Poliedrica. E’ questo l’aggettivo migliore per descrivere Cecilia Chailly: lei ha cominciato dalla musica classica (a sei anni cantava in un coro di voci bianche, poi ha studiato arpa e composizione), ma presto ha sentito l’esigenza di andare oltre. Così, dopo aver suonato nell’Orchestra della Scala come prima arpista, ha cominciato a sperimentare con i suoni. A usarli per tirar fuori quello che le veniva dall’anima: sentimenti, emozioni, impulsi (anche) irrazionali. Dopo un’importante relazione con lo scrittore Andrea De Carlo (Cecilia è l’ispiratrice del fortunato “Arcodamore”) ha dato lei stessa alle stampe un romanzo, “L’era dell’amore”. Ha pubblicato un disco new age, “Anima”, e ora un album ai confini del pop: s’intitola “Ama”, e la racconta meglio di qualunque biografia. Partiamo dai titoli dei tuoi dischi. Il tuo primo album era “Anima”, questo invece è “Ama”…
E’ un invito rivolto a tutti, ma anche a me stessa: voglio cercare di pensare in positivo e credo che anche gli altri dovrebbero farlo. E’ chiaro, la vita non ti viene certo incontro in questo senso. Anzi, ti spinge a essere aggressivo, a consumare, a saltare addosso alle cose e alle persone; la vita ti vizia, ti diverte, ti distrae. Il mio sforzo è quello di restare sempre a contatto con me stessa, di osservarmi “da fuori” come se stessi guardando un film, e di cercare di non negativizzare quello che mi succede. Mai. Il mio obbiettivo è quello di trovare sempre un perché alle cose.
Encomiabile.
Non dico che sia facile. Io, per me, faccio almeno un tentativo: mi guardo dentro, osservo il silenzio – anche se questa società ci insegna quasi ad averne paura – e provo a usare la mia energia vitale come fosse un potere magico. Se qualcosa non va cerco di cambiare prima me stessa: senza colpevolizzarmi troppo, ma cercando di analizzarmi lucidamente. Solo così mi sento padrona della mia vita.
Sembra che la spiritualità giochi un ruolo fondamentale nella tua vita. E nella tua musica.
Sì, e penso che tutti noi Occidentali siamo come minimo cristiani, non foss’altro che per cultura. Detto ciò, ho avuto esperienze di altri tipi di spiritualità, come quella orientale. Ho fatto molti viaggi in India, da sola o con le amiche. Tra donne è più facile: ci si fa compagnia, ma allo stesso tempo ci si lascia in pace a vicenda, dandosi il tempo di riflettere.
E in India cos’hai scoperto?
Gli Indiani hanno un modo di vivere il rapporto con la propria anima molto più coerente rispetto a noi. Sono molto meno scissi. Noi è come se negassimo di averla, un’anima. Loro ne riconoscono l’esistenza in ogni momento. Hanno un modo molto più spirituale anche di fare musica.
Ti sei ispirata a loro anche per comporre “Anima”?
Sì, tutto è cominciato durante un viaggio di qualche anno fa. Con un registratore portatile ho inciso i rumori della strada, del mercato. C’era un tizio che intonava una strana cantilena, probabilmente urlava qualcosa come “Venite qua, ci sono le mele…”. Ho usato quei rumori per aprire il mio disco: sono all’inizio della prima canzone, “Anima”. E quella stessa strana cantilena è anche il tema di un altro brano, “Alleluja om”. L’ho scritto due anni fa, prima di riascoltare il nastro che avevo inciso. Si vede che mi era rimasta davvero impressa.
“Alleluja om” è una specie di invocazione alla pace universale, all’amore tra popoli.
E’ inutile che ti dica che per principio sono contro la guerra. Non credo nella violenza in sé e per sé, anche se riconosco che a volte è l’unico modo per fermare una violenza ancora più terribile. Per quello che mi riguarda preferisco perdere e soffrire piuttosto che reagire contro chi mi fa del male.
Come hai scelto di suonare l’arpa?
Avevano provato a farmi studiare il pianoforte, ma non mi piaceva per nulla. Mi hanno fatto vedere un’arpa, ne ho pizzicato una corda e sono rimasta folgorata. Nell’immaginario collettivo è uno strumento angelico, ma io ho provato a trasformarlo in qualcosa di diverso.
Cioè?
Ho usato l’arpa elettrica. Che può essere dolcissima oppure arrabbiata e sanguigna. E’ bello usarla quando elabori i suoni e usi i campionamenti. Per questo ne ho “approfittato” in tutti i brani dell’album, tranne in “Ama”, il cui tema è di Karl Philipe Emanuel Bach. Usare l’arpa acustica in quel caso mi è sembrato più filologicamente corretto.
Come e quando hai composto il tuo album?
Negli ultimi tre anni, nei ritagli di tempo, di giorno e di notte, prendendo appunti qua e là. Alla fine avevo un sacco di materiale e ho dovuto scegliere. Mi piaceva l’idea di scrivere un disco che fosse davvero “al confine”; dopo una lunga permanenza nella classica e un’incursione, più breve, nella new age volevo fare qualcosa che stesse a cavallo dei generi. Con un po’ di blues, jazz, persino techno in mezzo a tutto il resto. E poi è un disco che parte dalla terra e arriva al cielo: un progetto trasversale, dedicato alla natura, al mondo, all’anima e all’amore.
In una delle note che accompagnano “Ama” hai scritto che l’incertezza sentimentale corrisponde all’incertezza sociale.
In fondo per le nostre relazioni sentimentali prendiamo esempio dai modelli che abbiamo davanti. Ci si sposa sempre meno perché la società spinge ad andare in quella direzione. E siamo sempre più portati a vivere in solitudine.
A te la solitudine piace?
La uso per riflettere. E poi non vivo completamente sola: abito con Tricky.
La tua cagnolina, a cui hai dedicato anche una canzone.
Sì, “Tricky dog blues”. Un cane è un compagno fantastico. Io e lei in particolare ci siamo scelte al mercato di Urbino, era in una scatola con la scritta “Regalo”. Mi ha guardato ed era come se mi stesse dicendo “Prendimi”. Io l’ho presa, e ne sono felice. A volte è una rompiballe, ma la adoro: è capace di darmi amore incondizionato. Gli uomini, invece, non ci riescono.
(Paola Maraone)