Succede, di tanto in tanto: anni di gavetta e di pregiato lavoro a distanza dai riflettori, e poi basta un’idea azzeccata, un jolly pescato nel mazzo seguendo chissà quale intuizione del momento per finire catapultati di botto nelle classifiche dei dischi più venduti, nelle playlist delle radio più ascoltate, tra i video ad alta rotazione di MTV, persino nei budget internazionali di una delle maggiori case discografiche del mondo. Per i Gabin (alias il disc jockey romano e rapper ante-litteram Filippo Clary e il concittadino Max Bottini, bassista jazz con frequentazioni musicali di prestigio alle spalle) la combinazione vincente è arrivata con “Doo uap doo uap doo uap”, divertissement di studio che manipola in chiave house e danzabile il popolarissimo evergreen di Duke Ellington “It don’t mean a thing”. E’ piaciuto immediatamente ai discografici della Virgin (ma prima c’era stata una lunga teoria di porte chiuse…), ai programmatori radiofonici, ai pubblicitari che l’hanno acchiappato subito per uno degli spot più trasmessi e invadenti del momento. E persino ai quartier generali londinesi della multinazionale discografica, convinti forse di avere per le mani un nuovo St. Germain. I nostri, intanto, non si sono fatti cogliere impreparati e hanno già in commercio un intero album che, piacevole sorpresa, non funziona come semplice pretesto per l’inclusione di un paio di singoli ma sviluppa un discorso coerente e allo stesso tempo stilisticamente vario nell’arco delle sue dodici tracce. Perché i Gabin non ci tengono ad allungare la lista degli “one hit wonder”, e sono qui per restare. Parola di Clary e Bottini, francesi per gioco e romani DOC. Al primo ascolto, “Doo uap doo uap doo uap” suona come un successo annunciato. Ve ne siete resi conto, mentre la registravate in studio?
(Filippo). Ci siamo accorti subito di avere in mano un pezzo che funzionava, ma quanto è successo dopo è andato oltre la nostra immaginazione. “Doo uap…” è stato uno dei primi brani che abbiamo inciso per l’album. A completarla ci abbiamo messo sì e no un’ora, un’ora e mezzo.
(Max). Quando si è trattato di registrare la versione definitiva abbiamo tolto il campione originale perché ci sarebbe voluto troppo tempo per ottenere le liberatorie necessarie dalla Fondazione Duke Ellington. Così siamo ricorsi a Francesca Sortino, una vocalist jazz romana piuttosto conosciuta nel circuito live della capitale. Abbiamo voluto che la interpretasse con assoluta fedeltà all’originale e in seguito abbiamo anche trattato il suono, scurendolo in modo da fargli assumere quella patina “vintage” che ha sul disco. Un demo di quattro tracce, contenente “Doo uap…”, era pronto già un anno fa: a quell’epoca abbiamo cominciato a girare tra le case discografiche per cercare di vendere il nostro progetto. Siamo entrati in contatto con diverse major e anche con alcune etichette indipendenti che coltivano produzioni di quell’area musicale ma non è successo nulla fino a quando siamo arrivati alla Virgin. Con loro è scattata subito un’alchimia perfetta: un fatto nuovo per me perché non mi era mai capitato, prima, di vedere tanto entusiasmo intorno al mio lavoro. Se un punto di contrasto c’è stato, ha riguardato il singolo da pubblicare. Loro ne volevano un altro, mentre noi ci siamo impuntati su “Doo uap…”. Quanto al resto dell’album, lo abbiamo realizzato giorno per giorno, decidendo cosa includere e cosa scartare semplicemente sulla base delle emozioni che ogni brano ci trasmetteva. Non avevamo una pre-produzione su cui lavorare, abbiamo composto e realizzato i pezzi in simultanea.
Sgombriamo subito il campo dai sospetti: tu, Filippo, hai un nome famoso nella discografia, dato che tuo fratello maggiore Riccardo è presidente della casa discografica che vi ha messi sotto contratto: qualcuno ha subito parlato di nepotismo, di corsie preferenziali verso il successo…
(Max). Posso rispondere io, e assicurare che al contrario di quanto possa sembrare la parentela tra Filippo e Riccardo ha finito per essere un freno. Per conto della Virgin avevamo fatto in passato alcuni remix, ma quando si è trattato di piazzare il nostro demo l’abbiamo esclusa a priori proprio per evitare imbarazzi. Nel momento in cui nessun contratto era ancora all’orizzonte abbiamo comunque deciso di prenderci il rischio di entrare in studio e di cominciare a lavorare. Solo a metà produzione è arrivata la chiamata della Virgin, nelle persone di Marco Cestoni e di Francesca Bianchi.
