In teoria, parlare dei Mission nel 2001 è una pura operazione nostalgica. Certo, c’è in circolazione un album nuovo (“Aura”, in uscita in questi giorni), ma il suono è rimasto molto simile a quello degli anni ’80, quando il gruppo era un ascolto imprescindibile per chi ingrossava le pattuglie dei dark (così si chiamavano gli zii degli attuali adepti del “goth movement”). Inoltre, della formazione originale sono rimasti solo il leader Wayne Hussey (voce e chitarra) e il bassista Craig Adams. Insomma, la tentazione di liquidare l’operazione come una rimpatriata un po’ triste c’è tutta. Poi ci si ritrova di fronte Hussey e viene voglia di buttare nella spazzatura tutte queste considerazioni da critico con la puzza sotto il naso. Il frontman dei rinati Mission si presenta in regolare completo nero ma non ha nulla del rocker romantico e decadente che ci si potrebbe aspettare: è chiaro che si sta divertendo parecchio a far rivivere il gruppo che lo ha portato in cima alle classifiche britanniche una quindicina d’anni fa. Non si prende sul serio (dote rarissima) e racconta delle sue vicende di ex-rockstar con disincanto e senso dell’umorismo; sa benissimo che non sta inventando niente di nuovo ma pensa – a ragione – che le sue nuove canzoni reggano tranquillamente il confronto col passato. Fossero tutti così i reduci degli anni ’80… La storia dei Mission negli ultimi anni non è molto chiara. Puoi riassumermi gli avvenimenti principali?
I Mission sono esistiti fino al ‘95/’96, quando abbiamo inciso un album per una indie inglese. Poi io mi sono trasferito in America, ho preso un periodo di pausa e mi sono dedicato ad altre cose. Due anni fa Craig, il bassista, mi ha telefonato per chiedermi se volevo fare un tour in America: mi sembrava una buona idea e ho accettato. E’ stato divertente e così abbiamo fatto altri concerti; poi ci è venuta voglia di fare un nuovo disco, ed eccoci qui.
In Italia, davate l’impressione di un gruppo che ha fatto perdere le proprie tracce.
In effetti è stato così: molti hanno perso le nostre tracce. Invecchiando, la gente si sposa, mette su famiglia e perde interesse per la musica, è naturale. Come qualsiasi altra cosa, la musica funziona a cicli: quello che è di moda quest’anno, è “out” l’anno dopo. Noi siamo stati vittime, come molti altri, del cambiamento dei trend. Alla fine comunque, se la musica è buona riesce a trascendere le mode.
Questo spiega il fatto che ci sia ancora interesse per i Mission o c’è dell’altro?
Be’, siamo visti come parte del movimento gothic, che è diventato un fenomeno di portata mondiale negli ultimi dieci anni. Solo l’anno scorso abbiamo suonato in Sudafrica, Brasile, Cile, Argentina, Stati Uniti, Messico, Grecia... Il movimento ha continuato a crescere, anche se è rimasto un fenomeno underground, e ha un pubblico molto fedele. Questo ci permette di continuare a suonare e inoltre spinge molti ragazzi a venire ai nostri concerti. E’ piacevole vedere gente giovane fra il pubblico, è il segno che abbiamo pur fatto qualcosa di buono.
Negli anni ’80 siete diventati un nome da posizioni alte in classifica, però non siete riusciti a tenere insieme la band. Cosa è accaduto?
E’ stato un periodo molto intenso delle nostre vite. Avevamo successo - certo, era poca cosa se paragonato a quello degli U2 - e quando ciò accade cominciano a esserci molte pressioni, non solo dall’esterno: tu stesso cominci ad avere delle aspettative. Inoltre, quando abbiamo cominciato non avevamo soldi e tutti insieme ci facevamo droghe a buon mercato. Con i soldi, avevamo a disposizione roba diversa e più costosa (risata). Così, ognuno ha preso una direzione diversa e questo alla fine ha influito. Inoltre, fare la stessa routine per diversi anni ci ha stancato.
I contrasti dovuti alle droghe sono una costante nella storia del rock, però non tutti ne parlano così apertamente. C’erano davvero questioni del genere?
Sì, è successo così, fondamentalmente. Uno preferiva la cocaina, un altro l’alcol, un altro ancora lo speed, un altro l’acido. Alla fine nessuno era nelle stesse condizioni mentali e la situazione era piuttosto strana.
E tu cosa preferivi?
