Il cantautore romano racconta 'Download', il disco che non c'è (e che si trova solo in rete)...

Claudio Baglioni e il World Wide Web. Un rapporto dialettico, dinamico e per certi versi (almeno in Italia) pionieristico e votato alla sperimentazione. A partire da “Download”, ultima iniziativa lanciata attraverso il sito Internet dell’artista, www.claudiobaglioni.it: dodici canzoni vendute all’“incanto”, un gruzzolo di tracce sonore ricavate dall’ultimo tour acustico per voce e pianoforte disponibili in esclusiva on-line dal 17 novembre al 31 gennaio del 2002. Acquistabili (al prezzo di un euro ciascuna) e disponibili per qualunque uso legittimo, copia privata compresa, con la possibilità ulteriore, per l’utente, di crearsi un CD (o altro supporto) su misura, con tanto di testi, foto e copertina.
In attesa di affrontare le due ultime tappe della sua avventura in solitaria (al Teatro Massimo di Palermo e poi, l’8 dicembre, al San Carlo di Napoli, aperto per la prima volta alla musica “leggera” o, come si preferisce dire oggi, popolare), Claudio Baglioni ne parla con Rockol, riflettendo sugli scenari che le nuove tecnologie elettroniche aprono sui rapporti tra musica, artisti, discografia e pubblico. Che sia il momento di rimettere tutto in discussione?


Prima di tutto, complimenti per il coraggio. Questo è un momento in cui molti si muovono ancora con i piedi di piombo, quando si tratta di mettere musica in circolazione su Internet. Tu invece carichi on-line materiale “caldo”, attualissimo, e dunque a forte rischio di pirateria, sia on-line che off-line. E’ un rischio calcolato?
Tutto quanto viene reso pubblico, oggi, è a rischio di duplicazione. Forse il tempo dei calcoli e delle precauzioni è finito, dopo che ci si è accorti che quel tipo di atteggiamento non porta da nessuna parte: il mercato discografico è collassato comunque, e non sembra dare segnali di recupero. Questo mio recente giro di concerti, pur a teatri gremiti, ha registrato circa 70 mila presenze: numeri più che soddisfacenti, ma per forza di cose inferiori a quelli collezionati con i tour precedenti. C’è stata di conseguenza, da parte di molti, una richiesta pressante di avere una documentazione sonora di ciò che era accaduto nel corso di quelle serate.

Dunque l’idea ti è stata in qualche modo suggerita dal pubblico…
Sì. Avevo escluso per sempre la possibilità di pubblicare un altro album dal vivo, a meno che si fosse riusciti a trovare il modo di sviluppare un progetto meno “strutturato”, che non avesse la forma in qualche modo preordinata del disco tradizionale. Una sera, giocando con questa idea, mi è venuto in mente che la rete potesse essere una soluzione. C’è chi ha parlato di pionierismo, di un esperimento, e in parte è così che questa iniziativa va interpretata: ma probabilmente questa è anche una modalità di offerta più vicina ai contenuti dei miei ultimi concerti. Nel corso delle esibizioni facevo qualcosa di simile, anche se in modo più scherzoso, mettendo all’“incanto” alcuni brani che non eseguivo da tempo in pubblico. In fondo, questa è un’esperienza che collega la dimensione più antica della proposta dal vivo al suo versante più moderno, realizzando una sorta di viaggio nel tempo e nello spazio. Abbiamo pensato di richiedere una tariffa simbolica, un euro per canzone…

