A conversazione con Francesco. Senza far attenzione alle parole...

Francesco non è un bambino arrabbiato. Non è nemmeno cattivo. Anche se a volte qualcosa, qualcuno, ci costringe ad esserlo. Francesco non sta attento alle parole, lo vorrebbe tanto, ma non ci riesce, anche se dice il contrario, anche se le parole possono essere pericolose, anche se possono chiudere il cervello. Le parole sono solo un trucco, ma fanno male come il freddo d’inverno, che ti secca la pelle e ti fa piangere lacrime dagli occhi. Giocare con le parole insieme a Francesco Tricarico è come imbattersi in un vecchio giardino, nascosto oltre un muro umido pieno di muschio e di edera, che non ti fa vedere nulla. Vedi solo un grande cancello e un lucchetto senza chiave. Puoi cercare la chiave, oppure puoi arrampicarti su un albero e scoprire che cosa c’è dietro. E allora scopri che dietro c’è un giardino incantato, dove tutto sembra messo a caso, ma non è messo a caso. Vedi le piante più selvagge e nobili che nessuno vuole più coltivare. C’è la magnolia fiorita, e le foglie sono così lucide che riflettono anche la luna, e c’è il caco spoglio, e ha solo delle palle arancioni appese ai rami, bello come il gioiello più prezioso al mondo. E c’è un’aiuola con una palma altissima piena di datteri, e sotto la lavanda trasforma l’aria color dell’indaco. E ti accorgi che c’è anche l’ortensia blu, il mughetto, il fico e la glicine, coperti di moscerini, di api e vespe e formiche. All’improvviso comprendi che nell’illusoria precarietà di tutte quelle cose, solo la bellezza dà un senso a tutto. Niente si trova lì per caso. Tanto meno le parole di Francesco Tricarico.

E’ appena uscito il tuo terzo singolo. Si dice che il tre sia il numero perfetto… Come va?
Oggi sto male, perché ho preso freddo questa mattina. I muratori stanno facendo dei lavori in casa, per cui devo uscire alle 7.30, e non ci sono abituato. Non sto più a Parma, sono tornato qui a Milano. Comunque tutto bene.

“La pesca” ha una buona programmazione radiofonica, ma arriva dopo “Drago”, che non è andato molto bene. Quando hai registrato il nuovo singolo hai sentito qualche pressione?
Pressioni? Bah, sì, c’erano delle pressioni, ma erano più mie che esterne. Certo non puoi far finta che il mondo fuori non esista, però nella vita puoi anche fare ciò che vuoi. Le pressioni se vuoi puoi sentirle, oppure non sentirle. C’era da vedere come comportarsi, come fare, che strada prendere, se una più pop o una meno pop. Dovevo decidere con chi parlare, con quanti e come.

Quanto ti senti libero quando componi? Molto spesso sembra tu faccia davvero ciò che ti pare…
Fregartene non puoi fregartene, o meglio, fino ad un certo punto. Io poi sono appena all’inizio, non è che posso proprio fare ciò che voglio. Sì, beh, faccio ciò che voglio, però devo tener conto di alcuni meccanismi per cui le tue cose possono arrivare o non arrivare proprio. Sono libero, sì, perché alla fine faccio quello che mi piace e cerco di trasmettere quello che voglio. E’ anche vero che nelle canzoni sottolineo episodi miei, molto personali. Cose importanti per me. Se poi questi arrivano è solo un grande piacere. La libertà all’inizio c’è, ma può anche mancare. Sei tu che devi saperla usare, sapere quanta ne puoi usare per arrivare ad averne sempre di più. Ma prima che tu sia completamente libero, e che il tuo modo di comunicare arrivi, ce ne vuole. E’ come con l’amicizia, prima di conoscere qualcuno ce ne passa. Se vuoi conoscere un amico, o se non lo vuoi fare… Se uno arriva lì e di colpo ti si presenta davanti con un cappello enorme potresti dire che è pazzo, ma se magari ti spiega perché indossa quel cappello, allora potresti anche ridere. Oppure mandarlo via subito.

