Permetteteci di parafrasare un vecchio, abusato slogan, quello di un losco personaggio che un po’ di anni fa pubblicizzava un mobilificio: ascoltare per credere. Ascoltate il nuovo disco di Beth Orton, “Daybreaker”. Rimarrete stupiti da questa ragazza inglese, capace di scrivere canzoni di un semplicità e profondità disarmanti, e di cantarle con una voce che vi spezzerà il cuore. 31 anni, Beth giunge ora al terzo disco; si è fatta conoscere con il precedente “Central reservation” (1999), in cui miscelava facilmente cantautorato ed elettronica. Non è un caso che uno dei suoi numi protettori fosse (ed è) quel Ben Watt degli Everything But The Girl che in questo campo furono dei pionieri. Proprio un remix di Watt della title-track di quel disco ebbe una discreta esposizione radiofonica anche nel nostro paese.“Daybreaker” conferma quanto di buono il disco precedente aveva fatto ascoltare. Beth è maturata, e si sente: le canzoni sono sempre semplici, ma anche più strutturate, non solo negli arrangiamenti. Rockol l’ha raggiunta a Verona, città prescelta per incontrare la stampa europea perché è “fottutamente bella”, come ci spiega lei con un sorriso, disarmante come la sua musica.
“Daybreaker” è il tuo terzo disco, il primo dopo ben tre anni. La lavorazione ti ha richiesto molto tempo?
In realtà, nel frattempo sono successe un bel po’ di cose. Sono stata ammalata, e sono guarita. Sono stata parecchio in tour e mi sono presa delle lunghe pause. Ma non mi piace pensare alla musica come ad una routine di quelle che ti impone l’industria, del genere “album-tour-album-tour”, il cui fine è dominare il mondo con le proprie canzoni! (ride). Mi piace prendermela comoda, vivere, di modo da avere anche materiale su cui scrivere canzoni. Questo non vuol dire che non mi sarebbe piaciuto pubblicare il disco prima, o che in futuro ci metterò meno tempo a incidere il prossimo album. E’ solo che sono un po’ disorganizzata.
In mezzo a tutto questo ho avuto anche alcune gatte da pelare: ero legata alla Heavenly, che a sua volta era legata alla Deconstruction, del gruppo BMG. Quando quest’ultima ha rotto l’accordo con la Heavenly, i discografici della BMG volevano comunque tenermi sotto contratto. Alla fine, sono riuscita a rimanere con la Heavenly, dove avevo iniziato la mia carriera. C’è voluto un po’ di tempo per sbrigare tutte queste faccende.
Con “Central reservation”, il tuo disco precedente, si è creato un “buzz” attorno al tuo nome. Beck ti ha chiamato sul suo disco e ti ha portata in tour. Ti aspettavi riconoscimenti di questo genere?
In realtà non mi aspetto, o cerco di non aspettarmi mai nulla da quello che faccio. Ho deciso che ci sono tre cose che davvero mi piacciono, in quello che faccio: scrivere canzoni, incidere dischi e suonare dal vivo. Il resto lo lascio al caso. Ed alle case discografiche.
Tornano al nuovo disco, il titolo è abbastanza enigmatico. Cosa significa, o cosa è “Daybreaker”?
Una volta stavo parlando con Johnny Marr, mentre stavamo incidendo dei demo per il disco, e per spiegargli quello che stavo cercando, gli ho detto che una canzone doveva essere una “daybreaker”. Pensavo a quei momenti quando, dopo una notte in giro con gli amici, torni a casa con la testa piena di idee, sogni, musica e qualcuno ti fa ascoltare una bella canzone che non hai mai ascoltato mentre il sole sta sorgendo: ecco quella è un “daybreaker”, un momento di totale inspirazione, che “spezza” il corso della giornata e ti trasporta in una sorta di nirvana. Vorrei che la mia musica fosse qualcosa di simile a quei momenti, qualcosa che interrompe il corso degli eventi…
Tu sei una songwriter abbastanza tradizionale, le tue canzoni sono molto semplici nella struttura. Questo disco mostra però una maggiore attenzione agli arrangiamenti che in passato.