…Che significa poco più di 23 mila lire per confezionarsi un CD di 12 canzoni. Come avete calcolato il prezzo?
Tenendo conto dei costi di produzione e di sviluppo del sistema, dei diritti SIAE, ecc. Abbiamo voluto restare nei limiti di un’operazione che risultasse conveniente anche per il consumatore, e ci è sembrata anche l’occasione giusta per cominciare a ragionare in termini della nuova moneta unica…Non abbiamo voluto lanciare “Download” tra squilli di trombe e rulli di tamburi: come il tour di “InCanto”, si tratta di un tentativo fatto sottovoce per smuovere le acque e non restare immobilizzati su posizioni che portano inevitabilmente un artista, prima o poi, ad ingrigire e ad estinguersi. Volevamo far arrivare un invito di tipo diverso, dinamico, ad un pubblico che magari ha anche poca familiarità con le tecnologie. E’ un po’ come andare alla ricerca di spazi diversi per la musica, o fare musica di contenuto diverso in funzione di determinati spazi. I risultati, in termini numerici, sono già oltre le aspettative. Abbiamo raccolto una media di 2.750 connessioni al minuto, che è una frequenza di contatti da grandi portali e motori di ricerca, doppia rispetto a quella normalmente registrata sul sito: che pure era risultato lo scorso anno il più visitato in Italia tra quelli a contenuto musicale. Abbiamo raddoppiato il server per permettere agli utenti di beneficiare di una maggiore fluidità nelle operazioni on-line, il call center è stato subito intasato di richieste, al momento dell’inaugurazione abbiamo contato 360 iscrizioni per lo scaricamento di tutti i brani. Ma al di là del successo di “quantità”, mi piace pensare che il sito si stia affollando come un grande foyer: è come immaginare file di appassionati che attendono di acquistare il biglietto di ingresso, che si radunano per assistere ad un evento. Questo è un po’ il mio sogno: vorrei che il sito, oltre che un archivio o una grande banca dati, diventasse sempre più un luogo fisico e immaginario che sappia aggregare una comunità di persone.

Qual è il tuo contributo allo sviluppo dei suoi contenuti?
Suggerisco idee, faccio proposte. Ma prima di tutto sono il “guardiano” di ciò che viene messo in rete. La mia intenzione è di dedicarci sempre più attenzione, rivoltandone l’architettura e l’organizzazione più che i contenuti: l’idea, ripeto, è di creare una città ideale dove si hanno più motivi per soggiornare, al di là della possibilità di accedere alla musica e ad altri tipi di servizi.

Hai sottolineato giustamente il risvolto interattivo di “Download”. Alcuni artisti – mi vengono in mente Todd Rundgren e Peter Gabriel, tra i primi – sono già andati oltre, mettendo la propria musica nelle mani del pubblico, consentendone la libera manipolazione attraverso gli strumenti multimediali. E’ una prospettiva che ti affascina, o credi piuttosto che l’artista debba conservare una qualche forma di controllo e di “censura” sulla propria produzione?

In fondo è anche questo un modo veloce, pronta cassa, di sviluppare un concetto che in musica esiste da sempre. Tutti gli autori vengono continuamente reinterpretati: e non penso solo all’attività dei remixer ma anche ai direttori d’orchestra che riarrangiano le partiture originali.

In quel caso la garanzia consiste nel fatto che il repertorio viene manipolato da professionisti… Questo è vero. Credo che operazioni di questo genere abbiano un senso, ma non vorrei che gli artisti finissero per abdicare alla responsabilità della prima scelta, alla paternità dell’opera. Non vorrei si passasse il segno, delegando ad altri la creatività dopo avergli messo a disposizione una serie di informazioni e di strumenti. Questa responsabilità – e anche il rischio di commettere degli errori – qualcuno se la deve pur prendere.

Altri artisti, come Pete Townshend, stanno approfittando della rete come di una chance per aprire gli enormi archivi che hanno tenuto forzatamente chiusi per anni, sfuggendo per la prima volta alle ferree logiche dell’industria discografica che impongono di limitare la produzione immessa sul mercato.
Anche questa è un’opportunità interessante, ma bisogna stare attenti a non mettere il piede in una trappola. Se si apre tutto, si rischia di aprire anche l’accesso alle fogne…Bisogna stare attenti ai cattivi odori che possono emanare dagli scantinati, non tutto profuma d’arte…Ma certamente Internet, grazie alla sua rapidità e potenza comunicativa, consentirà a molti artisti di allargare ad un pubblico più vasto un tipo di rapporto che già oggi esiste con gli ammiratori di più stretta osservanza o con i fan club. Non sarà certo questo a creare problemi alla discografia, che da anni è vittima di una congiuntura negativa che non sembra offrire grandi spiragli di ripresa. Ho appena saputo che l’Unione Europea sembra finalmente intenzionata a prendere seriamente in esame la questione dell’IVA sui dischi: sarebbe già un passo avanti, almeno per l’abbattimento dei prezzi al pubblico.