Hai già identificato il tuo pubblico, capito chi sono le persone che comprano la tua musica?
No. E’ ancora presto. E’ la prima volta che ci penso, ora che me lo dici tu. Non so… E’ bello. Non so neppure se ho già un pubblico. Non mi sono posto proprio il problema.

Una cosa che incuriosisce dei tuoi testi è che ad una prima lettura possono sembrare tristi, ma in realtà hanno tutti un lieto fine. Mi viene in mente “Io sono Francesco”, in cui il bambino Francesco scrive sul foglio bianco “Viva Francesco”, e in questo modo manda al diavolo tutti coloro che l’avevano trattato male. Quando scrivi c’è qualche sentimento che emerge più di un altro?
Sentimenti… in tutti i pezzi è come cercare di venir fuori da dei sentimenti, e forse è un tentativo per razionalizzarli; sentimenti che, almeno personalmente, in un determinato periodo di tempo non mi facevano stare tanto bene. Le canzoni erano un modo per uscire da quello stato di malessere. Insomma, non era così grave, però era uno stato non piacevole. Quando le scrivevo usciva sempre una soluzione, qualcosa che mi faceva stare meglio.

Il periodo di cui parli era quello di “Drago”, dopo il successo di “Io sono Francesco”?
Sono canzoni che hanno tutte un anno, sono uscite adesso però sono state composte in un solo periodo, ormai passato. Almeno lo spero.

Le storie raccontate nei tuoi testi si svolgono in un lasso di tempo piuttosto breve: hanno un inizio e una fine, quasi fossero dei piccoli racconti. Ti escono di getto o la fase di composizione richiede più studio?
Oh, quello non so nemmeno spiegartelo. Ci sono alcune cose che so e altre che mi vengono così, e va bene che siano così. C’è una parte che non è razionale e una parte che cerca invece di decodificare, di dare un senso al tutto…

E’ come se nelle canzoni il protagonista, che forse sei tu, fosse sempre lo stesso. Alla fine della storia questo personaggio si prende una rivincita. Un altro esempio è nella canzone “Lavanda”, in cui canti “non sapeva dove sarebbe arrivato, ma sapeva dove voleva arrivare”…
E’ un modo per buttare fuori delle cose. Per comunicare. Prima parlo per me, poi se il messaggio arriva altrove è una gradita sorpresa.

So che non hai la televisione, né la radio, a casa tua…
No, io ce l’ho, la televisione. Ce l’ho nell’armadio. Per me è un oggetto molto negativo, perché so che se la tiro fuori la guardo, perché non puoi farne a meno. Per me è la peggiore delle droghe. Ti fa male al cervello (ride). Non vorrei esagerare… se vuoi taglia pure questo commento. Ti toglie la fantasia, ti toglie l’immaginazione. Poi se ce l’hai è quasi meccanico accenderla, anche perché io sono pigro. Se ce l’avessi la guarderei tutto il giorno.

Quindi non hai nemmeno il computer?
No, no, ce l’ho. Ho anche quello nell’armadio. Me l’ha regalato mio zio che lavora all’IBM. La radio invece sì, ma vorrei eliminare anche lei…

Perché? In fondo la radio l’ascolti e basta, è più gestibile…
Sì, ma credo che in uno spazio intimo, privato, non ci debba entrare nulla, neanche il telefono. Devi avere uno spazio dove nessuno può entrare. La privacy… Normalmente, se vai in giro, è difficile attaccare bottone con qualcuno. Perché si è pieni di difese, il che è anche normale… Prima di parlare, una persona ti deve dar modo di farlo. La televisione invece blocca queste difese naturali, perché ti senti protetto, per diversi motivi. E poi fa grossi danni, perché comunque ti entra in casa… poi io parlo per me. Dipende da quanto sei consapevole di te, quanta coscienza hai, quanto sei tranquillo, quanto stai bene… Per me, per un grande periodo, è stato qualcosa di nocivo.