(Filippo). Io poi lavoro anche come consulente artistico per la BMG Publishing, e i miei contatti ci hanno portato a proporre il disco di Gabin ad etichette come la stessa BMG e la Zomba: diverse major hanno ancora il demo nei cassetti. Mio fratello, tra l’altro, non è stato coinvolto nel progetto fino a quando “Doo uap…” è stata richiesta per uno spot pubblicitario. E poi c’è un altro aspetto da svelare a proposito del nostro contratto con la Virgin: ci siamo autoprodotti e dunque siamo noi i proprietari del master. Cestoni ci aveva spiegato che l’orientamento della casa discografica, in quel momento, era di prendere prodotti in licenza…
(Max)… A quel punto ci siamo guardati negli occhi, abbiamo fatto qualche altro buco sulla cintura dei pantaloni e ci siamo autofinanziati.
Lavorando su un brano alla volta, giorno dopo giorno, è emerso un tema comune ai vari momenti del disco?
(Max). Non ci siamo posti il problema. Volevamo innanzitutto fare qualcosa che piacesse a noi. Ma fin dall’inizio abbiamo cercato di dare al disco, consapevolmente, un taglio internazionale…
E infatti l’album è diventato una priorità internazionale del gruppo Virgin. Così vi è toccato mostrarvi in pubblico…
(Max). Abbiamo esordito con un dj set un po’ anomalo in cui abbiamo proposto i nostri pezzi accanto alle manipolazioni di vecchi dischi che ci piacciono. Filippo utilizza i suoi vinili e CD mentre io suono basso e tastiere.
E quali sono i dischi che vi piacciono, e che andrete a rispolverare per l’occasione?
(Filippo). Abbiamo cominciato a mettere mano a canzoni come “Parole parole” di Mina, che abbiamo campionato e trattato in modo da darle una nostra impronta. Io ascolto di tutto, ma in questo momento sono tornato ad appassionarmi alle canzoni di Bacharach che conosco fin da quando ero piccolo. Dai 15 anni in su ho cominciato ad innamorarmi della musica nera: da questo punto di vista io e Max abbiamo avuto due formazioni musicali parallele…
Tu, Max, hai cominciato con il jazz?
(Max). No, col blues. A sedici anni ero nel trio di Roberto Ciotti, che allora era nel suo periodo “hendrixiano”. Mi sono ritrovato giovanissimo a girare per l’Europa e a vivere un’esperienza eccezionale. In seguito mi sono rivolto al jazz: e ci sono stati i quartetti di Roberto Gatto, i tour con lui e Billy Cobham, e poi Danilo Rea, i dischi di fusion con John Scofield, le collaborazioni con Ben Sidran e con Dee Dee Bridgewater, per cui ho scritto una canzone insieme a Gegè Telesforo. In seguito ho iniziato ad occuparmi di produzione e arrangiamenti. Nel ’92 mi sono trasferito in Olanda, dove sono rimasto cinque anni e mezzo. Stavo 15-16 ore al giorno in studio e producevo di tutto, anche per conto della televisione nazionale: dal segnale orario alle sigle dei telegiornali. E’ stata una palestra eccezionale. Tornato in Italia, ho cominciato a collaborare con i dj, tanto per scrollarmi di dosso la patente di “musicista” serio che ogni tanto ha anche dei risvolti negativi. Quattro anni fa, con Filippo, abbiamo deciso di fondare una società di produzione che oggi si chiama anch’essa Gabin.