Come ha reagito la tua casa discografica, la Sony, a questa iniziativa?
Si sono mostrati incuriositi. Chiaramente questa è un’operazione estranea agli schemi classici del rapporto tra artista e casa discografica, e devo davvero ringraziare la Sony di avermi lasciato completamente carta bianca. Credo che questo sia anche un segnale confortante, sul piano della qualità dei rapporti tra la comunità artistica e l’industria. E mi auguro anche che operazioni di questo genere possano contribuire a recuperare nel pubblico la convinzione che l’industria musicale rappresenta un patrimonio da preservare. Chissà che possano servire ad una moralizzazione dei rapporti: fino ad oggi le campagne antipirateria sono servite a ben poco.

A proposito di rapporti tra artisti e case discografiche, negli Stati Uniti infuria una polemica aspra a proposito dei reciproci doveri e diritti, anche economici. Tu credi che il Web inciderà sui contenuti di queste relazioni? E’ già in atto una redistribuzione del potere?
In parte è già avvenuta, perché molti artisti hanno dimostrato di poter fare a meno di un editore discografico instaurando un rapporto diretto tra produttore e consumatore. Io mi reputo, in fondo, un artista della vecchia guardia, e devo dire che mi dispiace l’idea di una discografia in declino. Sono nato e cresciuto in quell’industria di fine anni ’60, primi anni ’70, in cui i discografici erano persone che operavano delle scelte coniugando piglio manageriale e intuizione artistica, un po’ come oggi sanno fare i nostri stilisti di moda.

Erano quelli che gli americani chiamano “music men”…
Esatto. Col tempo, questa figura di discografico si è un po’ sbiadita, si è finito per immettere sul mercato una quantità di prodotto insostenibile per l’utente. E il troppo arriva quando non si sa più scegliere: quello è il momento in cui si comprano più biglietti della lotteria nella speranza di imbroccare la combinazione giusta. Indubbiamente, Internet potrebbe modificare profondamente i contenuti di questo business. Potrebbe succedere che la discografia si appropri del mezzo, trasformando la rete in un veicolo efficace di distribuzione. O magari sarà costretta invece a ridimensionare le sue strutture, riportando alla ribalta i “music men” di cui parlavamo, persone che si concentrano sull’aspetto artistico e che producono contenuti. Internet potrebbe liberarle dall’ingombro delle funzioni amministrative e distributive, che poi sono oggi quelle che più di altre risentono della crisi di mercato.

Nello streaming e nel downloading in rete scorgi delle opportunità economiche, per chi si occupa professionalmente di musica?
L’opportunità c’è, anche se non credo che Internet renderà il pubblico più cospicuo e più numeroso. I consumatori potranno essere attratti dai contenuti, dalla dinamicità delle proposte, dalla possibilità di trovare supporti ancora più nuovi da utilizzare. Si tratta in un certo senso di creare un’autostrada dove prima c’era un sentiero. Io mi auguro che l’evoluzione della tecnologia porti con sé anche lo sviluppo di idee originali, di nuovi linguaggi. E’ come lanciare un sasso nello stagno: si producono dei piccoli moti ondosi, e c’è da sperare che qualcuno di questi provochi ulteriori riverberazioni. Il Web potrebbe essere un mezzo per riconquistare una parte perduta di pubblico, anche perché in quell’area si muove una fascia di utenti potenziali che negli anni si è disaffezionata al prodotto discografico.

Tu sostieni che il disco, concettualmente, non si è saputo evolvere rispetto alle sue origini. Vuol dire che ritieni superata l’esperienza di ascolto in quanto tale?
Certamente è diventata una forma di fruizione estremamente settoriale. Resta una fetta, sempre più ridotta, di “nostalgici” che mantengono quel tipo di tradizione, di abitudine, di rituale; ma per molti altri l’ascolto inteso come esperienza totale ed invasiva da fare ad occhi chiusi appartiene al passato. Il disco rischia di diventare un “desaparecido”…

Ma non credi che, come la lettura di un libro sulla poltrona di casa o la visione di un film in una sala cinematografica, quello sia il modo migliore per godersi appieno la fruizione di un prodotto culturale?

