Bernard Sumner e Peter Hook parlano di 'Get ready', uno dei nostri dischi dell'anno

Il ritorno sulle scene dei New Order dopo 8 anni di assenza è stato uno degli eventi musicali dell’anno. Lo è stato soprattutto per chi è cresciuto con il rock degli anni ’80, con il post-punk dei Joy Division che, alla morte di Ian Curtis, si trasformò nella New-wave e nell’elettro-pop-rock dei New Order.
“Get ready” è stato comunque una sorpresa. Pensando alla band di Bernard Sumner e Peter Hook era facile ricordare l’elettronica, le sfumature dance di brani come “Blue monday” o “True faith”. Invece il nuovo disco ha rispolverato l’anima rock del gruppo: grandi chitarre su groove costruiti sul basso melodico di Peter Hook e su campionature e ritmi elettronici. Un perfetto esempio di contaminazione da parte di una band che ha sperimentato ben prima che diventasse di moda farlo.
Ci ha fatto molto piacere vedere il disco dei New Order ben piazzato nei referendum di fine anno di molte testate. Rockol l’ha decretato al secondo posto nella sua classifica del 2001, e vi possiamo svelare che, secondo le preferenze della redazione, ha mancato di un soffio la vittoria assoluta . Cogliamo comunque l’occasione per far raccontare direttamente a Bernard Summer, Peter Hook e Stephen Morris la genesi del nuovo album e per far fare loro qualche riflessione tra presente, passato e futuro.


Qual è il significato del titolo “Get ready”?
Peter Hook: Può voler dire qualsiasi cosa o niente. Pensavo che fosse bello: New Order, “Get ready”, perché lo siamo, siamo pronti alla prossima fase delle nostre vite musicali, sia fisicamente che mentalmente. E’ un’idea molto semplice ma pertinente.

Che impressione vi fa il fatto di lavorare di nuovo insieme?
Bernard Sumner: Sembra quasi di ricominciare da capo. In un certo senso è proprio così e per questo motivo è eccitante, non pensi che hai fatto tutto questo negli ultimi dieci anni e ora bisogna farlo di nuovo, un altro album, un altro tour, un altro giro di interviste, sembra… Anche se siamo stati tutti impegnati con i nostri progetti solistici, erano cose diverse rispetto ai New Order.
PH: Abbiamo avuto solo reazioni positive dalla casa discografica, dalla gente da cui siamo tornati, dal lato dei New Order, e da quelli con cui abbiamo lavorato, produttori, programmatori e quant’altro. Hanno reagito in modo molto positivo e hanno mostrato di essere felici che i New Order siano di nuovo insieme. Penso che nella musica si veda che c’è stato un approccio molto positivo. Quando ascolto il disco… Non capita spesso di provare quella sensazione eccitante, come è capitato con “Unknown pleasures”, e pensi “Mio Dio!”.

BS: E’ come se la lavagna fosse stata pulita, possiamo andare avanti senza il fardello che abbiamo accumulato nel corso degli anni e che ci appesantiva. Anche io ho sentimenti molto positivi verso questo disco.

E tornare alla monotonia del lavoro promozionale che impressione fa?
BS: In verità non è una cosa che ho apprezzato. Non è la parte più divertente del nostro lavoro, ma è qualcosa che devi fare, no? Hai lavorato tanto per fare quello che speri sia un grande album e sarebbe come spararsi a un piede se non ti mettessi a parlarne alla gente. Non mi piace, ma lo si deve fare.
PH: Il fatto di essere tornati insieme dopo tanto tempo e di esserci divertiti lo rende un po’ più sopportabile. Quando invecchi, continua a piacerti il lato musicale della cosa ma, come ha detto Bernard, non ti diverti ad andare in giro e parlare in continuazione. Il fatto è che saresti assolutamente stupido se non lo facessi. Inoltre penso che adesso tendiamo ad andare tutti nella stessa direzione, siamo più uniti mentre in passato siamo sempre andati un po’ in ordine sparso. Personalmente, mi sembra che tutto sia molto più piacevole questa volta, ho voglia di parlare e di stare insieme. In questo momento, non è così male, mettiamola così.

