mentre il sole tramontava, potevamo vedere la gente sulle dune di sabbia che sorgevano ad ogni angolo dell’anfiteatro. La prima notte il cielo si oscurò prima del sorgere della luna. Al tramonto saltarono fuori orde di zanzare, e pensammo che suonare sarebbe stato un inferno. Ma poi d’improvviso sulla zona piombò uno stormo di pipistrelli: e più arrivavano zanzare, più arrivavano i pipistrelli, volteggianti sulle teste del pubblico. La terza e ultima sera, le dune che circondavano il sito erano affollate di beduini del deserto che avevano sentito parlare dei nostri concerti. Erano arrivati in groppa ai loro cavalli e ai loro cammelli, con i fucili a tracolla, per godersi lo spettacolo. Immagina una band di rock and roll che suona a tutto volume ai piedi della Sfinge circondata da una nuvola di pipistrelli con i beduini a fare da cornice!

Molti musicisti americani, nei mesi scorsi, hanno dichiarato di essersi sentiti profondamente turbati dai fatti dell’11 settembre. Quei tragici eventi hanno già ispirato diversi autori, come Neil Young…
Io non ho ancora scritto canzoni sull’argomento, almeno per ora. In genere non tendo ad affrontare temi così espliciti, quando compongo.
Né ti interessa esprimere pubblicamente la tua opinione su fatti d’attualità, o sulla situazione politica?
No, non ho mai voluto usare il palcoscenico per esprimere opinioni politiche o religiose. Il pubblico può ascoltare la mia musica, e questo è il messaggio che mi sento di trasmettere. Poesia, non regole di comportamento: le vivrei come un abuso della mia posizione. Mi capita, naturalmente, di esprimere pubblicamente le mie opinioni: ho scritto articoli per il New York Times, sono coinvolto in numerose attività per la difesa dell’ambiente ma tutto questo non riguarda la mia musica. Il fatto è che noi artisti parliamo una lingua che i capi di governo non riescono neppure a comprendere. Vorrei che succedesse, invece, perché non facendolo i politici perdono il contatto con una grossa fetta della realtà. Ricordo un’occasione in cui feci un commento polemico dal palco, e Garcia venne subito a bacchettarmi: non farti mai dei nemici, mi disse. Era un ottimo consiglio.

(Alfredo Marziano)

Altre interviste

Bob Weir - Rockol parla in esclusiva con il membro fondatore dei Grateful Dead: la prima parte dell'intervista... (10/06/2002)

Cousteau - Il nuovo disco 'Sirena', le radici musicali, i temi delle canzoni: ecco la seconda parte della chiaccherata con Rockol.... (06/06/2002)

Cousteau - Italia e Inghilterra, musica e pubblicità nella prima parte dell'intervista di Rockol... (03/06/2002)

Eric Mingus - Quattro chiacchiere con l'eclettico artista newyorkese. Ma non parlategli di suo padre... (01/06/2002)

Nek - ‘Le cose da difendere’ sono molte. Ecco tutte le confessioni della voce più famosa di Sassuolo….. (30/05/2002)

© 2026 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.