Vorrei che fosse così: altrimenti il rischio è l’alienazione, la sostituzione totale di esperienze profonde con una superficialità che si risolve in un rimbalzo continuo tra mille superfici speculari. Il disco, tuttavia, patisce il fatto di avere perso il suo fascino di icona. Quando c’era il vinile, quello era un supporto dedicato esclusivamente alla musica, utilizzato tutt’al più per riprodurre in audio qualche commedia od opera teatrale. Oggi invece il compact disc è diventato un veicolo per contenuti molteplici e il supporto ha perso ogni sua valenza simbolica. Artisti e discografici, forse per pigrizia, hanno perso competitività nei confronti di nuove proposte multimediali che sono capaci di coinvolgere i cinque sensi simultaneamente. Il disco, al di là della qualità di incisione e di riproduzione, è rimasto sostanzialmente lo stesso di sessant’anni fa. In più, i mezzi di comunicazione hanno contribuito a sminuire l’importanza del fatto musicale. I giornali parlano sempre meno di musica: leggo proprio in questi giorni recensioni di dischi nuovi che solo tre o quattro anni fa avrebbero avuto una mezza pagina su un quotidiano e che oggi sono ridotti a due misere colonne. La radio trasmette musica acriticamente, la televisione fa musica dalla mattina alla sera ma come sottofondo per quiz milionari o per il karaoke. La memoria musicale è stata saccheggiata in lungo e in largo, ma per il resto nulla è cambiato.

Dunque è necessario ricercare altre forme di espressione…
Anche nella musica dal vivo bisognerà tentare strade nuove. Io intendo il ruolo dell’artista come quello di un artigiano ma anche di un artefice di nuove proposte cui spetta il compito di formulare inviti ed offrire occasioni a chi lo segue, un po’ come fosse un capoclasse o una guida turistica. Anche l’esibizione dal vivo ha bisogno di formule, orari, lunghezze diverse: un concerto, in certi casi, potrebbe trasformarsi da evento unico a racconto che si sviluppa cronologicamente su più giorni. Insomma, si tratta di trovare moduli più flessibili: ci portiamo dietro certe cose in eredità come fossero dei riti immutabili, ma non è così.

Hai voluto sottolineare che “Download” rappresenta solo un primo passo nell’esplorazione dei new media. Hai altre iniziative in cantiere?
Per il momento non ho idee precise, ci sono solo abbozzi embrionali e ancora troppo confusi per parlarne.

Tu hai definito “Download” il “disco che non c’è”, ribadendo che i materiali messi in rete non saranno mai disponibili sui canali tradizionali: in passato però molte iniziative nate per il Web si sono alla fine tradotte in prodotti discografici destinati ai negozi.

Non ci sono obblighi di nessun tipo che mi costringono a farlo, ed è mia ferma intenzione non recedere da questa idea. Si può invece dire che“Download” resta un “work in progress”, e che altro materiale potrebbe essere reso disponibile sul sito. Durante i concerti di “InCanto” ho interpretato 45-50 brani: ogni selezione risulta sempre difficile e dolorosa, e qualcos’altro potrebbe finire in rete.

Napster e i suoi cloni sono stati solo un esercizio geniale di scippo del copyright o hanno insegnato qualcosa ai professionisti della musica?
L’impatto che hanno prodotto è innegabile, e mi auguro che possa essere trasferito a vantaggio di tutti. Anche la fissione nucleare può servire a confezionare la bomba atomica oppure, alternativamente, a produrre energia benefica. Ed il “file sharing”, concettualmente, resta un’idea molto interessante.

All’inizio della nostra chiacchierata hai confessato di non essere troppo preoccupato dall’eventualità di un furto digitale della tua musica.
Se da una parte sono affascinato dalla progettualità e dalla costruzione di scenari futuri, dall’altra mi ritengo, per certi versi, un artista rudimentale: mi salva la possibilità, un domani, di staccare la spina e ogni genere di collegamento elettronico, prendere una chitarra e mettermi a suonare nella stazione di una metropolitana. Ecco perché non mi sento terrorizzato dalla prospettiva di un esproprio. Ogni artista conserva la possibilità di coltivare le sue idee musicali, di metterle in pratica e di comunicarle in qualche modo al pubblico. Finche avremo questa opportunità, saremo al riparo dalla catastrofe.


(Alfredo Marziano)

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