Personalmente mi piaceva tutto (risata). Attenzione, ragazzi: non fate quello che ho fatto io. Diciamo che in certi momenti della vita ti può capitare di fare certe scelte. Dal mio punto di vista, le droghe mi hanno fatto vedere le cose da una prospettiva più ampia, ma so benissimo che possono essere distruttive. Per chi ha una personalità portata alla dipendenza possono diventare molto pericolose. Per il gruppo, i problemi sono cominciati quando gli stili di vita dei componenti sono diventati inconciliabili e, soprattutto, quando abbiamo perso di vista la musica. Comunque, la considero un’esperienza da cui ho imparato qualcosa. Per quanto mi riguarda, adesso non consumo droghe regolarmente, mi capita solo in qualche occasione. Diciamo che ne faccio un uso ricreativo e… sessuale. La mia droga preferita adesso è il Viagra (risata).
Le canzoni di “Aura” hanno un suono molto familiare: c’è molto dei vostri dischi degli anni ’80 e ci sono riferimenti ai vostri maestri. Ad esempio in “Burlesque” c’è un riferimento esplicito a Iggy Pop…
Sì, ha lo stesso ritmo di “Nightclubbing”, è una citazione voluta. Quando fai musica tendi a metterci dentro le tue influenze, quello che ti piace e a volte anche quello che non ti piace. Penso che questo valga più o meno per tutti, il punto fondamentale è dare la tua impronta personale. Il disco mi sembra tipico dei Mission, anche se in ogni canzone puoi sentire qualcosa che ricorda altri musicisti. In effetti, rubiamo da chiunque, lo abbiamo sempre fatto e molti altri lo fanno. La cosa importante è che devi riuscire a toccare qualcuno con le tue canzoni. Quando succede, significa che stai andando nella direzione giusta.
Pensi che “Aura” possa riportarvi a grosse fortune commerciali?
Onestamente non lo so. Penso che sia un bel disco dei Mission, mi piacerebbe che ci mettesse in una situazione comoda, che ci permettesse di suonare in giro per il mondo e i desse la spinta per fare un altro disco, tutto qui. Non ho particolari aspettative perché so benissimo che puoi incidere il disco più bello del mondo e, se non funzionano certi meccanismi, non accade niente. Comunque, non mi interessa tornare a essere una popstar. Negli anni ‘80 non avevo molto altro nella vita oltre al gruppo, quindi ero disposto a fare dei sacrifici. Adesso non è più così. Se arriva quel tipo di successo, è un bonus, in caso contrario, non ne sentirò la mancanza. Ovviamente, mi piace vendere un sacco di dischi e vedere che la gente risponde bene a quello che faccio. L’importante è che, grazie alla musica, sono riuscito a guadagnare da vivere per me e la mia famiglia negli ultimi vent’anni. Mi sento un privilegiato.
Diversi gruppi degli anni ’80 stanno tornando sulla scena: i Cult, Echo & The Bunnymen hanno ripreso da qualche anno, voi vi state rilanciando. Semplice nostalgia? Non so bene perché succeda. Certo, alla gente piace ricordare il passato. Come dicevo prima, è una questione di cicli: dieci anni fa c’era il revival degli anni ‘70, adesso è il momento degli ‘80. Ho visto poco tempo fa i Soft Cell dal vivo e sono stati grandi. Credo inoltre che negli anni ‘80 ci fossero molte personalità forti nel mondo della musica, c’erano più star rispetto agli anni ‘90. Ad esempio, prendi i Radiohead: mi piacciono molto, ma non si può certo dire che Thom Yorke sia una grande personalità pop. Gli anni ‘80 invece erano pieni di personaggi forti: Robert Smith, Morrissey, Ian McCulloch o, in un’altra area, Madonna e Prince. Negli anni ‘90 c’è stato Kurt Cobain, che ha cambiato il paesaggio musicale. Adesso, a parte gente come Liam Gallagher, non ci sono più popstar interessanti, la scena sembra dominata da gruppi come i Travis. Forse la gente ha bisogno di personaggi pubblici che fanno un po’ i buffoni e negli anni ‘80 molti erano pronti ad agire così. Magari è per questo che stiamo tornando tutti: c’è bisogno di più buffoni! (risata)
Prima dei Mission, hai fatto parte di un gruppo ampiamente mitizzato come i Sisters of Mercy, da cui te ne sei andato in modo poco amichevole. Come vedi adesso quell’esperienza?
Come accade in tutte le relazioni, a volte c’è il lieto fine e a volte no. Eravamo un grande gruppo per quel momento, la nostra musica era molto intensa e ciò era parte del suo fascino. Ci sono canzoni che mi sembrano ancora belle, ma alla fine si tratta di sedici anni fa. Per me, è una vicenda ormai consegnata alla storia.
(Paolo Giovanazzi)
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