Chiaccherata quasi surreale con John Cummings, leader della band scozzese...

Osservando le dimensioni abbastanza ridotte del Rainbow, il locale prescelto per l’esibizione milanese dei Mogwai, è facile temere per i propri timpani, data la nota predilezione del gruppo scozzese per i volumi alti. Il chitarrista John Cummings però smorza i timori: “No, non faremo molto rumore”, spiega, poco dopo avere completato il soundcheck. Un bel bugiardo, a giudicare dal volume assassino che qualche ora più tardi avrebbe travolto il pubblico. A parte il personale concetto di rumore del musicista, parlare con lui è piuttosto difficile. Non perché sia scontroso, ma per il pesante accento scozzese, la tendenza a parlare a voce bassissima e la poca voglia di spiegare la musica del suo gruppo, che sembra considerare come il frutto di combinazioni più o meno casuali. La faccia sorridente con cui interrompe i suoi frequenti silenzi lo mettono al sicuro dal sospetto di prendersi sul serio. Di sicuro comunque, non ha studiato la parte della rockstar alternativa

A distanza di qualche mese, sei ancora soddisfatto di “Rock action” o c’è qualcosa che cambieresti nel disco?
Sono probabilmente più soddisfatto di quello che facciamo quando è passato qualche mese dalle registrazioni. Nel periodo dopo l’uscita del disco infatti tendiamo a pensare che qualcosa si potesse fare meglio. Adesso invece il disco è un fatto passato, non me ne preoccupo più.

In “Rock action” avete usato anche parti cantate, cosa che non vi capita spesso.
Sì, ma non si tratta di una novità assoluta, ci era già capitato in passato di fare dei tentativi in questo senso.

Sì, ma il cantato non è certo una vostra caratteristica, e in “Rock action” le voci sono comunque una presenza molto discreta, quasi timida.
Oh, sì. Forse in futuro canteremo di più. O forse di meno, dipende dalla musica che uscirà. Nessuno di noi si sente particolarmente a proprio agio cantando e ci sembra naturale farlo in modo quieto.

In passato avete citato i Velvet Underground fra i gruppi che vi hanno ispirato. Qual è l’aspetto che vi ha influenzato, visto che loro facevano canzoni in senso più tradizionale e voi suonate prevalentemente brani strumentali?
Penso che ci abbia colpito soprattutto il modo in cui riuscivano a essere rumorosi e al tempo stesso a scrivere brani molto tranquilli, toccavano questi due estremi. Io comunque non sono un grande fan di Lou Reed, compresi i suoi dischi da solo. Anche i suoi brani più rumorosi, cose come “Metal machine music”, non mi piacciono particolarmente. Ha fatto qualcosa di buono negli anni intorno al ’67, quando scriveva con John Cale.

In qualche modo vi è rimasta attaccata l’etichetta del post-rock, in un periodo in cui la stampa parlava parecchio del genere. Vi dava fastidio venire incasellati in questa definizione?
Non penso che sia molto importante dare descrizioni del genere alla musica, non sono mai molto accurate. Non so, si può usare il termine post-rock oppure un altro.

Ma ci sono gruppi che ti piacciono fra quelli definiti post-rock?
In qualsiasi genere ci sono gruppi che mi piacciono e altri che mi sembrano pessimi. Vediamo, post-rock… Uhm… (assume un’aria molto concentrata, poi sorride). Non so proprio.

Va bene, lasciamo perdere il post-rock. Quali gruppi contemporanei ti piacciono?
Non so… Bardo Pond, Sonic Youth… (sorride e fa capire che preferisce passare ad altro).

Alcuni dei vostri titoli sembrano giocare con certi cliché del rock: “Rock action”, “Come on die young”, “Mogwai young team”. C’è un intento ironico in queste scelte?
I titoli non sono scelti con intenzioni radicali, cerchiamo di non essere pretenziosi. Alcuni possono sembrare molto seri, ma non è il nostro obiettivo. Ci capita spesso di cercare l’espressione adatta da qualche parte, sfogliando riviste.