Mi risulta che Filippo sia invece stato un rapper ante litteram, prima di fare il disc jockey…
(Filippo). Già, prima di Jovanotti. Animavo locali come il Gilda e il Piper facendo ballare la gente al ritmo della black music. Come ti dicevo, è sempre stata la mia passione: mentre mio fratello ascoltava i Pink Floyd, io mi esercitavo a casa con le basi mimando i movimenti dei grandi performer neri. Con il boom della Sugarhill Gang e con l’esplosione del rap “commerciale” mi sono ancora più infatuato di quella musica. Quando ho conosciuto Jovanotti lui era ancora un ragazzino ma dietro la console era già un personaggio. Io, invece, avevo un’aria molto più dimessa e casalinga…Ho fatto cinque anni di Conservatorio studiando il violoncello, poi ho mollato tutto, mi sono messo a fare il dj e sono letteralmente impazzito per la prima batteria elettronica, la 808: quella di “Sexual healing” di Marvin Gaye, per intenderci. Da lì è nata la passione per la tecnologia: ho cominciato a comprarmi tastiere su tastiere fino a mettere su uno studio di registrazione. Per me Massimo rappresenta il perfetto alter ego musicale. Io riesco a tradurre in suoni compiuti il 50 % delle mie intuizioni: in studio abbozzo delle idee che sono già abbastanza compiute ma poi è lui a dare la zampata decisiva, in termini musicali. Ancora oggi capita che ci si scontri sulla scelta di determinati suoni: ma è una dinamica che funziona, che serve a crescere. Musicalmente, siamo una coppia a tutti gli effetti: e i nostri rapporti quotidiani vanno avanti tra alti e bassi, scazzi e riconciliazioni come quelli di qualunque coppia. Il progetto Gabin è mio e suo al 50 %, e la nostra intenzione è di andare avanti per molto tempo ancora…
(Max). Nessuno di noi due, da solo, sarebbe arrivato a un risultato come questo: le direzioni sarebbero state diverse.
Il vostro curriculum rivela anche risvolti inaspettati: ad esempio gli arrangiamenti che avete fatto per l’ultima edizione dello Zecchino d’Oro…
(Max). Un’esperienza meravigliosa: siamo riusciti a ficcarci dentro degli arrangiamenti house! E poi c’è stato il pop: abbiamo lavorato con Max Gazzé e Marina Rei, abbiamo prodotto i Traccia Mista. Abbiamo lavorato per la TV, facendo le musiche per il “Gladiatore” di Ballandi che poi non è andato in onda…
(Filippo). Un impegno titanico, perché intanto stavamo lavorando all’album di Gabin.
Vi sentite di far parte della nuova corrente jazz/elettronica, accomunati in qualche modo ad artisti come St. Germain e Koop e a progetti come il recente “Verve remixed”?
(Max). Sicuramente sono cose che abbiamo ascoltato con attenzione, ma stavamo già lavorando in quella direzione. In studio ho portato la mia intera collezione di dischi, e abbiamo campionato di tutto.
Cos’è rimasto di tutto questo nel disco?
(Max). Pochissimo, il campione di Vinicius De Moraes e poco altro. Abbiamo optato per un sacco di finti sample, proprio per non essere costretti ogni volta a chiedere i permessi agli autori originali. In “Sweet sadness”, per esempio, la melodia è quella di un vecchio pezzo brasiliano ma la voce è la mia: dopo averla registrata l’abbiamo filtrata e poi riprodotta a velocità più bassa, mettendoci sopra un sample di puntina sfrigolante…
(Filippo). Proviamo invidia per gli artisti che hanno avuto accesso agli archivi della Verve, e ora stiamo tentando di fare qualcosa di simile con il catalogo della BMG. Lì dentro ci sono arrangiamenti orchestrali davvero eccezionali, cose che risalgono agli anni ’50 e i ’60: musica brasiliana ma anche italiana, direttori d’orchestra come Armando Trovajoli…
(Max). Nonostante l’uso della tecnologia il nostro resta un approccio essenzialmente musicale. Il sample per noi non è al centro dell’operazione, spesso è soltanto una traccia d’ispirazione: in molti casi siamo partiti da un campione per poi eliminarlo dal prodotto finito. Oggi del resto è impossibile inventarsi qualcosa di nuovo: si ricapitola quanto è stato fatto in passato, rielaborando le fonti in modo diverso.
Questo significa che il jazz mainstream e la scena club/house contemporanea non hanno nuovi stimoli da offrire, se prese a sé stanti?