Avete tutti avviato progetti esterni ai New Order. Sono state esperienze preziose?
BS: Lavorando con altre persone scopri modi diversi di agire e di suonare. Questo ti permette di ricaricare la tua batteria interna e quando torni a lavorare con i New Order, scopri che la tua riserva di idee è aumentata e non diminuita.
PH: E’ come lavorare con un produttore, una cosa che non avevo voglia di fare e che invece ho apprezzato più di quanto credessi. Forse avrei dovuto farlo molto tempo fa. Tornare coi New Order mi ha insegnato qualcosa per quello che farò più avanti. Penso che non sia come un modo per reinventarsi o… E’ come imparare qualcosa, stai ancora imparando ed è… Suppongo che sia bello sapere che puoi ancora essere abbastanza umile per imparare e ammettere quando hai torto. E’ come se stessi ancora aggiungendo qualcosa al tuo arsenale.

Ci sono stati diversi contrasti all’interno del gruppo quando vi siete sciolti, dopo “Republic”. E’ tutto superato ora?
PH: Tendi a dimenticare le ragioni che ti hanno fatto arrabbiare così tanto. E’ come litigare con tua moglie: dopo tre ore ti chiedi per quale motivo ti sei scaldato tanto. Ai New Order c’è voluto un po’ più di tempo, otto anni. E’ come se si fosse dissipato tutto. Le cose vanno molto meglio, ci siamo liberati di un sacco di problemi, la Factory ha chiuso e anche l’Hacienda. Forse il velo si è alzato e a quel punto ti rendi conto che quello che ti piaceva del fatto di essere nei New Order era la musica. Quindi è stato naturale pensare che forse avremmo dovuto tornare insieme. Il tempo guarisce tutto, davvero.
BS: Penso che accada a gran parte dei gruppi quando restano sulla scena per molto tempo. In effetti, qualsiasi gruppo mi venga in mente finisce con i membri che si odiano a vicenda in misura maggiore o minore. A parte questo, abbiamo avuto guai terribili con gli affari, la nostra seconda carriera con l’Hacienda era molto problematica e la Factory in quel momento era una grande palla di caos. Avevamo pressioni esterne e interne. Alla fine pensi che la cosa migliore da fare per risolvere tutto questo sia semplicemente di fermarsi.

C’è mai stato un momento in cui avete pensato che non avreste mai fatto un altro album dei New Order?
BS: Credo di averlo pensato a un certo punto. Il gruppo non si è mai sciolto, ma non avevamo alcun piano. Tutte le cose orribili sembrano essere state soffiate via dal vento del tempo e ogni antagonismo fra di noi è sembrato sparire. Con i New Order non abbiamo mai fatto molti piani per il futuro, anche in passato. Facevamo progetti per il mese dopo, o forse i due mesi successivi. In quel modo la vita non sembrava un peso. Ovviamente, io ero triste per quello che è successo e mi spiaceva che fosse andata così, ma era davvero inevitabile. Quello che è accaduto, doveva accadere. Mi spiaceva, ma non potevo farci niente, quindi non mi sono tormentato. Ma sono contento che siamo tornati insieme, è un modo molto migliore di finire le cose.
PH: Adesso andiamo molto d’accordo, devo ammettere. E’ buffo, sembra di essere tornati a quando io e Bernard ci siamo incontrati. Ci conosciamo da quando avevo 11 anni, probabilmente è una delle persone che conosco da più tempo in assoluto.

Che tipo di relazione avete? Siete ancora buoni amici dopo tutto quello che è successo?
PH: E’ uno strano tipo di amicizia perché non è come… Entrambi abbiamo altri amici, non siamo inseparabili. “Mio Dio, sono sempre insieme: se non sta suonando con lui nel gruppo, è con lui al pub”, non è così. Il fatto è che i New Order sono una grande parte della tua vita e lo sono stati, e così i Joy Division. In 25 anni abbiamo trascorso abbastanza tempo insieme.
BS: Devi ricordare che abbiamo trascorso più tempo insieme di quanto ne abbiamo passato con le nostre famiglie negli ultimi 18/20 anni o giù di lì. Siamo stati insieme così tanto tempo che ognuno era stufo alla sola vista dell’altro, dei suoi problemi e dei suoi strani cambiamenti di umore. Ci stavamo fissando troppo su questo e volevamo solo allontanarci, ma ci ha fatto molto bene. La vita è molto strana, non va mai come ti saresti aspettato che andasse. Sono molto sorpreso del fatto che ora siamo insieme per fare un nuovo album. Se me l’avessi chiesto anni fa, avrei detto “assolutamente impossibile”, ma è successo e ne sono contento.
PH: E quando siamo tornati insieme di nuovo è stato come tornare a casa per Natale. Dopo dieci minuti, ti sembra di non essere mai andato via.

