Africana, proveniente della regione del Benin (dalla città di Ouidah, per la precisione, uno dei principali porti utilizzati nella tratta degli schiavi), Angelique Kidjo è una musicista impegnata e fortemente legata alla sua terra d’origine e alle sue tradizioni.Compositrice e autrice, la Kidjo vive ormai da quattro anni a New York e nella sua musica fonde contributi di culture diverse: dai ritmi brasiliani a quelli africani, che si amalgamano con melodie e arrangiamenti dal gusto più occidentale, producendo un particolare risultato musicale che abbraccia funky, pop, salsa, bossanova, blues...
Nel corso della sua carriera, Angelique ha partecipato a diverse tournée e collaborato con musicisti provenienti da tutto il mondo: Ali Farka Tourè, Peter Gabriel, Daniela Mercury, Sheryl Crowl ... Nei prossimi giorni arriverà in Italia per un tour di tre date che toccherà Paderno Dugnano (Mi), Roma e Varazze, e nel quale presenterà “Balck ivory soul”, il suo settimo disco, primo pubblicato con una grande etichetta discografica. Un disco che rappresenta, come lei stessa tiene a sottolineare, la seconda tappa di un percorso di ricerca sulle affinità fra musica africana, e più precisamente la musica bouniyan della sua regione d’origine, e musica brasiliana, della regione di Bahia.
Non è la prima volta che affronti nei tuoi album il rapporto fra musica africana e brasiliana. Che cosa c’è di differente in “Black ivory soul” rispetto al tuo lavoro precedente ?
Le differenze sono principalmente storiche e musicali: questo è la seconda parte di una trilogia musicale iniziata nel 1997, volta a rintracciare la storia della musica africana e quindi degli schiavi che l’hanno diffusa nel mondo. Il primo disco di questa raccolta, “Oremi”, è stato registrato in America ed è un album decisamente r&b, in quanto il blues era l’unica cosa lasciata agli schiavi afroamericani. Gli schiavi portati negli Stai Uniti, infatti, erano privati di qualsiasi oggetto ed effetto personale che portavano con sé (e non solo della libertà), inclusi gli strumenti.
Le uniche cose che restavano loro erano la voce e il blues da cantare. E il blues in America è diventato il precedente musicale del rock’n’roll, dell’hip-hop, al r&b... Questo è il motivo per cui “Oremi” , musicalmente, è così diverso da quest’ultimo album.
“Black ivory soul”, secondo capitolo, considera invece la musica africana brasiliana. Diversamente da quanto avveniva in America, agli schiavi deportati a Bahia venivano lasciati tamburi e percussioni perché il loro numero era così elevato che i grandi proprietari terrieri, temendo una possibile ribellione, avevano stabilito di fare mantenere loro le proprie tradizioni, la musica e la religione.
Questo è il motivo principale per cui le tradizioni africane sono così forti e radicate nella regione di Bahia e la ragione per cui per cui la musica e il modo stesso di suonare la samba, per esempio, sono completamente diversi dal resto del paese. Dipende tutto da un particolare senso del ritmo, nato dall’incontro fra cultura africana e brasiliana, che si trova solo in questa regione del Brasile. E per questa ragione è stato così importante per l’album che una parte di esso fosse registrato dal vivo, proprio a Bahia. Non esisteva, infatti, nessun altro modo per poter catturare davvero e riuscire a trasmettere questo modo di fare musica unico: la musica bahiana viene ancora suonata per il gusto e il piacere di venir suonata, di stare insieme e non ci si cura di tutto ciò che a che vedere con il music business; i mezzi stessi a disposizione per le registrazioni sono scarsissimi. L’unica cosa davvero importante è suonare e stare bene insieme. Proprio come accade in Benin, nel mio villaggio !”.
Vivi ormai da cinque anni a New York…
Ho scelto di vivere in America principalmente per motivi di lavoro. Dal punto di vista musicale, infatti, l’America è la terra ideale per le possibilità e le opportunità che mette a disposizione. Quel che invece faccio ancora fatica a comprendere, è come mai la società americana sia ancora così divisa, nonostante vi vivano persone provenienti da tutto il mondo. Trovo che la società americana, infatti, si basi ancora molto sulle segregazioni e separazione razziali: ogni comunità razziale è un mondo a se stante e separato dal resto del contesto.
Ed è avvilente perché ogni comunità vive per preservare e difendere i propri interessi e il proprio territorio. Sembra che l’unica cosa che accomuni e metta d’accordo tutti sia il denaro e il fare denaro. Qualcosa che faccio fatica a comprendere.