Per diverso tempo la stampa specializzata ha parlato molto di voi. Come avete reagito a tutta questa attenzione?
Oh, è bello che si parli di noi. Il New Musical Express ha scritto parecchio su di noi e la gente che compra i dischi e va ai concerti legge questo tipo di cose, quindi sarebbe stupido dire che non hanno alcun effetto. Va bene, sarebbe molto peggio se nessuno si interessasse a quello che facciamo.

Avete diversi contatti con altri musicisti, David Pajo, i Delgados, i Super Furry Animals. Collaborate sulla base di esigenze musicali o si tratta di rapporti amichevoli?
Principalmente si tratta di farci una risata con degli amici. La Chemikal Underground (label dei Delgados) è una buona etichetta e fra di noi siamo amici, non l’abbiamo lasciata per contrasti o cose del genere. In effetti, a Glasgow conosciamo un sacco di gente che suona in altri gruppi, ma non siamo amici solo perché suoniamo tutti. Ci capita semplicemente di essere in buoni rapporti con gente che suona.

Gran parte dei vostri pezzi sono costruiti in crescendo. Decidete il modo in cui strutturare un brano o tendete a improvvisare?
A volte improvvisiamo. Certe cose escono stando seduti a casa con la chitarra in mano, poi durante le prove si sviluppano fino a essere complete. Poi… (lunga pausa). Non so, escono così.

Ma cosa succede quando non esce nulla?
Ci annoiamo e buttiamo tutto. Oppure riprendiamo dopo sei mesi. Quando proprio non funziona, possiamo metterci un sacco di tempo a riscrivere e rifare tutto, è molto duro

Siete stati descritti a volte come una specie di reazione a certo punk che punta tutto su durezza e velocità. C’era da parte vostra l’intenzione di opporvi a questo genere di cose?
No. Quando abbiamo iniziato, avevamo diversi pezzi vicini al punk, ci piacevano i Joy Division, i Sex Pistols, i Ramones e altre cose del genere. Forse ci siamo solo annoiati di quella direzione e ci è venuto naturale cambiare.

I vostri pezzi sono adatti a diventare colonne sonore. Avete intenzione di farne o ve ne hanno offerte?
Un sacco di gente pensa che sia una direzione ovvia per noi, ma nessuno ci ha fatto offerte interessanti. Ci sono arrivate solo un paio di proposte, ma non ne valeva la pena. Penso che sarebbe molto strano per noi metterci a scrivere musica per qualcosa di specifico anziché creare qualcosa spontaneamente, non so come ce la caveremmo. Non ci sarebbe molto spazio per la casualità, si dovrebbe tendere a un fine preciso fin dall’inizio invece di lasciare accadere le cose. A parte Barry e Stuart, che hanno studiato musica, siamo autodidatti. Non sono sicuro che il gruppo abbia le conoscenze musicali necessarie.

Quali saranno le prossime mosse del gruppo?
Comprare i regali di Natale.

E’ così importante?
Oh, sì, ne devo fare un sacco. Ci sono venti persone nella mia famiglia.

Non hai avuto tempo per lo shopping?
Ne ho avuto, ma sono troppo pigro. Mi ridurrò a improvvisare qualcosa a Natale. Magari regalerò poster e magliette dei Mogwai.

Potreste sempre organizzarvi un tour natalizio per sfuggire all’impegno.
No, ho voglia di tornare a casa. Siamo rimasti in giro per sei mesi.

Che effetto hanno su di voi i mesi in tour?
A dire la verità, un po’ mi annoio. Ma non so proprio che altro potrei fare. Forse lavorare in un negozio. Ma se penso a lavorare in un negozio per sei anni… Oh, no.


(Paolo Giovanazzi)

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