Quanto tempo ha richiesto la registrazione dell’album e dove l’avete registrato?
BS: Quando abbiamo cominciato, ho detto che ci sarebbe servito un mese per scrivere ogni canzone e tutti mi hanno detto: “Non puoi farlo! Non finiremo mai…”. Ma sono 15 canzoni e questo è un buon album… C’è voluto un anno e mezzo per farlo. Comunque, abbiamo scritto per circa un anno alla fattoria di Steve. Sembra un mucchio di tempo ma è quello che accade. Non puoi forzare la fase di scrittura, non puoi fare le cose in fretta altrimenti finisci con lo scrivere canzoni senza ispirazione, che ti sono uscite per forza. Dopo avere scritto i pezzi, siamo andati negli studi di Peter Gabriel a Bath, i Real World Recording Studios, che sono grandi.
PH: E’ come se fosse una terza famiglia, tornare lì è come tornare a casa. Tutti ti stanno aspettando, sono sempre le stesse persone a lavorare lì.
BS: Una volta registravamo molto a Londra, ma se fossimo andati lì, saremmo usciti tutte le sere e non riusciamo più a riprenderci il giorno dopo.
PH: Dovevamo stare lontani dal nostro edonismo.

Come avete ottenuto il suono dell’album?
BS: Abbiamo scritto molto di più sulla chitarra e meno sulle tastiere. Dato che sono il chitarrista, immagino che qualcosa sia dovuto a me e al lavoro che ho fatto con Johnny Marr. Ci rendevamo conto che rendeva il processo più veloce e ti permetteva una specie di… abbandono. Se lavori con le tastiere e i computer, tendi a tenere quello che hai buttato giù e a costruirci intorno. Con la chitarra, ti metti a suonare e se c’è qualcosa che non va puoi cambiarlo velocemente, la musica è più fluida. Inoltre, c’è un’energia diversa.
PH: La cosa migliore che ho sentito è stata quando il mio agente ha detto: “Mio Dio, sembrate un gruppo giovane”. Wow, sì!

Su questo album c’è ancora il basso inconfondibile dei primi New Order e dei Joy Division.
PH: Mi sento in colpa: vedo Bernard seduto in studio e Steve che sperimenta suoni di batteria e penso: “Spero che nessuno si accorga che è ancora lo stesso suono del 1977”. A volte penso di essere fortunato per essere riuscito a mantenere lo stesso suono per 25 anni, altre volte mi sento sfortunato per questo. A volte è un problema, a volte no.

Secondo voi, per quale motivo siete riusciti a sopravvivere a così tanti cambiamenti di moda nella scena musicale?
BS: Siamo davvero sopravvissuti a un sacco di mode. Siamo venuti dal punk… Poi è arrivato il periodo dopo il punk, i new romantics, la new wave, il power pop… Abbiamo ignorato tutto questo perché i movimenti fanno emergere un sacco di gruppi, il che va benissimo per gli esordienti, ma quando muoiono, di solito fanno morire anche le band. Quindi è meglio evitarli.
Voi avete sempre fatto un gran uso della tecnologia, che si è evoluta parecchio da quando avete registrato assieme l’ultima volta…
BS: Ora con la tecnologia puoi davvero fare ciò che vuoi. La tecnologia è finalmente maturata: in campo musicale, una volta era vincolata alle tastiere, ma ora la puoi sfruttare su basso, chitarre, batteria.
PH: Ovviamente devi continuare ad avere una buona canzone. C’è gente che spende un sacco di soldi per produrre e incidere musica, ma alla fine si riduce tutto ad avere un buon brano.
BS: Puoi avere un brano che non finisce mai, seppellirlo sotto gli effetti fino a far scomparire la canzone, ma è di canzoni che è fatta la musica pop.