(Filippo). No, non direi, sul fronte house contemporaneo per esempio ci sono produzioni che funzionano, che sono efficaci magari senza essere molto raffinate.
Anche voi avete inserito nell’album un pezzo house che ad un primo ascolto sembra un po’ fuori contesto.
(Filippo). Si chiama “House trip” e ha una sua collocazione logica nel disco. In questo album abbiamo cercato di costruire delle melodie, non solo dei loop, utilizzando pianoforte, sax e parti vocali. Se ascolti bene l’intero disco ti rendi conto che ogni canzone è legata ad un umore particolare, come quelli che si succedono normalmente nell’arco di una giornata. Avevamo delle immagini in mente, ed ecco perché molti pezzi si sono rivelati subito adatti alla pubblicità. “House trip” l’abbiamo concepita come il momento conclusivo di una giornata ideale: dove l’immaginario protagonista va in un club a ballare e all’alba del nuovo giorno ascolta questa melodia. Qualcuno, sentendo “Doo uap”, credeva che avremmo fatto un disco jazz, sulla falsariga di St. Germain…
(Max). Già, una specie di St.Gabin…
(Filippo). E invece no: l’album vive di umori molto diversi tra loro.
E questa impronta francese, che oggi sembra diventata onnipresente? Penso al successo cinematografico di Amelie, alle nuove lolite pop come Alizée, alle Kelly Joyce e le YuYu di origine nostrana…
(Max) Ci siamo chiesti se fosse il caso…Ma come ti dicevo, con questo disco abbiamo subito pensato all’Europa: sia perché il mercato italiano è troppo esiguo, sia per non subire le classiche limitazioni artistiche a cui sono soggette le produzioni pop italiane. Il francese c’è sembrata la lingua migliore per dare all’album un’impronta europea, la Francia è un po’ al centro del continente.
E il nome Gabin, com’è venuto fuori?
(Max). Per caso, come un gioco. Mentre registravamo in studio la prima versione de “La maison”, destinata ad una compilation con il marchio dell’omonimo locale romano, abbiamo pensato che quelle atmosfere richiamavano un po’ i vecchi film di Jean Gabin. E quando i grafici che dovevano stampare i crediti di copertina ci hanno chiesto come ci chiamavamo, abbiamo risposto Gabin, così su due piedi.
Come avete scelto i vostri collaboratori musicali?
(Max). Stefano (Di Battista) lo conoscevo da tempo, abbiamo suonato per tanti anni insieme. Franco Ventura è un jazzista storico della scena romana e Alberto Laurenti, che nel disco ha suonato un assolo di chitarra classica, è un nostro amico. Joseph Fargier lo abbiamo conosciuto un pomeriggio in studio l’anno scorso e ci siamo innamorati immediatamente della sua voce. Ana Carril Obiols, che è stata la cantante dei Mano Negra e dei P18, vive a Roma ed è venuta a trovarci in studio anche lei. Ha cantato su molti provini, ma poi le sue parti vocali le abbiamo spesso utilizzate in altri contesti. Di “Une histoire d’amour” esistono sei o sette versioni.
Che succederà, di qui in avanti?
(Filippo). Scalpitiamo per far crescere questo figlio appena nato…
(Max). Ad ottobre esordiremo con lo spettacolo live vero e proprio che sarà una miscela ben dosata di musica, immagine e tecnologia. Con noi sul palco ci saranno un batterista, un chitarrista e un sassofonista. Stefano Di Battista è impegnatissimo: lavorerà con Vincent Mendoza e Bjork, suonerà in tour con James Taylor, ma verrà a farci visita appena può. Stiamo ancora cercando una vocalist “universale” che possa cantare sia in inglese che in francese. Siamo in contatto con Carolyn Leonhart, una bravissima cantante che fa la corista per gli Steely Dan, ma non c’è ancora nulla di definito.
(Filippo). Non suoneremo solo i pezzi dell’album, lo show sarà anche un pretesto per sviluppare altri groove, altri suoni. Sarà concepito un po’ come una serata club, corredata dalle immagini di chi ha curato il nostro videoclip. Un piccolo show, insomma: non vogliamo strafare, ma il nostro sarà un vero e proprio spettacolo multimediale.
(Alfredo Marziano)