C'era una volta il trip-hop. E c'è chi è andato oltre a quel movimento modaiolo, come Louise e Andy...

Louise Rhodes e Andy Barlow hanno superato il momento più difficile della loro storia e il rischio di scioglimento in modo brillante, pubblicando “What sound”, un disco all’altezza dei precedenti “Lamb” e “Fear of fours”, accolti da un generale consenso critico e da discreti risultati di vendita. I Lamb non hanno ancora trovato la strada per arrivare al grande pubblico, ma possono contare su un seguito attento e fedele, che apprezza la sofisticata fusione tra elettronica e canzone offerta dai due. Li abbiamo incontrati durante una pausa del soundcheck della loro esibizione milanese del 29 novembre scorso.

“What sound” ha tutte le caratteristiche di stile più riconoscibili dei Lamb, ma al tempo stesso aggiunge qualcosa ai vostri lavori precedenti. Quali risultati volevate raggiungere con questo disco?
Louise: Non ci mettiamo a pensare e pianificare le nostre mosse, almeno non molto. Penso che sarebbe una vergogna se non ci evolvessimo come gruppo da un disco all’altro. E’ un processo naturale e questo album è il passo successivo.
Andy: Avevamo un pezzo di carta mentre registravamo, su cui c’erano scritte poche parole chiave: semplicità e nessun trucco. Volevamo che l’album comunicasse in modo diretto quello che siamo. E comunque ci è uscito in modo molto spontaneo.

Però è il disco è anche il risultato di un periodo di forte crisi tra di voi. Come ne siete usciti?
Louise: E’ stata una parte del processo di questo album in un certo senso. Anche in questo caso è stata un’evoluzione naturale. Le differenze fra noi due, nel migliore dei casi, sono molto creative. E’ il classico rapporto fra yin e yang: due parti diverse che si stimolano a vicenda costantemente. La nostra relazione è sempre stata così. A un certo punto però questo si è bloccato e abbiamo cominciato a costruire un muro fra di noi. Quando ci siamo sciolti, la distanza ci ha fatto considerare meglio quello che stava accadendo. Ci siamo resi conto che i Lamb in qualche modo sono più grandi della somma delle loro parti, cioè di noi due singolarmente. I nostri ego stavano prendendo il sopravvento, eravamo due individui che improvvisamente erano diventati più importanti del tutto. Una volta che ti rendi conto di questo, è facile cominciare a funzionare a un livello diverso.

Quindi vi siete davvero sciolti.
Louise: Sì, ma solo per un paio di settimane.
Andy: E’ stato un periodo strano. A un certo punto io soffrivo di un forte blocco creativo, non riuscivo a comporre niente. Louise invece arrivava ogni giorno con una nuova canzone, il che mi spingeva ancora di più a isolarmi nel mio buco. Non appena ci siamo sciolti, mi sono venute un sacco di idee. E’ come se tutte quelle accumulate in sei mesi uscissero tutte in una volta. Nel giro di un paio di giorni ho capito che era importante per me continuare coi Lamb. E’ stato come se saltasse un tappo molto pesante. Dopo due settimane ci siamo resi conto che la cosa migliore da fare era ricominciare a suonare insieme.

A parte le incomprensioni tra voi, non ci sono state tensioni con la casa discografica o altre pressioni di questo tipo?
Louise: No. Cerchiamo di non farci influenzare dalle aspettative della casa discografica. Se ti preoccupi di quel tipo di attese, ti viene voglia di mollare tutto. Con la nostra etichetta c’è un rapporto strano: non siamo una band convenzionale e i discografici capiscono che c’è qualcosa di speciale in noi, ma non capiscono cosa, né comprendono come lavoriamo, soprattutto in Inghilterra. In Europa le cose vanno meglio.

Quando avete iniziato, esplodeva il trip-hop e sembravate arrivati proprio al momento giusto. Adesso che le cose sono cambiate, come vi vedete nella scena musicale di oggi?
Louise: Solo come i Lamb. E’ stata solo una coincidenza che noi uscissimo contemporaneamente all’esplosione del trip-hop. Non avevamo intenzione di fare parte di quel movimento.
Andy: Penso che sia significativo il fatto che noi siamo ancora attivi e abbiamo un contratto, mentre molti altri gruppi del periodo sono spariti. E’ stato un bene per noi il fatto di non essere mai stati davvero di moda. Non abbiamo avuto sei mesi di fama enorme e poi basta, ci siamo costruiti un seguito gradualmente. Ogni volta che siamo andati in tour, abbiamo suonato in locali più grandi rispetto alla volta precedente, ci siamo fatti conoscere più che altro con il passaparola.

