Il duo più chiaccherato del rock si racconta...

Peccato che l’arrivo in Italia dei White Stripes sia stato solo una toccata e fuga. Un solo concerto a Milano e un veloce giro di interviste, rimasto incerto fino all’ultimo perché il tour bus che li trasportava si è bloccato lungo il tragitto. L’attesa intorno a Jack e Meg White era grande e c’era anche un pizzico di scetticismo, come sempre accade quando un gruppo si ritrova improvvisamente al centro dell’attenzione della stampa inglese, sempre pronta a lanciare e affossare nuovi trend. Ma i White Stripes non sono un bluff: il concerto ha confermato le buone impressioni suscitate dal recente album “White blood cells” e Jack White non sembra proprio un aspirante divetto da classifica, né ha intenzione di cambiare la sua musica rozza e selvatica. Parla volentieri e velocemente, guardato a vista dalla silenziosa e sorridente Meg.

C’è chi vi considera poco originali, una specie di replica di cose già fatte. Cosa ne pensi?
Non credo. Per principio, non prendo riff da nessuno. Molte garage band lo fanno, ma io non mi sono mai messo intenzionalmente a rubare. Facciamo semplicemente la musica che ci piace, e ascoltandola puoi trovare che assomigli a quella di altri, ma succede con chiunque. Potrei prendere qualsiasi gruppo e dirti da dove hanno attinto, chi ha fatto prima di loro certe cose. Niente è originale, tutto è una continuazione della musica folk americana degli inizi del XX secolo. Puoi metterti a dire che Robert Johnson copiava da Son House, che Blind Willie McTell copiava da Blind Lemon Jefferson o Woody Guthrie da Leadbelly. E’ una tradizione, non voglio dare l’idea falsa che noi stiamo facendo qualcosa di completamente originale. Ma lo stesso può valere per l’elettronica. Molti pensano che sia la musica del futuro, ma è falso. Non è musica, è solo computer, è terribile non suonare veri strumenti. E comunque i Kraftwerk lo facevano già 25 o 30 anni fa. Quindi, nemmeno i musicisti elettronici sono originali.

Cosa avete in più rispetto ad altri gruppi garage rock o altri che rileggono la tradizione in modo crudo, simile al vostro? Penso ad esempio a gruppi come Cheater Slicks o Demolition Doll Rods. Come spieghi il fatto che avete sollevato molta più attenzione?
Non so. Per me tutte le band garage rock sono ottime. Forse noi riceviamo più attenzione perché abbiamo il tempo di andare in tour. Altri gruppi non possono farlo perché i membri non possono abbandonare il posto di lavoro. Noi siamo solo in due, io e mia sorella, e per noi è facile restare in giro. A parte questo, non so proprio perché molti si interessino a noi.

Ma cosa pensi di questa fama improvvisa?
Penso che sia una cosa passeggera. L’anno prossimo i White Stripes non interesseranno più a nessuno. Siamo stati in Inghilterra e io mi aspettavo un piccolo tour, invece abbiamo fatto tutti sold-out. Non so… Abbiamo fatto tre dischi, ma non ho idea di cosa sia successo con l’ultimo.

Il fatto di avere firmato con la XL probabilmente vi ha aiutato…
Di sicuro. Comunque non abbiamo firmato con loro, hanno una licenza per l’Europa. La Sympathy For The Record (che ha pubblicato negli USA i tre album del duo) è un’etichetta gestita da una sola persona, Long Gone John, che ha molto lavoro. E’ difficile per lui seguire a fondo i White Stripes. Io ero un po’ seccato del fatto che un sacco di gente mi dicesse che non riusciva a trovare i nostri dischi. Non mi importa vendere molto, ma quando ti dicono che i tuoi album sono irreperibili, ti fa innervosire. Questo ci ha spinto a lavorare con qualcuno in grado di farli arrivare nei negozi. Comunque, siamo molto amici di Long Gone John. Con la XL le cose vanno bene: non hanno altri gruppi come noi, hanno un punto di vista diverso. Probabilmente è un vantaggio lavorare con un’etichetta che non ha niente a che fare con ciò che fai tu. Con una label che ha altri sette gruppi rock ‘n’ roll, ci si aspetta che tu venda parecchio per continuare a lavorare. Se fossimo su un’etichetta di musica classica sarebbe perfetto.

Ho letto che vuoi portare una maggiore attenzione alla scrittura dei pezzi nel garage rock. E’ vero? Pensi che il livello sia basso nel genere?
Penso che molti si limitino a copiare i riff dei gruppi degli anni ‘60, non ci mettono niente di loro. Alcuni sembrano più ispirati dal collezionismo di dischi che dall’espressione. Io non sono un collezionista, non faccio ragionamenti come “il nostro disco deve suonare come i Music Machine”, non cerco di emulare niente in particolare.

