A dieci anni dal sucesso di 'Cannonball', ritorna il gruppo di Kim Deal...

L’incontro con Kim Deal, leader riconosciuta delle Breeders, e il suo nuovo bassista Mando Lopez si presentava in apparenza piuttosto spinoso. Il gruppo torna a pubblicare un album a dieci anni da “Under last splash” e la prima impressione che lascia il nuovo “Title TK” non è folgorante (ma migliora agli ascolti successivi). Per giunta, il periodo di silenzio, a parte l’album del progetto parallelo di Kim (gli Amps) è stato segnato soprattutto da notizie poco confortanti sui problemi con l’eroina della chitarrista - nonché sorella di Kim - Kelley Deal e da pettegolezzi vari sulle abitudini alcoliche delle due. Insomma, c’era il rischio di trovarsi di fronte a una specie di relitto a caccia di qualche soldo sull’onda di un passato glorioso. Niente di tutto ciò: Kim Deal è un ciclone, parla continuamente, è contenta della nuova formazione delle Breeders e mostra un entusiasmo da ragazza caciarona che ha deciso di non diventare un’adulta responsabile e mortalmente noiosa. Mando è altrettanto simpatico e sembra divertirsi parecchio in questa nuova situazione più o meno da rockstar. Non bisogna dimenticare infatti che “Under last splash” ha venduto un paio di milioni di copie e “Cannonball” resterà probabilmente fra i classici del cosiddetto alternative-rock degli anni ‘90. Peccato avere incontrato questi due solo per un’intervista. Una serata in un bar qualunque, magari con le chitarre a portata di mano, sarebbe stata molto meglio.

Partiamo dalla domanda che probabilmente vi fanno tutti...
Kim: Cosa vi è successo negli ultimi dieci anni?

Esatto.
Kim: Dunque, abbiamo fatto “Under last splash” nel ‘93 e poi c’è stato il tour, che è durato fino alla fine del ‘94. Mia sorella è stata messa dentro per droga, giusto? Josephine Wiggs invece si era innamorata della batterista delle Luscious Jackson, che l’ha respinta e questo le ha spezzato il cuore. Quindi Kelley e Josephine erano completamente a pezzi e non riuscivano a riprendersi. Io ho detto: “Ok, vi rispetto e vi aspetterò”. Nel frattempo pensavo di far uscire un album da solista. Il disco degli Amps era fondamentalmente fatto da me con i miei amplificatori, anche se poi hanno finito col suonarci anche altri. Dato che non era un lavoro solista a tutti gli effetti, ho pensato di usare un nome da band. L’album è uscito nel ‘95 e sono stata in tour fino al ‘97. Intanto, Josephine e Kelley non erano ancora a posto e ho deciso che dovevo trovarmi qualcuno con cui suonare. Era la fine degli anni ‘90 e mi trovavo a New York. A quel punto, la scena era dominata dall’hip-hop, tutti gli studi erano cambiati, si erano equipaggiati con il Pro-Tools. Per gli ingegneri del suono si trattava del nuovo giocattolo preferito. Nel ‘98 avevo un po’ di pezzi da registrare e andavo in studio da sola perché non avevo una band. Suonavo la batteria, poi il basso e mi sembrava che stesse andando bene, mi piaceva quello che stava uscendo. Vedevo che nella sala di regia gli schermi dei computer erano accesi, ma pensavo che si trattasse solo di indicatori per controllare i livelli dei suoni. Poi andavo a riascoltare e pensavo: “Oddio, faccio schifo. Cosa c’è che non va in me?”. Per due giorni ho pensato di non essere capace di suonare. Quello che ascoltavo non sembrava affatto quello che avevo suonato. Poi sono venuti a trovarmi un paio di amici mentre registravo e si sono accorti che l’ingegnere del suono prendeva solo un paio di misure di batteria e le metteva in loop e faceva lo stesso con un paio di note di basso. Probabilmente lo ha fatto pensando di darmi una mano, credeva che, essendo da sola, io volessi usare Pro-Tools. Non so, forse voleva aiutarmi, ma a dire la verità non è stato proprio un grande aiuto.