Prima hai vissuto e lavorato per quattordici anni in Francia: che cosa ti ha dato di più l’America?
L’America è il posto migliore al mondo per suonare e fare musica. Basti dire che ho fatto in cinque anni quel che non sono riuscita a fare in quattordici in Francia.
Essendo un continente giovane, privo di una propria storia ed una propria origine, accoglie gli artisti come artisti e basta. Non vieni categorizzata, come “cantante nera di lingua francese” e confinata dentro un genere del tipo “musica africana”o “etnica”, a scapito della libertà di esprimersi e confrontarsi con tutta la musica, come invece accade in Europa. Per esempio, in America, come musicista, sono stata chiamata a curare gli arrangiamenti di brani della colonna sonora del cartone animato “Aida” e ho collaborato con Sheryl Crow, che ricordo si stupì sentendomi fare dei vocalizzi tipici africani.
In Francia questo non sarebbe mai successo, perché non sarei stata considerata solo in virtù delle mie capacità musicali, del mio talento. Da questo punto di vista, l’Europa soffre ancora di una forma di razzismo musicale e limita la possibilità stessa dei suoi artisti di entrare in contatto con forme musicali differenti, fare nuove esperienze e così crescere anche professionalmente”.
Questo disco tuttavia contiene ben poco di americano...
L’America c’è, ma in maniera indiretta: alcuni musicisti sono statunitensi, anche se sono artisti che per formazione ed esperienze musicali conoscono molto bene i ritmi africani. Il cast poi è piuttosto vario da questo punto di vista: c’è un musicista afroamericano, mio marito; un francese, al basso; un; tre artisti brasiliani e due africani alle chitarre; alle percussioni due artisti senegalesi e un brasiliano. Ci sono, poi, un musicista tedesco, un altro americano ....
Qual è il contributo della musica brasiliana a quella africana in questo album e viceversa?
In realtà musica africana e musica brasiliana nell’album si fondono e sono la stessa cosa. La connessione fra le due culture è sempre stata fortissima e non è per nulla semplice definire e tracciare il confine. Anche geograficamente, se si guarda una cartina, la regione del Benin è posta alla stessa altezza di Bahia.
Quel che mi sto chiedendo ultimamente e che sto cercando di far emergere, è quanto siano stati influenzati il Benin, la sua musica e le sue tradizioni dal Brasile e dagli schiavi di ritorno da esso. Io, infatti, mi sono molto stupita per la quantità di affinità e somiglianze dalla musica al cibo che ho ritrovato a Bahia rispetto al mio villaggio: gli stessi ingredienti, gli stessi piatti, la stesse canzoni, la stessa lingua. Gli stessi riti e le stesse divinità. Per esempio, dopo le deportazioni, alcuni brasiliani di Bahia tornando nel Benin, fondarono la “Casa del Brasile” e la stessa cosa hanno fatto gli africani aprendo a Bahia la “Casa del Benin”. E allora chi è venuta per primo ? Io non lo so !
Nei testi delle tue canzoni parli sempre molto di libertà, di combattere, di portare avanti l’idea di “Mama Africa”: trovi che siano ancora argomenti attuali?
Non parlo di libertà solo per il popolo africano, ma di libertà per tutti. Sembriamo tutti liberi, ma in realtà non è così: esistono un sacco di persone, di minoranze nel mondo che sono ancora in difficoltà e che andrebbero difese e tutelate.
C’è ancora molto da fare e che si può fare, ma spesso non siamo liberi di farlo. Quando parlo di libertà, non è libertà solo per l’Africa: il mio continente è diventato un simbolo. Molte popolazioni africane, infatti, vivono ormai libere ma non è così per tutte: esistono ancora regioni che sono in guerra, oppresse. Queste guerre sono spesso causate e finanziate dai paesi ricchi, che per mettere mano alle risorse di un paese, non esitano a scatenare conflitti. E questa non è una novità...Basti pensare alle miniere di diamanti della Sierra Leone. O al re Leopoldo del Belgio che uccise un milione di congolesi per avere i suoi diamanti e costruire la potenza del suo regno ...
La libertà che invoco e chiedo nei miei testi è la libertà contro la logica dell’arricchimento e dello sfruttamento ad oltranza. Contro il consumismo che dilaga e che ci rende “schiavi” tutti . Per me è ancora importante affermare questi concetti e queste idee attraverso la musica.
(Federica Galimberti)