Come si è sviluppato il vostro stile lungo il corso dei vostri tre album?
Non ne sono sicuro. Per me non c’è alcuna evoluzione, se non da una canzone all’altra. Quando scriviamo un pezzo, non diciamo: “questo non finirà sul disco perché non è adatta, vogliamo fare un album rock ‘n’ roll”. Il primo disco forse sembra più arrabbiato, ma non ho mai pensato che dovessimo di volta in volta cambiare stile per evolverci, passare dal soul al country o ad altro.

E’ possibile che aggiungiate qualcuno alla formazione in futuro?
No. Quando sei in un gruppo di almeno tre persone devi provare, tendi a fare le cose sempre allo stesso modo. In due, riusciamo a cambiare tutte le sere senza problemi, non abbiamo una scaletta fissa.

E non dovete dividere i soldi con una persona in più.
Già, è vero.

Come scegliete le vostre cover? Ad esempio, l’idea di fare un pezzo di Dolly Parton è quasi sovversiva per un gruppo indie…
“Jolene” significava molto per noi, ma non eravamo sicuri di volerla incidere. Avevamo paura che venisse presa come uno scherzo. Alla fine, abbiamo deciso di fregarcene: la canzone ci piaceva e volevamo farla. Non bado al fatto che la gente possa considerare “cool” le cover che facciamo.

Perché non ne avete inclusa nessuna in “White blood cells”?
Quando abbiamo cominciato a registrare l’album abbiamo deciso: niente cover, niente basso, niente assoli di chitarra, niente blues, niente slide. E’ un modo per rendere ogni disco il più diverso possibile dal precedente.

Vi ha in qualche modo ispirato l’approccio alla registrazione dei gruppi lo-fi?
Non mi piacciono i gruppi che usano studi costosissimi e distorcono la voce per avere un suono lo-fi. Noi cerchiamo semplicemente di registrare nel modo migliore che possiamo con quello che abbiamo a disposizione. Per quel che mi riguarda, quando una canzone è finita, basta così. Non ci mettiamo a rifarla sessanta volte per renderla adatta alle radio. Perde di emozione così. E poi ti confondi: scrivi una canzone al piano, poi vengono aggiunti gli archi, si usa il computer per renderla perfettamente a tempo. Come tocco finale, metti una batteria elettronica per renderla ancora meno umana. E’ terribile.

Sei notoriamente un appassionato di blues, ma la vostra musica non sembra proprio adatta ai puristi del genere. Che approccio hai verso questa tradizione?
A volte mi sento a disagio col blues, perché non sono un nero del sud negli anni ’30. Mi piace quella musica ma non voglio mancare di rispetto a gente che idolatro, come Son House, Blind Willie McTell o Robert Johnson, che scrivevano canzoni in modo perfetto. Raccontavano storie e non c’era glamour nelle loro vite. Era musica folk emozionante, un uomo solo contro tutto il mondo. In un certo senso mi vergogno del blues dei bianchi, di tutti quei musicisti che hanno preso la migliore forma di musica e l’hanno ridotta a roba di sottofondo per i bar.

C’è qualche contemporaneo che ti interessa?
Mi piace molto Beck. Non ho una grande passione per alcune delle cose che ha fatto, ma “Mutations” ad esempio è eccellente. E’ uno dei pochi a fare folk.

Dai molta importanza al fatto di raccontare storie con le canzoni. Come affronti il fatto che, in paesi come l’Italia, molti non capiscono quello che canti?
Me lo sono chiesto. Suppongo che si possa usare un luogo comune come il fatto che la musica è un linguaggio universale o qualcosa del genere.

Francamente, ho sempre pensato che sia una scemenza.
Sì, può essere. Probabilmente c’è gente che apprezza la musica anche se non capisce le parole, si fa prendere dalla melodia. Non so…

Avete un’immagine semplice ma molto curata. Prendete sul serio il modo in cui vi vestite o è una specie di gioco?
E’ una scatola in cui stare. Ci poniamo molti limiti: non avere un’altra persona nel gruppo, non avere cinquantamila vestiti da indossare sul palco, non usare uno studio a trecento piste, non registrare con il computer. Non è necessario avere a disposizione tutti i colori dell’arcobaleno, è meglio avere solo tre colori e creare qualcosa di significativo per te. All’inizio abbiamo preso la decisione di indossare solo vestiti rossi, neri e bianchi. Ci siamo costruiti una scatola in cui vivere, e ci stiamo comodi.

Si è parlato molto del vostro rifiuto di un’offerta da un milione di dollari per la pubblicità della catena Gap. Cosa è successo veramente?
Ho letto l’articolo che ne parlava, ma non si trattava di un’offerta così alta. Volevano che comparissimo in televisione a cantare carole natalizie. In pratica, saremmo stati usati, ci saremmo trovati nella situazione di obbedire a quello che ci veniva detto e non ci piaceva.

Avreste rifiutato se vi avessero offerto davvero un milione di dollari?
Oh, no. Molti amici mi hanno detto che non mi avrebbero più rivolto la parola se si fosse trattato di un milione. Qualcuno mi ha anche detto: “potevi farlo e dare i soldi a me”.

(Paolo Giovanazzi)

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