In effetti, è quasi un sabotaggio.
Kim: Sì, era frustrante. Comunque, ho scritto altre canzoni e nell’estate del ‘99 sono andata allo studio di Steve Albini, a Chicago. Ho caricato tutta la mia roba sul furgone di mio padre e lui mi ha portata da Dayton, Ohio fino a Chicago. Ho fatto tre canzoni, “The she”, “Too alive” e “Forced to drive”. Suonavano bene, ma poi ho realizzato che se avessi completato il disco in quel modo, poi avrei avuto bisogno di turnisti per andare in tour. E non ne avevo nessuna voglia: ho sempre suonato in gruppi, è questo che mi piace fare. Così ho spiegato a Steve la situazione. Lui si è fatto una risata e mi ha detto “Be’, non ci avevi pensato prima?”. Ho ripreso a scrivere, mi sono fatta qualche altra droga e proprio mentre non stavo cercando nessuno e pensavo a cosa potessi fare, ho incontrato loro (indica Mando), a marzo del 2000.
Mando: Noi eravamo in tour coi Fear. Ci trovavamo a New York e il nostro manager Kevin ha insistito perché andassimo in un bar, il Motor City. Entriamo, ci prendiamo da bere e restiamo lì. Si avvicina l’ora di chiusura e Kevin ci dice: “ehi, c’è Kim Deal qui”. Così ci mettiamo a parlare e salta fuori che lei sta per andare nello studio di un amico, così ci invita a farci una birra e suonare qualcosa lì.
Kim: Io ero a New York solo per stare un po’ coi miei amici cinesi dello studio Loho, non stavo cercando musicisti. Loro frequentano sempre il Motor City e una sera ci sono andata anch’io. Victor, il mio amico del Loho, mi dice che c’è il manager dei Fear, non so come l’abbia saputo, probabilmente dal barista. Penso che forse stia cercando uno studio buono, così mi presento per dirgli del Loho, ci parlo e lui mi dice che nel bar ci sono anche dei membri dei Fear. Mi porta da loro e io all’inizio penso che siano i roadie o i ragazzi che vendono le magliette.
Mando: Ovviamente, dato che i Fear esistono dalla fine degli anni ‘70, sembravamo troppo giovani per essere del gruppo.
Kim: Comunque, cominciamo a bere e a chiacchierare e finiamo insieme in studio a suonare. Per me era eccitante anche il solo il fatto di essere in una stanza con persone che avevano voglia di suonare, anche se non sapevo chi fossero, roadie o che altro.
Mando: Alla fine, Kim ci chiede che programmi abbiamo e le rispondiamo che dobbiamo tornare a Los Angeles: i Fear sono solo un touring band e, finiti i concerti, dobbiamo trovarci un lavoro per qualche tempo.
Kim: Così dico: “Ok, ci vengo anch’io così possiamo continuare a suonare insieme”.
Mando: Noi non ci crediamo molto, anche se ovviamente speriamo che lo faccia davvero. Comunque, suoniamo un’altra sera a New York e il mattino dopo carichiamo la nostra roba sul van. Kim: Io ho confuso Lee Ving (il cantante dei Fear, unico superstite della formazione originale) con l’autista. L’ho salutato, lui mi ha guardato e ha detto “Una volta avevo voglia di scoparti”. Io ho pensato: “Come, una volta? Che cazzo…”. Comunque tutto questo succedeva a marzo del 2000. A giugno mi sono trasferita a Los Angeles. E la zona era… Hai presente “Colors”? Ecco, era il barrio.
Mando: Il che spiega anche perché noi cerchiamo di andarcene. Un sacco di gente vuole andare a Los Angeles, noi invece vogliamo di toglierci da lì (risata). No, in realtà, non è tanto male.
Kim: Poi Kelley ci ha raggiunti a luglio.
Mando: A novembre abbiamo trovato il batterista e a dicembre abbiamo cominciato a fare concerti.
Kim: Poi siamo andati a registrare un demo in un piccolo studio a Hollywood. Spiego all’ingegnere del suono che vogliamo registrare su nastro e mi risponde: “grazie a Dio” perché da sei anni stava usando quasi esclusivamente il Pro-Tools. Comunque, è andato tutto bene: suonavamo e su nastro c’era esattamente quello che avevamo suonato. Poi siamo andati a Chicago da Steve Albini, due giorni di viaggio da Los Angeles... Era marzo del 2001.

Come ha reagito, vedendoti arrivare un anno dopo con un gruppo?
Kim: Steve? Oh, ha detto: “Kiiim? Come stai?” (pronuncia la frase in modo cantilenante, da presa in giro). E’ un freak. No, non dovrei dire così, perché è una brava persona.
Mando: Sì, è strano ma molto gentile.
Kim: Un freak!

Hai paura che la gente possa ignorarti considerandoti semplicemente una rockstar del passato?
Kim: Abbiamo già suonato molto negli Stati Uniti e una volta in Colorado mi è capitato questo. Sono in bagno a fare pipì e sento due ragazzine che parlano. Una sta dicendo che ha telefonato a un certo George che le ha chiesto cosa avrebbe fatto quella sera. Quando ha risposto che sarebbe andata a vedere le Breeders, lui le ha detto: “Perché vuoi andare a vedere quelle vecchie scoregge?” (risata). Io ho pensato: “Oh, merda”. Mi piacerebbe proprio vedere questo fottuto George (risata). Comunque, quando siamo andati in tour sulla West Coast pensavo che non sarebbe venuto nessuno, invece è andata bene. La gente cantava anche le canzoni nuove, che non erano ancora uscite, probabilmente le hanno trovate su internet.

Pensi che vi troviate nella classica posizione di mezzo, cioè non ancora “classic rock” e non più una nuova band di cui si parla bene su tutte le riviste specializzate?
Kim: Sì. Un sacco di gente ci chiede cosa ne pensiamo dei White Stripes, degli Strokes, degli Hives. Va bene così, mi piace quando la gente ha la possibilità di scegliere fra buoni gruppi.

“Title TK” ha un suono molto essenziale, scarno. Dal vivo mantenete lo stesso approccio?
Kim: L’album suona strano rispetto a quello che c’è in circolazione adesso perché l’uso del Pro-Tools ti permette di campionare ogni tipo di suono e metterlo in loop. E’ il modo di fare dischi adesso, ed è noioso.
Mando: Già. Noi dal vivo suoniamo come senti sul disco, ed è lo stesso modo in cui suoniamo quando proviamo. Kim: E penso che questo suoni come un “fottetevi”, molto più di qualsiasi gruppo con un cantante così (lancia una serie di suoni gutturali facendo la parodia di un urlatore nu-metal) e le chitarre distorte. Be’, non mi spaventate, non penso che siate pericolosi. Iggy Pop, quello è uno che fa paura, anche adesso. Tutta quella energia fasulla invece non mi impressiona affatto. Nel terzo pezzo del disco noi facciamo un assolo di basso, capito? Un assolo di basso (mostra il dito medio e fa una smorfia cattiva)! Fuck you! Per quanto mi riguarda è solo il modo giusto in cui le canzoni devono suonare.

(Paolo Giovanazzi)

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