In “Get Ready” compaiono come ospiti sia Billy Corgan che Bobby Gillespie dei Primal Scream. Come è nata “Rock The Shack” , in cui compare quest’ultimo?
BS: Io avevo suonato la chitarra su “Exterminator'” dei Primal Scream. Appena avevo finito di incidere la mia parte, quando ho avuto un’idea per un brano che abbiamo finito per buttare giù e incidere come demo all’ultimo minuto. I Primal Scream alla fine non l’hanno usata, così l’abbiamo recuperata noi, e abbiamo richiamato Bobby per completarla. Avevo scritto quella canzone con lui in mente, è stato naturale coinvolgerlo.

Come è nata la partecipazione di Billy Corgan in “Turn my way”?
BS: Mi piace molto la sua voce e in generale la passione che ha messo nella musica degli Smashing Pumpkins; quando stavo registrando quel brano ho pensato a lui.
PH: Quel brano ha un’atmosfera molto alla New Order: è una canzone “a sei corde” per il mio riff di basso. Non ho usato molto il basso a sei corde in questo disco, a dire la verità. Poi bisogna dire che chiamare Billy è stato come chiamare un nostro fratello. Io avevo suonato già suonato con lui lui ci ha restituito volentieri il favore.

Da dove arriva l’ispirazione per I tuoi testi?
BS: Scrivere le liriche è una cosa difficile: se aspetti l’ispirazione giusta rischi di aspettare per settimane senza che questa arrivi. E questa è una cosa che non mi posso permettere, soprattutto se la band ha già inciso i demo, se ci sono già le parti di chitarra, batteria, tastiere e basso e mancano solo le parole. Di solito, a questo punto dico: “Va bene, ragazzi, ci vediamo tra un paio di giorni”. Mi porto la cassetta a casa e cerco qualcosa di cui parlare. E’ una bella responsabilità: se non ci riesco, rischio di bloccare tutto il lavoro, e non è molto carino… Così ogni tanto capita che mi inchiodi alla scrivania finché non mi viene fuori il testo, e magari succede all’ultimo momento, alle tre di notte… Durante il lavoro con gli Electronic ho imparato ad essere più regolare: scrivo durante il giorno, così i ritmi di vita sono più umani. Posso uscire la sera o stare con I miei figli…

In generale, le tue canzoni fanno un gran uso della rima… perché scegli di scrivere con questo vincolo così stretto?
BS: Non c’è un vero e proprio motivo, semplicemente mi piacciono le rime. E’ una sorta di sfida: scrivo prima la musica che dà sia melodia che il ritmo; questo significa non solo che le strofe devono far rima, ma farlo in un certo punto della canzone e accordarsi a ritmo e melodia. Poi bisogna stare attenti a non caricare troppo le canzoni. Se un testo è troppo pesante, con troppi significati finisci con non ascoltare la canzone. Non stai scrive un trattato o un libro, ma il testo di una canzone, qualcosa che è parte di un insieme più ampio. E, per dirla tutta, io ascolto principalmente la musica, ancora oggi non focalizzo il testo della la maggior parte delle canzoni che sento. Non ti saprei dire di che cosa parlano. Semplicemente suonano bene, per la musica e per le parole. Certo, se vai un po’ in profondità hanno un significato. Ma quella, almeno per me, è l’ultima cosa.

Non ti preoccupi che un giorno la tua ispirazione nello scrivere canzoni possa esaurirsi?
BS: Noi, di solito, facciamo un disco, partiamo per il tour e quindi non ci rimettiamo a scrivere per almeno un altro anno. In quel periodo mi sembra sempre di dimenticare come faccio a scrivere. Sai che alla fine ci riuscirai, ma non sai come ce la farai. Ma, alla fine, non avere un metodo, o perlomeno dimenticarselo ogni volta, è ciò mantiene fresca la nostra musica.

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