Si, in effetti in questo caso ho passato molto più tempo a lavorare sugli arrangiamenti con il resto della band, specialmente con Ted Barnes, che mi accompagna dall’inizio della mia carriera. Scrivo davvero canzoni molto semplici: “Carmella”, per esempio, è basata su un giro di due accordi. Mi piacciono molto le melodie, ma piace molto colorirle con diversi suoni che arrivano sia dalla tradizione, sia dall’elettronica.
A proposito: tu hai iniziato lavorando con William Orbit, e fin dall'inizio della tua carriera hai unito musica acustica, songwriting tradizionale ed elettronica. Un genere che negli ultimi anni è diventato parecchio di moda…
Si, in effetti questa fusione va parecchio forte ultimamente. Ma non so se c’è qualcun altro che sta facendo quello che sto facendo io, e non lo dico per sminuire il lavoro degli altri. Comunque io arrivo sia dalla “club culture”. sia dal cantautorato tradizionale: ho passato lungo tempo e lunghe notti nei club inglesi, ma sono cresciuta ascoltando musica folk. Per me è stato un procedimento naturale incorporare questi diversi elementi nella mia musica.
In “Daybreaker” ci sono parecchi ospiti famosi, come Johnny Marr, che citavi prima, ma anche Ryan Adams, Emmylou Harris…
Sono arrivati tutti per caso. Johnny suona in “Concrete sky”: l’ho incontrato a Los Angeles, stava parlando ad un mio amico, che poi me l’ha presentato. Ci siamo tenuti in contatto anche di ritorno in Inghilterra, ed è stato molto semplice coinvolgerlo.
Con Emmylou Harris è stato ancora più casuale: l’ho conosciuta durante il mio primo tour americano, all’interno del festival di sole donne “Lilith Fair”. Immaginati la situazione: una schiera di cantanti, tutte un po’ primedonne, che cercano di attirare l’attenzione… Comunque lei fu molto gentile, e per ringraziarla le regalai una collana. Quattro anni dopo ci siamo riviste in Inghilterra, lei era venuta a vedere un mio concerto, ed indossava quella collana a mo’ di braccialetto. Il nostro rapporto così si è consolidato… anche in questo caso è stato naturale chiederle di fare qualcosa per il mio disco.
Ryan Adams, però, ultimamente è come il prezzemolo: è ovunque… Pubblica dischi a raffica ed ha fatto diverse comparsate…
Ryan è stato l’unico che ho volutamente cercato. Qualche tempo fa avevo deciso di smettere di ascoltare cantautori, ero nauseata dal genere, mi ero messo ad ascoltare solo musica strumentale. Poi mi sono imbattuta nel suo primo disco, “Heartbreaker”, e ne sono rimasta sconvolta perché non credevo ci fosse in giro un songwriter della nostra generazione in grado di scrivere delle canzoni così belle… Così gli ho fatto dare la caccia dai miei collaboratori, che si sono messi in contatto con i suoi. Lui conosceva i miei dischi, per cui dopo questo primo contatto è stato tutto abbastanza semplice. Ha finito non solo per cantare in “Concrete sky”, ma anche per darmi una sua canzone, “This one’s gonna bruise”.
Comunque è vero, Ryan è ovunque. E’ iperattivo, mi piace il suo entusiasmo e la sua totale mancanza di umiltà: è innamorato di ciò che fa, e sa di farlo bene. A suo modo è molto naif.
Sul disco, nella title-track, ci sono anche i Chemical Brothers, ed è quasi una novità: hai partecipato spesso ai loro dischi, ma è la prima volta che succede il contrario…
In realtà avevano già fatto delle cose per me in passato, ma poi avevo deciso di non pubblicarle. Ovviamente mi fa piacere che finalmente siano pure loro su un mio disco.
Con “Central reservation” ti sei fatta conoscere soprattutto grazie ad un remix della canzone omonima, curato da Ben Watt degli Everything But The Girl. Hai in programma anche dei remix per questo disco?
Andrew Weber farà un remix di “Anywhere”, i Four Tet hanno remixato “Carmella”… Poi So che William Orbit sta rimettendo mano ad alcune delle primissime cose che abbiamo fatto assieme molto tempo fa, pubblicate sotto il nome “Superpinkymandy”. Continuerò a sperimentare anche su questa strada, ma non so se pubblicherò mai un disco totalmente elettronico. Chi può dirlo?
(Gianni Sibilla)