Come ti tieni aggiornato? So che è una domanda banale …
Basta cha fai un giro in centro e le cose si sentono. I giornali li leggo. Va beh, ma sento anche la radio! Parlo con le persone, vado in giro. Insomma, non c’è bisogno di guardare la televisione per capire cosa succede. La realtà dell’uomo è così piccola, non è che devo sapere cosa succede ovunque, adesso. In fondo le galassie sono molto più vaste di quanto non lo sia il mondo degli uomini…

E’ un modo per essere più libero?
Più libero, certamente.

Mi viene in mente che in “La pesca” parli di riscoprire tutti i sensi: udito, vista, tatto, gusto, olfatto. Credi che la società inibisca a tal punto l’uomo?
Eh, ma questi sono discorsi lunghi da fare! Insomma… Sì. Va beh, se vuoi posso anche risponderti, anche se non so quanto… Poi io parlo sempre per me. Per me la conoscenza passa attraverso i sensi, che è lo stesso motivo per cui non ascolti la radio, non guardi la televisione, non vai al cinema… Perché comunque non è conoscenza. Per me la conoscenza è legata ai sensi. Udito, vista, olfatto, tatto, gusto… e basta. Per gran parte della mia vita ho vissuto in modo presuntivo. Leggi molto, ti arrivano molte immagini, vedi molte cose, ma alla fine non hai un’esperienza epidermica. Per cui non sei vivo. Non è tutto frutto della tua immaginazione: perché la fantasia è una grandissima cosa, ti dà grandissimi risultati, però senza il corpo la fantasia, se la estremizzi, ti porta alla distruzione. E’ meglio essere ben piantati in terra. Per come sono stato educato io, mi è stato insegnato a curare poco il corpo. E non è bello. Perché più sei forte fisicamente meno hai paura di vivere. E vivere vuol dire rischiare, perché comunque avere a che fare con un’altra persona vuol dire mettersi in gioco. Rischiare che ti dia una sberla. Poi magari ti dà un bacio… sì, un bacio. Nella canzone i sensi si riferiscono ad una consapevolezza fisica, alle possibilità di ciascuno di conoscere attraverso il corpo, e non solo attraverso gli occhi, o l’udito.

E a te quale dei cinque sensi piace di più, e a quale non rinunceresti mai?
Tutti. Se poi mi dovesse capitare di dover scegliere… Però non ci penso.

La foto di copertina di “La pesca” è tratta dall’archivio “Tricarico”. Di cosa si tratta?
Avevo fatto delle foto molto belle, ma alla fine non ero riuscito a fare esattamente quello che avevo in testa. Per cui, non so per quale motivo, mi sono rimesso a guardare le mie vecchie fotografie, e questa mi piaceva. E’ mio padre.

Era un aviatore?
Sì.

Quindi hai un archivio di immagini dal quale peschi quelle che più ti piacciono?
No, non è un archivio! Quello l’ha scritto il grafico perché sono sorti dei problemi, non so di che tipo… “Archivio”… sono semplicemente le foto che ognuno ha in casa…

Il drago cosa rappresenta?
Del drago preferirei non parlarne…

D’accordo. C’è uno di questi tre progetti (indico i singoli appoggiati sul tavolo, in fila) a cui sei più attaccato?
L’ultimo.

Come mai?
Perché è una cosa nuova! Il resto c’è già stato. So già cosa è successo. Qui invece non so cosa succederà.

Cosa ti aspetti?
Niente.

Come sempre?
No, forse ho sbagliato… qualcosa mi aspetto. Però non so cosa. Almeno, so che cosa piacerebbe fare a me. No, sì… qualcosa mi aspetto. Poi non so se si realizza. Boh.

Personalmente trovo che la musica che componi, fatta di basi elettroniche quasi adatte per ballare, non vada d’accordo con i testi, poetici e visionari. So che hai alle spalle degli studi classici. Non hai mai pensato di preparare delle musiche acustiche più consone all’atmosfera delle storie che racconti, magari utilizzando il trio di strumentisti con i quali suonavi in passato?
Ti dirò, le parole che uso non è che mi piacciono tanto. Nel senso che se poi a quelle parole ci metti intorno anche una musica acustica rischiano di diventare estremamente tristi. Siccome quelle sono cose, se vuoi anche tristi, ma che cercano una via positiva… in realtà non sono nemmeno tristi, sono momenti del passato. A me la musica, più è dance… se fosse più dance… mi piacerebbe ancora di più. Adesso. Perché comunque è un modo per rendere tutto più pop. Più pop è, meglio è. Più semplice è, meglio è. Ma perché è la mia aspirazione personale, quella di essere semplice.