La vostra musica potrebbe funzionare benissimo negli spot pubblicitari. Non so se abbiate già concesso l’utilizzo di qualche brano o se abbiate riserve nel farlo…
Louise: La Audi ha usato una nostra canzone. Se non si tratta di un prodotto scadente, non abbiamo problemi. Ma non vogliamo entrare nel mondo della pubblicità a tutti i costi perché ci farà diventare famosi.
Andy: Ci piacerebbe portare con noi in tour un altro cuoco e un omeopata. Questo mi interessa più dei soldi.

Ci sono gruppi che hanno fatto discutere per avere rifiutato grosse offerte: si è parlato dei White Stripes, ma la notizia era gonfiata, ora pare che la Beta Band abbia detto di no a una cifra notevole.
Andy: Non credo che sia vero. A meno che non si tratti dei Radiohead, qualsiasi gruppo accetterebbe una grossa offerta, perché è difficile tirare avanti. In tour, noi giriamo in quindici e la casa discografica non dà alcun supporto. Quando andiamo in Australia ad esempio i costi diventano molto alti. Quindi, se vogliamo far sentire in giro la nostra musica, abbiamo bisogno di soldi e se qualcuno ci offre 100.000 sterline, possiamo fare concerti per sei mesi senza preoccuparci dei soldi. Se il prodotto da pubblicizzare è buono e ci fanno una buona offerta, accettiamo, perché ci dà la possibilità economica di fare quello che vogliamo.
Louise: Devi considerare anche che è un momento difficile nell’industria della musica. C’è un sacco di gente che ha perso il contratto, non è facile riuscire a trovare i soldi che servono per continuare. Per continuare a registrare e andare in tour, dobbiamo avere una maggiore indipendenza economica.
Andy: L’idea tradizionale di major discografica sta morendo; penso che gli operatori del settore lo sappiano e se la stiano facendo addosso. Quindi, hanno tagliato i fondi e noi dobbiamo trovare i soldi da altre parti.

Quindi pensate che il futuro sia in Internet?
Andy: Le case discografiche sono come banche. Quello che ti serve sono i soldi per i video e per andare in tour ma, come capita con le banche, devi pagare un sacco di interessi. Adesso siamo in una posizione tale da poterci anche permettere di essere scaricati: siamo autosufficienti per andare in tour e se guadagnassimo cinque sterline per ogni copia venduta anziché solo una potremmo pagarci anche i video. Avremmo un maggiore controllo su tutto e penso che in futuro le cose andranno in questa direzione. Sarà un problema per i gruppi nuovi che non possono permettersi di andare in tour.
Louise: Le major sono come grosse macchine. Puoi anche diventare dipendente da queste strutture, essere un pupazzo nella macchina. In generale, ci sono molte cose nel mondo che sembrano crollare, definizioni che non sono più molto chiare nella musica, nell’arte, manca una direzione che motivi la gente. Internet ci dà la possibilità di parlare direttamente con i nostri ammiratori, ma al momento è tutto ancora allo stadio embrionico, non è possibile sapere Usate molti suoni elettronici, ma dal vivo avete un approccio diverso. Portate altri musicisti sul palco con voi, a volte ci sono anche parti improvvisate. Come pensate i vostri spettacoli?
Andy: La tecnologia mi dà la possibilità di controllare molti suoni e di integrarli con quelli di altri musicisti, con le voci e le immagini proiettate. Quello che cerchiamo di fare è amalgamare la tecnologia con suoni “reali”. In studio c’è molto più tempo per studiare i dettagli, ma riuscire a farlo sul palco e trovare il gruppo giusto è qualcosa di davvero speciale.
Louise: Ci divertiamo, non vediamo il concerto come una specie di esercizio o qualcosa del genere.

Ci sono molti gruppi che cercano di sembrare distaccati sul palco, di assumere pose un po’ da star…
Andy: Penso che i Lamb siano l’opposto di quel modo di essere noiosi.
Louise: Siamo entusiasti della vita in generale, siamo fatti così. (Li chiamano per riprendere il soundcheck) La maggior parte delle volte devono farci smettere di parlare durante le interviste, come vedi.

(Paolo Giovanazzi)

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