“La neve blu” è l’unica traccia davvero classica: sei solo tu che suoni al piano. In effetti è forse la più emotiva. Come mai hai pensato proprio a questo brano per una versione acustica?
Non parliamo neanche de “La neve blu”…

Va bene. Vedo che questo capitolo non ti piace molto. Tolgo il CD dal tavolo, così non lo vedi. Era un periodo davvero così brutto?
No, è solo una cosa di cui ancora non mi sento di parlare.

So che sei abbastanza pignolo nel tuo lavoro, ci tieni che tutto sia in ordine, dalla grafica ai video. So anche che ti piace fare le cose con calma…
Sì, ma neanche tanto. Questa è una cosa che c’è stata, sì, l’ho detta in certi momenti, però non m’interessa più adesso, almeno fino ad un certo punto. La cosa bella è anche lavorare con altri e avere uno scambio di idee. Per cui anche nei video… anche nell’ultimo, quello de “La pesca”, l’idea è stata mia. Però poi il regista ci ha messo del suo, per esempio quando c’è la festa. Sulla lentezza… adesso farei un sacco di cose. E poi non credo che sia bene avere sempre il controllo di tutto: è bene anche fregarsene, lasciare che le cose vadano…

Mi piace molto la frase “solo una cosa non va bene, quando qualcuno cerca di portarti via il tuo sogno”, in “Lavanda”. Le tue canzoni arrivano dai sogni che fai?
No. Beh, i sogni, ti metti lì e scrivi. E’ come un sogno ad occhi aperti. Però in quel caso il sogno è qualcosa di più concreto. Quando hai un’idea, hai un’idea, e basta. A volte qualcuno vuole manipolare la tua idea, ma può capitare in tutti i campi, nella vita… Devi starci all’occhio. Perché se troppe persone ci mettono voce perdi la tua espressività. Per certe cose sei solo.

Molto spesso nelle tue canzoni ricorrono elementi naturali, addirittura ci sono due brani che si intitolano “La pesca” e “Lavanda”. Proprio quest’ultima inizia con un’immagine molto suggestiva di te che pianti carote e pomodori in un campo. Quanto è importante per te la natura?
E’ bellissima. Ma qua non c’è. E’ la cosa più rilassante, la cosa che dà di più e che alla fine ti chiede poco, se non niente. Per me è qualcosa da riscoprire, ma Milano è povera in questo senso. Non ha delle grosse risorse naturali.

Non ti piace la campagna lombarda?
No. No, beh, mi piace… La campagna lombarda è bella. E’ un po’ troppo coltivata, forse (ride).

E a Parma come ti trovavi?
Non parliamo neanche di Parma…

Okay. Ti faccio l’ultima domanda, allora. Leggi mai le cose che scrivono su di te?
Beh, sì.

Te lo chiedo perché ho parlato con delle persone che proprio non ne volevano sapere, di leggerle…
No, a me interessa. Mi diverte. Poi meglio cancellarle subito.

Dicono delle cose sbagliate su di te?
A me non interessa le cose che scrivono, non m’interessa proprio. Qualsiasi cosa scrivano va bene… Se scrivono cose che io non dico, magari lì ti può dar fastidio. Mi dà fastidio se scrivono cose che non ho detto su altre persone.

Ti è capitato?
Sì. Finché riguarda me, non me ne frega niente. Almeno, insomma, fino ad un certo punto.

Adesso devo per forza chiederti cosa verrà dopo “La pesca”.
Eh, non so, uscirà a marzo, a primavera, uscirà qualcosa…

Un altro singolo?
Forse.


(Valeria Rusconi)


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